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israele.net Rassegna Stampa
09.05.2026 Israele non ha “diritto di esistere” perché qualcuno pensa di essere titolato a concederglielo. Israele esiste perché esiste il popolo ebraico, punto e basta
Articolo di Jns.org

Testata: israele.net
Data: 09 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Jns.org
Titolo: «Israele non ha “diritto di esistere” perché qualcuno pensa di essere titolato a concederglielo. Israele esiste perché esiste il popolo ebraico, punto e basta»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns.org dal titolo: "Israele non ha “diritto di esistere” perché qualcuno pensa di essere titolato a concederglielo. Israele esiste perché esiste il popolo ebraico, punto e basta. La sua esistenza non è opinabile, e anche solo porre la questione è iniquo e offensivo"

Scrive Daniel Winston: La locuzione “il diritto di Israele ad esistere” – il fatto stesso che si ponga la questione – dovrebbe offendere qualsiasi persona moralmente seria ancor prima che la discussione abbia inizio.

Non perché Israele sia al di sopra delle critiche. Non perché i governi siano sacri. Non perché guerre, leader e politiche siano esenti da giudizio. Non lo sono. Gli Stati possono e devono essere criticati.

Ma la locuzione “il diritto di Israele ad esistere” non ha nulla a che fare con tutto questo. Non contesta una politica, non biasima una campagna militare.

Mette in discussione l’esistenza stessa dello Stato ebraico, come se la sovranità ebraica fosse una rivendicazione in attesa dell’approvazione da parte del genere umano.

Ramat Gan, 23 aprile 2026: un affisso con la scritta “Am Israel Hai” (“Il popolo di Israele vive”)

E chi l’ha mai chiesta?

Chi ha incaricato le nazioni, l’Onu, la casta degli attivisti, il clero editoriale, le folle universitarie e gli autoproclamati guardiani della statualità accettabile di decidere se gli ebrei possano continuare ad esistere come nazione nella loro terra?

L’indecenza si acuisce se si considera che nemmeno gli Stati che hanno commesso vere atrocità, anche mostruose, vengono abitualmente trattati in questo modo.

Nemmeno gli Stati che si sono macchiati di un vero genocidio – a differenza della calunnia del genocidio inventata di sana pianta e scagliata ciecamente contro Israele – si sono mai trovati in questa situazione.

La Germania post-Shoah non è stata costretta a dibattere sul diritto ad esistere della Germania. La Cambogia post-campi di sterminio non è stata obbligata a partecipare a discussioni metafisiche sul fatto se la Cambogia dovesse continuare ad esistere.

Gli Stati che commettono orrori vengono giudicati per le loro azioni. Possono essere sanzionati, condannati, isolati o sconfitti.

Ma il perdurare della loro esistenza nazionale non viene continuamente proposto come un rispettabile tema di un dibattito civile.

Dall’alto a sinistra: la menorah (candelabro ebraico a sette bracci) su: una moneta del periodo asmoneo (I sec. a.e.v.); l’Arco di Tito a Roma, che celebra la sconfitta della rivolta ebraica e la distruzione del Tempio di Gerusalemme (I sec. e.v.); l’architrave di una sinagoga in Terra d’Israele del I-IV sec. e.v.; il passaporto dello Stato d’Israele. Scrive Daniel Winston: “Gli ebrei sono un popolo con una patria, una storia, una lingua, una memoria e una rivendicazione antica e profonda” (clicca per ingrandire)

Succede solo con l’esistenza di Israele.

Questo fatto, di per sé, dice quasi tutto ciò che occorre sapere. Non è rigore morale. È degenerazione morale di una varietà singolarmente indecente.

È un mondo così deformato dall’ossessione antiebraica da trattare l’unico stato ebraico come l’unico stato condizionato, l’unico provvisorio, l’unico suscettibile di revisione della sua stessa esistenza.

La locuzione stessa è una confessione. Confessa che per vaste fasce del mondo moderno, gli ebrei rimangono l’unico popolo la cui esistenza collettiva nazionale può ancora essere sottoposta a inquisizione morale.

E poi arriva la parte più umiliante: persino molti difensori di Israele si rendono complici di questa oscenità.

Si presti attenzione alla formula che vorrebbe essere di sostegno: “Credo che Israele abbia il diritto di esistere”.

No. Non ci siamo. Il punto non è quello che tu credi. Il punto non è il tuo permesso. Il punto non è la tua certificazione.

