2 Lettere
1.
Cara Deborah,
ti scrivo perché sento l'urgenza di condividere una riflessione su quella che appare sempre più come una cecità collettiva della comunità internazionale: l'ostinazione a voler resuscitare una "soluzione a due stati" che, nei fatti, non esiste più se non nei faldoni polverosi della diplomazia del secolo scorso. La realtà sul terreno ci racconta una storia diversa, molto più cruda e definitiva.
Dobbiamo avere il coraggio di affermare una verità storica spesso taciuta: ai palestinesi uno stato è stato concesso, di fatto, nel 2005. Con il disimpegno unilaterale da Gaza, Israele non ha solo spostato delle truppe; ha sradicato le proprie comunità, ha espulso ogni singolo cittadino ebreo e ha consegnato le chiavi di un intero territorio. Quello era il "test sul campo". Gaza avrebbe potuto diventare un esperimento di autogoverno, una Singapore sul Mediterraneo, una dimostrazione che la fine dell'occupazione avrebbe portato alla fioritura di una nazione.
Hanno avuto diciotto anni. Un tempo infinito in termini geopolitici per costruire infrastrutture, scuole, ospedali e un'economia solida. Cosa ne hanno fatto di questa libertà? La risposta è incisa nel metallo dei razzi che da quasi due decenni piovono sulle città israeliane. Invece di usare il cemento per le fondamenta di una società civile, lo hanno colato nelle profondità della terra per costruire una ragnatela di tunnel dedicata esclusivamente alla morte.
La tragedia del 7 ottobre non è stata un incidente di percorso, ma il culmine inevitabile di diciotto anni di sovranità palestinese trasformata in una fabbrica del terrore. Quando un intero apparato statale viene mobilitato non per il benessere dei propri cittadini, ma per l'annientamento del vicino, il concetto stesso di "soluzione a due stati" decade per manifesta impossibilità logica e morale. Come si può chiedere a Israele di accettare la creazione di una struttura simile in Giudea e Samaria, a pochi chilometri dai propri centri urbani?
Oggi non c'è una soluzione a due stati sul tavolo perché uno di quei due attori ha dimostrato, con quasi vent'anni di gestione autonoma a Gaza, di non essere interessato alla coesistenza, ma solo alla distruzione. Ignorare ciò che è accaduto dal 2005 a oggi significa condannare le generazioni future a un ciclo di violenza infinita, nutrito dall'illusione occidentale che basti un confine tracciato su una mappa per creare la pace.
Shalom
Luca
Caro Luca,
ricordo perfettamente quel giorno, le lacrime disperate degli ebrei trascinati via dalle loro case, da un territorio che avevano trasformato in giardino, dalle loro meravigliose serre di verdura biologica e fiori. Ricordo quando l'ultimo soldato ha chiuso per sempre il cancello di Gaza. E poi l'apocalisse! Hanno distrutto tutto, hanno spianato con le ruspe le serre, hanno demolito le case, hanno ammazzato tutti gli oppositori, hanno scaraventato dai tetti membri di Fatah, sono entrati nelle case per ammazzarne a mitragliate gli abitanti, palestinesi come loro. E il terrore da allora ha governato Gaza. Due popoli due stati? Chi lo dice oggi è un pazzo. Avevano lo stato, avevano miliardi ricevuti da tutto il mondo, avevano l'impianti tecnologici lasciati da Israele. Hanno distrutto tutto e la cosa più vergognosa è stata che il mondo non ha proferito parola di fronte a tutto questo scempio. L'Occidente non capisce niente e odia Israele. Non capisce nemmeno dinnanzi alle prove di quella che è l'incapacità palestinese a costituirsi in uno Stato. Ripete stupidamente una teoria obsoleta e, dopo il 7 Ottobre, assolutamente irrealizzabile.
Shalom
Deborah Fait
2.
Dame Devorah,
una mia dimenticanza, che ritengo importante, relativa alla intervista a Moni Ovadia.
L’interlocuzuone si è conclusa con un macigno gigantesco, gettato nello stagno, dal regista e attore ebreo Ovadia, egli ha avuto l’ardire di concludere un tal modo:
“… che poi, Israele finirà, perché tutto finisce…”
Wow, che roba si è costretti ad ascoltare da un ebreo, che evidentemente non vede l’ora che si avveri questa sua personale sentenza definitiva.
Penso sia stato il punto più basso di quella trasmissione a senso unico.
Laila tov
Yosef ben Hektor
Caro Yosef,
Una frase del genere detta da chiunque avrebbe fatto venire i brividi. Detta da uno che si dice ebreo è spaventosa. Ma tutti noi conosciamo l'odio che il personaggio nutre per Israele. Debbo ammettere che, almeno da me, è ricambiato. Per fortuna in Israele non lo conosce nessuno.
Shalom e shabat shalom
Deborah Fait