martedi` 12 maggio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

I globalizzatori dell'Intifada. Video di Iuri Maria Prado 11/05/2026


Clicca qui






israele.net Rassegna Stampa
12.05.2026 Fotoreporter del New York Times vince il Premio Pulitzer per la foto di un bambino di Gaza affetto da paralisi cerebrale spacciato per vittima della fame. L’anno scorso, premiato un “poeta” che irrideva e insolentiva le donne rapite da Hamas
Articoli di media israeliani

Testata: israele.net
Data: 12 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Media israeliani
Titolo: «Fotoreporter del New York Times vince il Premio Pulitzer per la foto di un bambino di Gaza affetto da paralisi cerebrale spacciato per vittima della fame. L’anno scorso, premiato un “poeta” che irrideva e insolentiva le donne rapite da Hamas»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns.org e di uno del Jerusalem Post dal titolo: "Fotoreporter del New York Times vince il Premio Pulitzer per la foto di un bambino di Gaza affetto da paralisi cerebrale spacciato per vittima della fame. L’anno scorso, premiato un “poeta” che irrideva e insolentiva le donne rapite da Hamas. Allora tanto vale rinominarlo Premio Pulitzer per la Propaganda di regime"

 

Un collaboratore del New York Times, autore della foto di un emaciato bambino palestinese affetto da paralisi cerebrale a Gaza pubblicata in prima pagina per illustrare un articolo sulla morte di civili per fame, ha vinto il Premio Pulitzer 2026 per la fotografia di cronaca.

25 luglio 2025, prima pagina del New York Times”. Successivamente il giornale dovette ammettere che il bambino ritratto nella foto aveva “problemi di salute preesistenti”

Il bambino era nato con paralisi cerebrale. La didascalia originale della foto diceva (falsamente): “È nato sano”.

L’anno scorso il New York Times dovette pubblicare una rettifica ufficiale all’articolo in seguito alle proteste di molti lettori. Ma al fotografo palestinese Saher Alghorra è stato comunque assegnato il prestigioso premio.

La scorsa settimana il Comitato del premio ha dichiarato di aver premiato il fotoreporter “per la sua toccante e sensibile serie di immagini che mostrano la devastazione e la fame a Gaza, causate dalla guerra con Israele”.

La foto del bambino, immediatamente circolata in modo virale, è diventata l’immagine simbolo delle infondate accuse sull’imperversare della fame nella striscia di Gaza.

“Una delle più antiche menzogne della storia umana, quella secondo cui gli ebrei farebbero volutamente del male ai bambini, è stata premiata come giornalismo d’inchiesta” ha twittato venerdì Idit Shamir, Console Generale d’Israele a Toronto.

Il senatore repubblicano Rick Scott ha scritto su X: “Quando il cosiddetto giornalismo riceve un premio per aver diffuso notizie false su Israele, questo dice tutto sulla condizione attuale dei media mainstream”.

(Da: jns.org, 10.5.26)

Gil Hoffman

Scrive Gil Hoffman: Sei mesi prima d’essere ucciso a Teheran, Ismail Haniyeh, capo del politburo di Hamas, aveva spiegato in modo drammaticamente chiaro gli obiettivi dell’attacco del 7 ottobre.

Parlando a Doha all’Unione Internazionale degli Studiosi Musulmani, Haniyeh aveva ripetuto le solite false accuse secondo cui Israele stava complottando per colpire la moschea di Al-Aqsa, si era lamentato dei paesi arabi e musulmani disponibili a normalizzare le relazioni con Israele, ma aveva anche “giustificato” la carneficina che ha comportato l’assassinio del più alto numero di ebrei in un giorno dai tempi della Shoah sostenendo che prima del 7 ottobre la causa palestinese veniva trascurata.

Khan Younis (striscia di Gaza), 20 febbraio 2025: Hamas consegna le salme degli ostaggi Oded Lifschitz, Shiri Bibas e dei due piccoli Kfir e Ariel

Secondo un estratto del discorso tradotto dal Middle East Media Research Institute, Haniyeh disse: “La comunità internazionale, i circoli decisionali globali non evocano più la causa palestinese”, e invocò non solo una “jihad delle spade” e una “jihad finanziaria”, ma anche una “jihad della parola, ovvero una jihad con il linguaggio”.

A tal fine, Hamas ha coltivato legami con gruppi di gazawi che hanno fornito fotografie, e spesso anche articoli, alle principali testate giornalistiche del mondo.

Hamas ha formato giovani “giornalisti” e li ha premiati per la loro lealtà.

Ma solo coloro che godevano della massima fiducia avevano accesso illimitato alle notizie più importanti che Hamas voleva far conoscere al mondo.

Uno di questi eventi fu la consegna delle bare della famiglia Bibas il 20 febbraio 2025.

C’erano due piccole bare per i bambini dai capelli rossi Ariel e Kfir, che avevano rispettivamente quattro anni e nove mesi quando furono rapiti dal kibbutz Nir Oz il 7 ottobre (e poi strangolati dai terroristi in un  tunnel).

E c’era una bara più grande per la loro madre, Shiri, che in realtà conteneva il corpo di una donna di Gaza presa a caso, cosa che causò ulteriore angoscia e dolore tra gli israeliani e le persone in tutto il mondo che avevano a cuore quella famiglia e desideravano che la sua immensa sofferenza avesse finalmente termine.

Uno dei freelance accuratamente selezionati da Hamas per fotografare da vicino le bare era Saher Alghorra, collaboratore del New York Times, che aveva dato prova della sua abilità nel diramare al mondo la narrativa dell’organizzazione terroristica attraverso il più prestigioso organo di stampa internazionale.