Perché mai l’opinione di qualcuno dovrebbe essere rilevante? Da quando la sovranità ebraica è diventata una questione di approvazione personale, come se si stesse esprimendo un’opinione come un’altra sulla politica fiscale o sulla riforma urbanistica?

La frase suona di sostegno solo perché lo standard è già stato degradato al punto da essere irriconoscibile. In realtà, non fa che accettare la premessa indecente.

Chi la dice continua a porsi nel ruolo di colui che concede licenze morali: di colui che, dopo aver attentamente ponderato, è giunto alla conclusione che sì, a suo giudizio gli ebrei possono rimanere una nazione.

Questa non è solidarietà. È meschino colludere con un quadro concettuale grottesco.

Lo stesso vale quando sono gli stessi ebrei a usare questo linguaggio.

Possono avere le migliori intenzioni. Possono immaginare di difendere Israele in termini comprensibili per il mondo. Possono pensare di affrontare coraggiosamente l’accusa a viso aperto.

Ma nel momento in cui iniziano ad argomentare a favore del “diritto ad esistere” di Israele, hanno già ceduto il terreno decisivo.

Hanno accettato che questa sia una questione a cui si debba rispondere, anziché una premessa da respingere con orgoglio e disprezzo.

Un popolo non implora docilmente il permesso di esistere. Una nazione non si presenta al cospetto di spocchiosi moralisti stranieri per giustificare la propria sopravvivenza.

Il popolo ebraico, più di ogni altro, dovrebbe sapere che non bisogna interiorizzare le categorie di coloro che ti mettono sotto processo.

Eppure troppi continuano a farlo.

Spiegano il sionismo. Invocano il diritto internazionale. Ricordano il carattere autoctono degli ebrei in Terra d’Israele, la loro presenza continua, l’archeologia, l’intransigente rifiuto arabo, le guerre d’annientamento, le campagne terroristiche, la Shoah e la necessità di rifugio. Sollecitano conferenze e risoluzioni per combattere l’antisemitismo.

Tutto vero. Parte di tutto ciò è utile in altri contesti. Ma qui, non coglie il punto fondamentale.

Israele non ha bisogno di argomenti esposti in modo più raffinato, davanti a un tribunale fasullo che non ha nemmeno il diritto di insediarsi.

Il vero scandalo, quindi, non è solo che il mondo ponga la questione. È che così tanti, anche ebrei, continuano a rispondere.

Siedono al banco degli imputati, raccolgono prove, affinano il linguaggio e sperano che un’argomentazione migliore possa portare a un verdetto equo.

Ma non c’è nessun verdetto equo che si possa ottenere da una premessa così traviata in partenza.

Nel momento in cui gli ebrei si mettono a difendere il “diritto ad esistere” di Israele, hanno già concesso agli intrusi un’autorità che non possiedono.

È barbarie mascherata da etica.

E poiché si presenta ammantata nel linguaggio dei diritti umani, della decolonizzazione, della giustizia e del diritto internazionale, molte persone solitamente intelligenti non si rendono conto di quanto sia offensivo ciò che dicono.

Sentono ripetere questa frase così spesso che inizia a sembrargli normale, persino raffinata.

Non è né l’una né l’altra cosa. È malata.

È normalizzare l’idea che l’esistenza nazionale ebraica sia opinabile.

Israele non esiste perché le nazioni lo accettano. Non esiste perché degli illuminati occidentali, dopo molto travaglio interiore, hanno deciso di permetterlo.

Non esiste nemmeno perché i suoi difensori hanno votato sì.

Israele esiste perché esiste il popolo ebraico.

Esiste perché gli ebrei non sono una fluttuante astrazione, non sono semplicemente gli aderenti a una religione, non sono un popolo da museo conservato per fare didattica morale, non sono una minoranza permanente destinata a sopravvivere solo per graziosa concessione.

Gli ebrei sono un popolo con una patria, una storia, una lingua, una memoria e una rivendicazione più antica e profonda delle vanità delle chiacchiere moraliste contemporanee.

E dunque, alle nazioni: chi vi ha chiesto niente?

E a noi stessi: perché continuiamo ad accettare di discuterne?

La risposta appropriata alla discussione sul “diritto ad esistere” di Israele non è un’argomentazione più elaborata, un panel di esperti migliore o un documento più articolato.

È il rifiuto: il rifiuto di ammettere la premessa, di accettare la cornice concettuale, di partecipare all’umiliazione.

Israele esiste. Il popolo ebraico esiste. E questo non è oggetto di discussione. Punto.

(Da: jns.org, 5.5.26)


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