Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 13/05/2026, a pag. 1/IV, il commento di Giulio Meotti dal titolo "Il blackout perfetto. Non solo l’Iran che spegne internet: le agenzie occidentali si piegano ai mullah"

Giulio Meotti
Un anno fa, l’Amministrazione Trump ha sospeso i finanziamenti a Voice of America, nata nel 1942 per contrastare la propaganda hitleriana e da allora voce americana nel mondo, trasmessa in quarantasette lingue. La decisione provocò prevedibili accuse di sdegno: l’America ha rinunciato a parlare al mondo? Eppure, lo stesso establishment mediatico che si straccia le vesti per quel taglio si inchina, con servile pragmatismo, alle norme della Repubblica islamica. “Più partner, più opzioni”, si vanta l’Associated Press. Ma Ap, Reuters e altre agenzie, pur di mantenere l’accredito a Teheran, si sono sottomessi a una legge che vieta di fornire materiale a Voice of America, Bbc Persian e Iran International. Pena: la cacciata dal paese. Risultato: i media dissidenti in lingua farsi sono bollati come “propaganda nemica” e sono affamati di contenuti. Per aggirare il vuoto informativo, le emittenti libere si affidano a video inviati dagli iraniani o tramite social. Dopo questo primo blackout entra in gioco il blocco dell’internet iraniano, il più lungo della storia.
Il risultato è che nessuno sa cosa avvenga all’interno della teocrazia. Queste restrizioni mirano a isolare le emittenti che trasmettono principalmente da Londra e Washington. Bbc Persian e Voice of America sono state dichiarate illegali dalle autorità iraniane. Iran International e Manoto TV sono analogamente bandite come “strumenti di propaganda contro lo stato”. In pratica c’è un triplo blackout. Il regime ha tolto internet; fa operare le agenzie di stampa “Cnn style”, infine le stesse agenzie devono impedire che i loro materiali vadano ai media dissidenti. Il corrispondente della Cnn da Teheran, Frederik Pleitgen, durante un servizio nei primi giorni di guerra raccontava che tutti gli scaffali dei negozi erano riforniti, “anche di prodotti freschi”, mentre teneva in mano una tazza di caffè. “Il carburante è facilmente reperibile e non si percepisce segno di panico”. Diamo per scontato che quello che l’Ap realizza sotto le dittature sia sempre attendibile. Matti Friedman, intellettuale e giornalista israelo-canadese che vive a Gerusalemme, ha lavorato per dieci anni all’Associated Press. “Sono stato il primo membro dello staff a cancellare informazioni da un articolo perché siamo stati minacciati da Hamas, cosa che è successa alla fine del 2008” aveva raccontato Friedman al Foglio due anni fa.
“Avevamo un ottimo reporter a Gaza, un palestinese che era sempre stato un ottimo inviato. C’era un dettaglio in un articolo. E il dettaglio era cruciale. Era che i combattenti di Hamas erano vestiti da civili e venivano conteggiati come civili nel bilancio delle vittime, una cosa importante da sapere”. Il reporter ha chiamato Friedman poche ore dopo. “Era chiaro che qualcuno gli aveva parlato, ero alla mia scrivania a Gerusalemme, stavo scrivendo l’articolo dalla sede centrale. E mi ha detto: ‘Matti, devi eliminare quel dettaglio dall’articolo’. Ed era chiaro che qualcuno lo aveva minacciato. Ho eliminato il dettaglio dall’articolo. Ho suggerito ai redattori di annotare che ci stavamo adeguando alla censura di Hamas. La mia decisione è stata scavalcata e da quel momento l’Associated Press, come tutte le sue organizzazioni affiliate, collabora con la censura di Hamas”.
Però noi occidentali siamo allarmati da Israele che blocca al Jazeera, che opera come un catering mediatico per Hamas. Il regime teocratico può imprigionare, impiccare e oscurare senza che i guardiani dell’informazione globale si scomodino troppo. Ma guai a toccare i finanziamenti a un’emittente americana o a limitare la propaganda qatarina travestita da “giornalismo”. Lunedì il New York Times, in un articolo a firma di Nicholas Kristof, citando “fonti” inneggianti a Hamas, ha raccontato che Israele abusa dei detenuti palestinesi, usando anche i cani. I cani.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/ 5890901, oppure ciccare sulla e-mail sottostante