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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
08.05.2026 Il nostro vecchio mondo brucia e i media ci ripetono che sta andando tutto bene
Commento di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 08 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Il nostro vecchio mondo brucia e i media ci ripetono che sta andando tutto bene»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Il nostro vecchio mondo brucia e i media ci ripetono che sta andando tutto bene"


Giulio Meotti

Dalle chiese incendiate ai morti accoltellati. Se deve essere censura mainstream, ben venga la rivolta che i salotti buoni infarciti di relativismo multiculturale liquidano come "populismo".

Ho dato una lunga intervista a Piero Vietti di Tempi

Abbiamo parlato di un po’ di temi legati al mio ultimo libro, Titanic Europa. Ho provato a spiegare perché, nelle condizioni in cui ce la passiamo, non credo alla parola “populismo”. 

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C’è un capitolo nel libro sugli attacchi chiese (e alle sinagoghe) in Europa. 

Come la chiesa di Montenach, costruita tra il 1884 e il 1886, sopravvissuta a due guerre mondiali e devastata domenica da un incendio.

I numeri, freddi come lapidi, parlano chiaro: decine di chiese devastate dal fuoco ogni anno, mentre altri luoghi di culto godono di un’immunità inspiegabile. Non si tratta di fatalità meteorologiche o di cortocircuiti casuali. È un pattern che interroga la nostra capacità di nominare la realtà senza eufemismi. Le élite parigine e bruxellesi, barricate nei loro salotti intellettuali, preferiscono non vedere, ma il cittadino sente l’odore acre di una dissoluzione programmata.

Secondo l’Osservatorio per i Beni Religiosi, fondato nel 2006 per salvaguardare il patrimonio religioso francese, nel 2023 27 chiese sono state bruciate. Nel 2024, si sono verificati 26 incendi di chiese. I dati relativi al 2025 saranno pubblicati a maggio o giugno.

Le chiese e le sinagoghe bruciano, le moschee no.

Nel Quebec ci sono state tre chiese incendiate in tre settimane. 

 

Intanto, a Barcellona, una giovane donna veniva brutalmente accoltellata a morte al grido di “Allahu Akbar” in una affollata strada di Esplugues de Llobregat. Il premier socialista spagnolo Pedro Sanchez ha concesso la cittadinanza spagnola a 500.000 persone, per cui aspettiamoci altre scene da guerra civile per le strade. 

Poi altri accoltellamenti a Barcellona nelle stesse ore. 

Se non avete letto questa notizia nei giornali di punta chiedetevi se realmente esista la “libertà di stampa” e se il giornalismo mainstream valga la pena di essere salvato. 

Non è la stessa città che il prossimo anno ricorderà, forse, i dieci anni dalla strage sulle Ramblas? Il video è qui, prima che lo cancellino dall’etere. 

Gli accoltellati a morte di Barcellona non hanno meritato una riga sui nostri giornali: non sono personaggi mediatici come i figli viziati saliti sull’ennesima Flotilla per Gaza (e per Hamas) e sul cui benemerito arresto da parte di Israele la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per “sequestro di persona”(vicenda forse più ridicola del “cecchino ebreo del 25 aprile”). 

Intanto in Olanda, a Loosdrecht, sulle rive del lago omonimo, in un paese poco più grande di Montenach, si svolgeva una rivolta popolare dopo che la sede comunale è stata requisita per ospitare un centinaio di giovani africani. 

Le donne sono in prima linea nella battaglia “per la sicurezza delle loro figlie”. Loosdrecht, a una trentina di chilometri a sud di Amsterdam, ha visto il palazzo comunale destinato ad accogliere giovani maschi africani. Il nome di Lisa era sulle labbra di tutti: questa ragazza di 17 anni assassinata l’estate scorsa mentre tornava in bicicletta a casa in un villaggio vicino ad Amsterdam. Un richiedente asilo nigeriano, ospitato in un centro di accoglienza, ha confessato l’omicidio, oltre a uno stupro.

Ogni società ha regolato l’accesso allo spazio femminile con rituali, tabù e confini. Abbatterli in nome della “diversità” significa invitare il caos. Ed è proprio quello che stiamo facendo noi. Auguri! 

