Riprendiamo dal FOGLIO del 10/05/2026, nella sezione Un Foglio Internazionale, il commento di Sergey Radchenko su Le Grand Continent tradotto da Mauro Zanon dal titolo: "L’impero zombie di Putin"

Mauro Zanon
Il 26 settembre 2022, i sismografi dell’isola danese di Bornholm hanno registrato due perturbazioni sottomarine” scrive Sergey Radchenko su Le Grand Continent. “La prima, avvenuta alle 2.03 del mattino, è stata rilevata a sud-est dell’isola. La seconda, alle 19.03, si è verificata a breve distanza da lì, a nord-est. Diventa subito evidente che qualcuno ha fatto esplodere i gasdotti sottomarini Nord Stream 1 e Nord Stream 2 che attraversano la zona. Entrambi sono in maggioranza di proprietà della Russia. Quando avviene il sabotaggio, Mosca sta conducendo da sei mesi una guerra di aggressione contro l’Ucraina. Le cose non stanno andando bene come previsto per il presidente Vladimir Putin. La situazione è talmente disastrosa per la Russia che il Cremlino sta valutando l’uso di armi nucleari tattiche. In questo contesto, far esplodere un gasdotto russo, atto probabilmente orchestrato dagli ucraini, non ha nulla di straordinario: il sabotaggio rientra in uno sforzo bellico più ampio. Eppure, prima dell’invasione del febbraio 2022, l’idea di una guerra in Europa sembrava impensabile per la maggior parte degli europei, così come per i russi. Tutti ritenevano che un simile conflitto sarebbe stato insensato. All’inizio del 2022, le relazioni economiche tra la Russia e l’Europa erano particolarmente strette: gli scambi commerciali tra le due parti ammontavano a 257,5 miliardi di euro. L’Unione era allora il primo partner commerciale di Mosca, con 98,8 miliardi di euro (pari al 62,1 per cento) di merci scambiate. Le importazioni europee dalla Russia consistevano principalmente in prodotti energetici: petrolio, derivati e gas naturale. Mentre questi miliardi contribuivano ad alimentare l’economia russa, sembrava inconcepibile che qualcuno, all’interno del Cremlino, potesse anche solo pensare di mettere a repentaglio questa relazione. Eppure, Putin vedeva questi legami economici in modo diverso: per lui, il petrolio e il gas erano armi che poteva usare per costringere l’Europa ad accettare le sue ambizioni imperiali in Ucraina. Se la scelta della guerra anziché del commercio può sorprendere, non stupisce che Putin utilizzi l’energia come arma una volta compiuta tale scelta. Ancor prima dell’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, Mosca ha cercato di interrompere l’approvvigionamento dell’Europa adottando misure quali lo svuotamento dei serbatoi di gas controllati dalla Russia in Germania o le ‘riparazioni’ effettuate sui gasdotti sottomarini. Dopo il 24 febbraio 2022, i prezzi del gas naturale in Europa sono saliti alle stelle, passando da 15-20 euro per megawattora nel febbraio-marzo 2021 a 340 euro alla fine di agosto 2022. Nel marzo 2022, il prezzo del barile di greggio russo (Urals) ha addirittura superato la soglia simbolica dei 100 dollari. Sebbene sia rapidamente sceso, il suo prezzo medio è passato da 69 dollari nel 2021 a 76 nel 2022. Per la Russia, che il senatore John McCain ha descritto come ‘una stazione di servizio travestita da paese’, questo aumento è stato una vera manna dal cielo. Nel 2022, il paese ha ricavato dall’esportazione di petrolio e gas 383,7 miliardi di dollari, ovvero quasi il 43 per cento in più rispetto al 2021, prima dell’inizio della guerra. Di questa somma, 168,5 miliardi di dollari sono stati versati direttamente al bilancio dello stato, il che ha permesso a Putin di contrastare l’impatto delle sanzioni occidentali aumentando al contempo in modo considerevole la spesa militare. Se il 2022 è stato un anno prolifico per le finanze del paese, da allora la situazione si è notevolmente deteriorata, in