Riprendiamo da SHALOM, l'analisi di Ugo Volli dal titolo: "La settimana di Israele: frenetiche svolte tattiche e trattative segrete"

Ugo Volli
Una situazione confusa
Dopo la grande offensiva contro l’Iran nel mese di marzo scorso, da qualche settimana la guerra si è frastagliata in episodi locali, di cui è difficile afferrare il senso e la coerenza. Questa frammentazione del filo politico-militare è cresciuta ancora negli ultimi giorni. Usa e Iran hanno iniziato delle trattative, poi le hanno interrotte clamorosamente, ma sembra che in realtà il negoziato sottotraccia sia continuato. Si parla di documenti e proposte (in 10 punti, poi quattordici, poi una sola paginetta…) scambiati, regolarmente rifiutati. L’Iran ha annunciato la riapertura di Hormuz in cambio della tregua, poi si è contraddetto dopo poche ore e di nuovo ha minacciato l’uso delle armi contro le navi civili che vorrebbero usare la via d’acqua internazionale che esca dal Golfo. Trump ha ordinato il contro-blocco delle navi diretta in Iran al fine di soffocare il suo sistema economico e soprattutto l’industria petrolifera che non saprebbe dove collocare il greggio estratto e rischia di dover bloccare i pozzi, con gravi danni agli impianti. Poco dopo il presidente americano ha ordinato “l’operazione Libertà”, cioè la rottura del blocco iraniano dello Stretto, facendo passare un paio di navi militari nonostante il fuoco nemico, ma poi ha sospeso l’operazione dopo un giorno per le pressioni dei mediatori pakistani e a quanto pare anche dei sauditi, che pure sono nemici dell’Iran. Ora però minaccia di riprenderla. Nel frattempo sono continuate le scaramucce fra navi americane e forze iraniane e soprattutto continua il bombardamento iraniano degli Emirati, difesi soprattutto dagli antimissili israeliani. Tutto ciò per Trump non è ancora una ragione per dichiarare la violazione del cessate il fuoco. Le forze armate emiratine però a quanto pare hanno iniziato a contrattaccare, colpendo i porti dell’Iran. Quasi ogni giorno c’è chi prevede la ripresa dei bombardamenti, smentito però dai fatti.
L’azione israeliana
Per quanto riguarda direttamente Israele, il cessate il fuoco con l’Iran su richiesta di questi ultimi era stato esteso d’autorità da Trump anche all’operazione in Libano contro la crescente minaccia di Hezbollah. Ma dalla tregua era stata esclusa l’autodifesa israeliana sul territorio di confine. Poi però gli attacchi terroristi si sono estesi, grazie anche all’introduzione da parte di Hezbollah di droni resi molto precisi da una guida a fibra ottica che rende inutili le controdifese elettroniche. E così si è esteso il contrattacco israeliano, fino ad arrivare in profondità nella valle della Beqa e anche nella città di Beirut, dove è stato eliminato il capo delle forze d’élite di Hezbollah. Anche se le trattative fra governo israeliano e libanese proseguono con buone prospettive, la tregua con Hezbollah è ormai saltata. E prosegue anche il lavoro di eliminazione dei terroristi e dello smantellamento dei tunnel a Gaza, dove ormai è scaduto da tempo il termine previsto per il disarmo di Hamas, senza che il gruppo vi abbia ottemperato. Lentamente anche qui Israele sta riprendendo l’iniziativa.
Le fake news dei giornali
A questo quadro confuso bisogna aggiungere la diffusione giornalistica di “notizie” o piuttosto di voci che si moltiplicano e si contraddicono, spesso attribuite ad “esperti” e fonti di vario livello da analisi della “CIA” (ma in realtà sono fonti anonime e inverificabili citate da giornali non certo neutrali come il “Washington Post”) all’opinione ex cathedra concessa da ex consiglieri di Obama e Biden, presi come se fossero onniscienti e neutrali, per finire semplicemente alla propaganda iraniana, che in odio a Trump viene accettata come lo erano le menzogne di Hamas. Si tratta di “rivelazioni” sempre negative: l’apparato atomico dell’Iran sarebbe sostanzialmente intatto, i missili e gli apparati di lancio di cui dispone sarebbero almeno la metà di quanti ce n’erano all’inizio della guerra, oppure no, i due terzi, il 75%, quasi tutti – come se un mese di bombardamenti di precisione fossero passati senza lasciare traccia. E poi naturalmente anche l’arma economica sarebbe spuntata, l’Iran potrebbe resistere dei mesi al blocco americano, cioè sostanzialmente senza entrate. La “guida suprema” per diritto ereditario, Mojtaba Khamenei sarebbe morto, no, ferito gravemente e incapace di parlare, no, prenderebbe lui tutte le decisioni essenziali… Insomma gli ayatollah stanno vincendo e gli odiati Trump e Netanyahu stanno perdendo… Si chiama “wishful thinking”, pensiero desiderante, cioè lo scambio dei desideri e della propaganda con la realtà, la pratica cui molti media e politici occidentali sono così abituati da non poterne fare a meno.
