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Shalom Rassegna Stampa
09.05.2026 Padiglione Israele alla Biennale di Venezia. L’arte sotto scorta
Commento di Giorgia Calò

Testata: Shalom
Data: 09 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Giorgia Calò
Titolo: «Padiglione Israele alla Biennale di Venezia. L’arte sotto scorta»

Riprendiamo da SHALOM il commento di Giorgia Calò dal titolo: "Padiglione Israele alla Biennale di Venezia. L’arte sotto scorta"

La cultura è donna, Giorgia Calò nuova coordinatrice del centro ebraico -  Shalom

Giorgia Calò

 

C’è stato un momento in cui avevo deciso che quest’anno non sarei andata alla Biennale di Venezia. Poi, all’ultimo momento, ho cambiato idea. Ho preso un treno all’alba con l’intenzione di incontrare Belu-Simion Fainaru, artista di origine rumena, che quest’anno rappresenta Israele. Volevo conoscerlo e complimentarmi, perché, in un clima sempre più polarizzato, è riuscito a rivendicare i suoi diritti senza abbassare la testa, senza cedere alla logica della rimozione simbolica e della cancel culture, senza lasciarsi intimidire dalle proteste propal fuori il padiglione.
Sono arrivata all’Arsenale ricordandomi che quest’anno il padiglione israeliano non si trova ai Giardini, dove risiede dal 1952, ma qui, a causa dei restauri. Era immediatamente riconoscibile per la presenza silenziosa di due carabinieri all’ingresso. Una scena che dice molto del nostro tempo.
All’interno, l’artista era al desk, visibilmente stanco probabilmente per le giornate di tensione dei giorni precedenti. La prima cosa che ho notato sono state le mezuzot agli ingressi e ho pensato che esistono molte forme di protezione, ma nessuna più forte di quella che, nella tradizione ebraica, è affidata a D.
Rose of Nothingness, questo il titolo del padiglione, è una meditazione sul tempo, sulla memoria e sull’assenza, rappresentati da una struttura sospesa. Gocce di acqua nera cadono in una vasca rettangolare scandite da un ritmo che alterna continuità e interruzione, come un respiro trattenuto e poi rilasciato. Ogni goccia sembra lasciare una traccia invisibile nel tempo, come se la vasca fosse un calamaio contemporaneo in cui il senso non nasce dalla narrazione ma dalla ripetizione e dall’attesa. Mi ha ricordato certe intuizioni di Anselm Kiefer, dove la memoria si sedimenta nella materia, e le opere di Bill Viola, in cui l’acqua diventa soglia tra corpo e spirito. Il riferimento a Paul Celan e alla sua Todesfuge (Fuga di morte) è evidente. Il “latte nero” della poesia si trasforma qui in materia visiva, in cui vita e morte, presenza e dissoluzione si sovrappongono senza soluzione. Anche i silenzi tra una goccia e l’altra diventano significativi. La superficie riflette luci e movimenti dei visitatori, come una pagina che si scrive da sé. “Non si può vivere senza memoria” mi ha detto l’artista. “La memoria è parte della vita”. Alla base del progetto si intravede anche una dimensione di pensiero cabbalistico della creazione come processo continuo di frattura e riparazione, il tikkun che emerge dall’Ein Sof, l’infinito. Persino il sistema di irrigazione a goccia, invenzione profondamente legata alla storia agricola israeliana, assume qui un valore simbolico come rinnovamento del mondo attraverso misura, attenzione e cura. L’acqua diventa così punto di contatto tra rivelazione e nascondimento, tra passato e futuro.

Durante la nostra conversazione appoggiati a un tavolo nero di ferro su cui era incisa la parola ebraica Shamaim (cielo), è emersa la consapevolezza di un lavoro inevitabilmente attraversato dal contesto politico, e di un isolamento crescente dell’arte israeliana contemporanea. Mi ha raccontato della sua ricerca, della trasformazione inevitabilmente politica del suo lavoro, dei detrattori, dell’isolamento crescente dell’arte israeliana contemporanea. “Non mi sento al sicuro”, ha detto. “Però la mia presenza è positiva, non solo per Israele o per me come artista. Chi voleva il boicottaggio ha perso. Ha vinto la libertà di espressione”. In quel momento è diventato chiaro che il vero nodo non è la presenza di Israele alla Biennale, che non dovrebbe essere messa neanche in discussione, ma la progressiva rarefazione da oltre vent’anni, degli artisti israeliani nella mostra internazionale centrale. Un’assenza che, come ogni esclusione culturale, rischia nel tempo di trasformarsi in rimozione simbolica.
“Israele non è solo uno Stato, è anche una cultura” ha concluso Fainaru. “E io rivendico il diritto di essere un artista israeliano e un artista ebreo. Il mio gesto qui è semplice: esserci”.
La Biennale, nella sua forma più autentica, resta un atlante fragile di convivenze culturali. Ma proprio questa fragilità oggi è sotto pressione. E va difesa senza ambiguità.
Prima di ripartire sono entrata nel padiglione cinese, decisamente diverso da quello che avevo lasciato poco prima per evidenti ragioni culturali. In un universo ipertrofico di tecnologia e immaginazione, un robot realizzava ideogrammi su carta. Potevi scegliere tra Dream o Stream (sogno o flusso). Ho scelto “dream”.
Perché, nonostante tutto, continuo a credere in un’idea di arte come spazio di elevazione. Sogno un mondo in cui una madre ebrea non debba interrogarsi sulla sicurezza dei propri figli. Sogno una cultura capace di distinguere tra critica e odio. Sogno un’arte che non sia tribunale ma possibilità.
E sogno quello che sogna la mia amica Khen Shish, con cui ho passato queste poche ore a Venezia: che un artista israeliano possa essere presente alla Biennale non come eccezione o categoria geopolitica, ma semplicemente come artista e riconosciuto come tale.

Giorgia Calò
Direttore del Centro di Cultura Ebraica


redazione@shalom.it

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