particolare a causa del calo dei prezzi del petrolio e del ritorno alla normalità sul mercato del gas, dovuto alla diversificazione dell’approvvigionamento europeo e a una maggiore dipendenza dell’Unione dal Gnl. Alla fine del 2022, i governi occidentali hanno inoltre messo a punto una strategia volta a privare la Russia di una parte dei suoi proventi petroliferi senza far lievitare i prezzi mondiali. La loro iniziativa è consistita nel negare l’assicurazione marittima alle petroliere che trasportavano greggio russo al di sopra di una certa soglia, fissata inizialmente a 60 dollari al barile. Questa strategia ha funzionato in parte. Il Cremlino è stato infatti costretto a vendere il proprio petrolio a basso prezzo a paesi come la Cina e l’India, che sono diventati i principali beneficiari della ristrutturazione del mercato petrolifero. Tuttavia, gradualmente, riacquistando vecchie petroliere e facendoli navigare sotto bandiera di paesi terzi, i russi sono riusciti a mantenere l’approvvigionamento di petrolio e a tenere a galla il proprio paese. Tra il 2022 e il 2025, la Russia di Putin ha ricavato oltre 1.000 miliardi di dollari dalla vendita della propria energia sul mercato mondiale. Gli europei hanno continuato a importarlo dal loro bellicoso vicino, nonostante tutte le sanzioni imposte. Certo, gli acquisti di petrolio sono passati da circa un quarto delle importazioni europee totali a una percentuale esigua (inferiore al 10 per cento), ma il gas ha continuato a scorrere nei gasdotti rimasti, anche dopo il sabotaggio del Nord Stream. Questi flussi hanno fruttato alla Russia decine di miliardi di dollari all’anno. Ciò che è più preoccupante è che il gas russo ha continuato a transitare attraverso l’Ucraina, dilaniata dalla guerra, per raggiungere i consumatori europei fino al 1° gennaio 2025, data in cui Kyiv ha posto fine a questo insolito accordo. Se c’è una cosa che Putin ha dimostrato dopo aver lanciato la sua invasione dell’Ucraina, è che una stazione di servizio travestita da paese poteva in realtà essere un avversario temibile. La guerra ha anche messo in luce una verità scomoda: il petrolio e il gas non sono semplici materie prime. Entrambi hanno reso possibile l’aggressione di Putin e sostenuto l’imperialismo russo. Perché ci è voluta una guerra per capirlo? (…).
Il semplice fatto che ora infuri una guerra tra Russia e Ucraina — una guerra ben reale, e non una guerra del gas — dimostra tuttavia che l’energia, per quanto influente, non basterà mai a mantenere Kyiv nella sfera d’influenza russa. Putin ha tentato più volte di giocare questa carta, senza successo: la guerra è l’ultima prova che l’arma energetica russa non è così efficace come pensava il Cremlino. Questa battuta d’arresto non riguarda solo l’Ucraina, ma anche il resto d’Europa. Infatti, in modo inaspettato per Putin, l’invasione russa ha determinato un radicale cambiamento di rotta da parte dell’Unione, che ha voltato le spalle ai combustibili fossili russi. Questo cambiamento non è avvenuto dall’oggi al domani, ma la tendenza era lampante: nel 2021 la Russia ha esportato circa 153 miliardi di metri cubi di gas naturale verso l’Unione; nel 2022 questa cifra si è quasi dimezzata, attestandosi a 83,8 miliardi di metri cubi, per poi crollare a 33,4 miliardi di metri cubi nel 2023. Mentre gli europei continuavano ad acquistare una parte del gas russo, nel dicembre 2025 il Parlamento europeo ha deciso di eliminare gradualmente tali importazioni. Altri fornitori – in particolare Norvegia, Qatar e Stati Uniti – hanno colmato il vuoto lasciato dalla Russia (…). La Russia ha perso gran parte del mercato europeo per le sue risorse energetiche. Eppure questo mercato avrebbe potuto fruttarle miliardi di dollari”.
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