La logica del negoziato
In realtà, le cose sono molto più semplici. L’economia e l’esercito della Repubblica islamica sono distrutti, come quello dei suoi satelliti terroristi Hezbollah e Hamas. È chiarissimo che l’Iran ha perso la guerra. Trump vuole ora ottenere la posta in gioco senza dover portare i soldati americani sul territorio iraniano e per poter continuare dunque a limitare le perdite ai numeri limitatissimi subiti finora (meno di 20). Se ci riuscisse sarebbe un capolavoro strategico, soprattutto davanti a un nemico fanatico fino alla morte e specialista nella tecnica dell’agguato. Per questo Trump sta privilegiando la trattativa, usando spregiudicatamente i suoi strumenti di minacce e lusinghe. Questa dimensione negoziale prevale su quella militare e la condiziona, usandola come suo strumento. La guerra è già vinta, ragiona Trump, bisogna ottenerne il prezzo, le azioni armate servono a chiarire chi ha la forza e chi deve essere soddisfatto sul tavolo negoziale, ma non devono rompere la possibilità della trattativa. Mosse e contromosse, offensive e cedimenti, aperture e chiusure, attacchi e ritirate servono a dividere il vertice nemico (il che è già clamorosamente successo), a disorientarlo, a costringerlo ad acconsentire a quella resa che aveva sempre tassativamente escluso. Naturalmente le trattative sono solo in parte quelle ufficiali e pubblicizzate: avvengono in silenzio, per vie indirette, attraverso intermediari che solo parzialmente coincidono con i mediatori ufficiali.
Gli interessi in gioco
Bisogna aggiungere che la posizione negoziale degli Stati Uniti coincide solo in parte con quella israeliana. Trump è interessato a “make America great again”, a riaffermare l’egemonia americana soprattutto di fronte alla Cina, deve certamente prevenire la minaccia futura che un paese di fanatici ancora peggiori della Corea del Nord si doti dell’arma atomica e di missili capaci di raggiungere gli Usa; ma non mira a distruggere il regime degli ayatollah, preferisce ottenere vantaggi militari ed economici, rivincere le elezioni, mostrare che l’America e la sua presidenza vogliono la pace. Israele dalla sua nascita (e anche da prima) si trova di fronte a una continua minaccia diretta contro la sua stessa esistenza. Essa era una volta impersonata da Egitto, Siria, Iraq, ora dall’Iran e satelliti, in futuro forse dalla Turchia. Per Israele è essenziale che l’Iran (e in futuro la Turchia) non possa dotarsi di armi nucleari, che abbandoni i burattini terroristi, che disarmi i suoi missili: questa è la posta in gioco della guerra. Ma naturalmente ogni accordo potrebbe essere aggirato in futuro e dunque per Israele, più che per gli Usa, è importante che sia abbattuto il regime degli ayatollah, perché la guerra che l’Iran ha portato a Israele è il risultato della loro ideologia religiosa fanatica, non di contrasti territoriali ed economici, né di inimicizia storica – perché anzi al contrario vi è una tradizione di amicizia fra i due popoli. L’atteggiamento israeliano di non scontentare o contraddire mai Trump nelle sue frenetiche svolte tattiche ha anche il senso di poter influire sugli esisti della guerra e aiutare il presidente americano a tener fermi i suoi scopi, nonostante le pressioni interne e internazionali per fare una pace qualunque, senza raggiungere gli scopi della guerra: questo sarebbe il risultato peggiore per Israele.