Non si tratta di un caso isolato statistico: è il segnale di un modello migratorio che importa, in proporzioni massicce, giovani maschi provenienti da contesti culturali dove l’impulso sessuale non è stato temperato dalle stesse costrizioni sociali occidentali. Le donne di Loosdrecht lo sanno senza bisogno di tavole rotonde sociologiche. Sanno che la promiscuità forzata tra adolescenti locali e africani genera violenza, non armonia. E lo dicono apertamente, senza chiedere il permesso ai guardiani del pensiero unico.

Questo borgo olandese, incastonato tra le acque del lago, non è più un idillio di canali e prati verdi: è diventato teatro di una rivolta che i salotti buoni dell’Europa vorrebbero bollare come oscurantismo, ma che rivela invece la nuda verità antropologica di ogni comunità umana. 

   

Loosdrecht

A Loosdrecht, anche la comunità ucraina si è schierata con la resistenza contro l’“usurpazione”. “Sono cristiani, si comportano in modo esemplare”, ha affermato una manifestante costretta a spiegare le presunte sfumature razziste denunciate da qualche benpensante. 

Cristiani praticanti, integrati, rispettosi delle leggi del paese che li ha accolti dopo la tragedia della guerra, rappresentano un controesempio vivente alla narrazione dominante. Non tutti i migranti sono uguali: alcuni fuggono da conflitti mantenendo un codice etico compatibile con l’Occidente, altri portano con sé fratture antropologiche più profonde.

Lo stesso succede in Inghilterra. 

Chi ha perso tutto per difendersi dall’invasione non intende ora perdere l’identità in nome di un multiculturalismo che somiglia sempre più a una resa unilaterale.

I rifugiati ucraini sono spaventati perché ci sono “troppi musulmani” a Birmingham. L’emittente statale Channel 4 ha indagato sullo stato dell’integrazione dei rifugiati ucraini nel Regno Unito e ha rivelato che alcuni di coloro sono rimasti scioccati dalla composizione etnico-religiosa dell’Inghilterra. Una madre ucraina ha paura di mandare suo figlio in una scuola dove “la maggior parte dei bambini è nera e asiatica” e “non ci sono abbastanza bambini bianchi”. “Non avevamo preso in considerazione le differenze culturali. La maggior parte dei miei vicini sono musulmani. Molti di loro sono del Kashmir o pakistani”.

Un reporter del giornale di destra De Telegraaf ha fatto il Cassandro: “Coloro che sono eletti dal popolo giocano con il fuoco se smettono di rappresentare quel medesimo popolo”.

Le élite possono continuare a pontificare sulla “diversità”, ma i cittadini comuni, quelli che pagano le tasse e vivono nella realtà, ricordano una verità elementare: una società funziona quando chi arriva accetta di conformarsi al patto preesistente e non pretende di ribaltarlo.

Due mesi fa lo raccontai: “C’è qualcosa che non distruggeremo in nome del multiculturalismo e del progressismo? ‘Le nostre campagne sono troppo bianche: portiamoci l’immigrazione’. Se sembrava che avessero un piano, ora lo dicono apertamente: ‘Del vecchio modo di vivere non rimanga in piedi niente’”. 

Protestare a Loosdrecht non è odio, è amore. Amore per le proprie figlie che vogliono pedalare libere al tramonto, per i figli che meritano di crescere in un ambiente riconoscibile, per una cultura che ha prodotto Rembrandt e non intende suicidarsi per espiare colpe immaginarie. È la difesa legittima di un “noi” che precede ogni contratto sociale astratto. In tempi di relativismo obbligatorio, imposto dalle burocrazie e che ha trasformato la tolleranza in arma di autodistruzione, questo istinto di conservazione appare rivoluzionario.

I manifestanti di Loosdrecht, le madri ucraine di Birmingham, i contadini francesi che vedono le loro chiese fumare, ricordano a tutti noi una verità indigesta: una civiltà muore non solo per conquista esterna, ma quando smette di amare se stessa.

Ecco perché sono fiero di queste persone che protestano. Perché vogliono proteggere se stessi e le loro famiglie. Non vogliono vedere manifesti elettorali in urdu e bengalese. Sono loro l’“uomo semplice” a cui ho dedicato l’ultimo capitolo di Titanic Europa

Perché solo chi osa nominare il reale può ancora sperare di salvarlo.

L’Europa periferica non è ancora morta. E fa bene al cuore vederla ribellarsi a un destino segnato. Che possa ancora salvare l’Europa, resta da vedere. C’è da sperarlo o non ci resterà che preparare le valigie, come in queste ore stanno facendo gli ebrei inglesi


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giuliomeotti@hotmail.com

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