Le foto che Alghorra inviò al New York Times ritraevano i cupi becchini di Hamas a volto coperto che trasportavano la bara di Shiri, addobbata con un cartello recante due immagini: una di lei e una del primo ministro Benjamin Netanyahu.

Accanto al volto di Netanyahu c’era scritto in inglese, ebraico e arabo “l’assassino”. Accanto a quello di Shiri, c’era scritto: “data dell’arresto [sic] 7 ottobre 2023”.

Quelle fotografie erano pura propaganda di un regime sanguinario e disumano.

Lo erano anche altre foto scattate da Alghorra che davano l’impressione che Israele stesse deliberatamente prendendo di mira i civili e affamando i gazawi, compresi i bambini piccoli.

Alghorra ha anche fotografato alcuni palestinesi processati e condannati per omicidio che arrivavano all’Ospedale Nasser di Gaza nell’ottobre del 2025, dopo essere stati scarcerati dalle prigioni israeliane. Nella didascalia, Alghorra li definiva “prigionieri”: la stessa identica parola che aveva usato per descrivere Shiri, Ariel e Kfir Bibas, nonché Oded Lifschitz, un attivista per la pace di 83 anni restituito nello stesso periodo dopo essere stato rapito dalla sua casa, deportato a Gaza e trucidato in prigionia.

Per quelle foto di pura propaganda, il Comitato del Premio Pulitzer ha annunciato lunedì scorso che Alghorra avrebbe ricevuto il premio 2026 per la fotografia di cronaca.

L’amministratrice del Pulitzer, Marjorie Miller, ha affermato che Alghorra si era aggiudicato il premio per “la sua toccante e sensibile serie di immagini che mostrano la devastazione e la fame a Gaza, causate dalla guerra con Israele”.

Marjorie Miller ha omesso di menzionare che Alghorra, in una didascalia evidenziata dalla ong HonestReporting, aveva giustificato il massacro del 7 ottobre riferendosi a quel giorno come “la resistenza palestinese a Gaza, che ha lanciato migliaia di missili contro i territori occupati [sic] in risposta agli attacchi dei coloni e alle incursioni nella moschea di Al Aqsa”.

(…) L’anno scorso, noi di HonestReporting abbiamo portato all’attenzione del mondo la spudoratezza di assegnare il Premio Pulitzer per la categoria “commento” a un poeta di Gaza che giustificava il rapimento di israeliani da parte di Hamas, e abbiamo chiesto che il premio venisse revocato.

Mosab Abu Toha, che ha anche diffuso sulle sue piattaforme social contenuti antisemiti e notizie false, ha vinto il massimo riconoscimento giornalistico per i suoi commenti pubblicati sul New Yorker a descrizione della guerra.

In virulenti post sui social media, Abu Toha ha denigrato le donne israeliane prese in ostaggio, ha messo in dubbio il loro status di ostaggi e ha implicitamente giustificato il loro sequestro.

“Come diavolo si può definire ostaggio questa ragazza? – ha scritto – Questa è Emily Damari, una soldatessa anglo-israeliana di 28 anni che Hamas ha preso il 7 ottobre… Dunque questa ragazza viene definita un ostaggio? Questa soldatessa che si trovava vicino al confine con una città che lei e il suo paese occupavano [sic] viene definita un ostaggio?”

Abbiamo contattato Emily Damari, la quale ha poi scritto una lettera accorata in cui implorava il Comitato Pulitzer di revocare il premio ad Abu Toha dopo che questi si era fatto beffe dei suoi 471 giorni di prigionia nelle mani di Hamas, e ricordava al Comitato che lei e i suoi amici erano stati rapiti come civili dalle loro case nel kibbutz Kfar Aza.

“Affermate di onorare il giornalismo che difende la verità, la democrazia e la dignità umana – scriveva Damari – Eppure avete scelto di dare risalto a una voce che nega la verità, cancella le vittime e dissacra la memoria degli assassinati. Non capite cosa significa? Mosab Abu Toha non è uno scrittore coraggioso. È l’equivalente moderno di un negazionista della Shoah. E onorandolo, vi siete uniti a lui nelle ombre del negazionismo. Non è una questione politica. È una questione di umanità. E oggi l’avete tradita”.

Abu Toha ha anche messo in dubbio le prove forensi delle Forze di Difesa israeliane che dimostrano che i bambini di Bibas sono stati uccisi dai loro rapitori, e ha criticato aspramente la BBC per averne dato notizia.

Nei suoi post sui social mesi dopo aver vinto il premio, Abu Toha ha continuato a criticare in modo virulento la BBC per aver riportato la versione di Israele, usando anche volgarità come: Fuck you BBC (“vaffanculo BBC”) e Who gives a fuck what Israel says (“Chi se ne sbatte di quello che dice Israele”).

Il Comitato Pulitzer non ha mai revocato il premio ad Abu Toha, ma in qualche modo ha reagito alla campagna d’informazione di HonestReporting: ha semplicemente eliminato il premio per la categoria “commento” e ha deciso di non assegnarlo più.

Da quest’anno in poi, ci saranno premi per editoriali, ma l’ultimo vincitore del Pulitzer per il commento resterà il più sconcio e vergognoso.

Ma dopo aver assegnato quest’anno ad Alghorra il premio per la “fotografia di cronaca”, dall’anno prossimo il Pulitzer potrebbe anche abbandonare la finzione e rinominare la categoria per quello che è realmente: il Premio Pulitzer per la Propaganda di regime.

(Da: Jerusalem Post, 8.5.26)


http://www.israele.net/scrivi-alla-redazione.htm

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT