Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 07/05/2026, a pagina 7, l'analisi di Mariano Giustino dal titolo: "Trump pressa Teheran sull’accordo ma il regime non vuole compromessi".

Mariano Giustino
Continua il balletto della Casa Bianca con l’Iran sullo stretto di Hormuz e sul nucleare. Trump segnala ai mercati che la guerra potrebbe presto finire, mentre avverte Teheran che potrebbe presto riprendere. Dal canto suo la Repubblica islamica segnala sia agli Stati Uniti che alla propria popolazione che - nonostante l’enorme forte pressione economica – non si piega.
Quella tra Stati Uniti e Iran non è più una guerra aperta militare squisitamente combattuta con le armi classiche, ma è diventata un conflitto a strangolamento reciproco nello Stretto di Hormuz, con Teheran che cerca di soffocare l’economia globale e Trump che cerca di strangolare la Repubblica islamica fino alla sottomissione.
Trump avverte che riprenderanno a bombardare l’Iran “a un livello e con un’intensità molto maggiori” se Teheran rifiuterà l’accordo. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha risposto che sta esaminando la proposta statunitense e la risposta sarà data tramite il Pakistan, che funge da mediatore. Il presidente americano si riferisce a un memorandum d’intesa di una sola pagina volto a porre fine alla guerra. Secondo Axios, l’amministrazione Usa ritiene di essere vicina a un accordo sul documento che stabilirebbe un quadro di riferimento per negoziati più dettagliati sul programma nucleare iraniano.
Il testo dichiarerebbe la fine della guerra nella regione e l’inizio di un periodo di 30 giorni di negoziati su un accordo dettagliato per aprire lo stretto di Hormuz, limitare il programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni statunitensi e per il rilascio graduale dei fondi iraniani congelati. Le trattative potrebbero avvenire la prossima settimana a Islamabad o a Ginevra, sostiene Trump in una sua intervista a Pbs e la firma prima del suo viaggio in Cina previsto per il 14 e il 15 maggio.
Le restrizioni dell’Iran sul trasporto marittimo attraverso lo stretto e il blocco navale degli Stati Uniti verrebbero gradualmente revocate durante i 30 giorni di negoziati. Ma se le trattative fallissero, le forze statunitensi potrebbero ripristinare il blocco o riprendere l’azione militare. Il presidente Usa, infatti, non ha abbandonato la sua tattica di massima pressione.
Poche ore prima, il segretario di Stato Marco Rubio aveva difeso l’operazione navale, definendola necessaria per fermare quello che aveva descritto come “l’ultimo disperato tentativo di sabotaggio economico” dell’Iran. Ma sulla fine del conflitto non vi è da farsi troppe illusioni. Il regime iraniano cerca di prendere respiro e di guadagnare tempo per riorganizzarsi e resta fermo, inchiodato, sulle sue linee rosse: nucleare, missili balistici, sanzioni ed espulsione di Israele e Usa dal Medio Oriente. Ha precisi obiettivi da raggiungere che vanno dalle garanzie che non vi sarà più alcun attacco militare, al ritiro delle forze statunitensi dalle aree circostanti l’Iran, fino al sollevamento del blocco navale e alla creazione di un nuovo meccanismo per lo Stretto di Hormuz. Inoltre, il regime non è disposto a rinunciare alla possibilità di sviluppo del nucleare, al suo programma di missili balistici e si rifiuta di consegnare i 440 kg di uranio arricchito. Chiede lo sblocco dei suoi beni congelati, il risarcimento per i danni della guerra, la revoca di tutte le sanzioni e la fine della guerra a Hezbollah, Hamas, Jihad islamica e Houthi.
Per quasi cinquant’anni, il governo islamico iraniano è sopravvissuto alle pressioni finanziarie degli Stati Uniti vendendo petrolio alla Cina. Ha contrastato la potenza militare americana con tattiche di guerriglia. Ma con il blocco navale imposto dalla Marina statunitense, questa strategia si sta rivelando inadeguata. Teheran pensava di avere la meglio dopo l’inizio della guerra a febbraio, quando attaccò le navi che attraversavano lo Stretto di Hormuz, bloccando il traffico commerciale e un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Sei settimane dopo l’inizio del conflitto, gli Stati Uniti risposero bloccando le spedizioni da tutti i porti iraniani. Ciò ha smantellato la rete di navi fantasma iraniane che per anni avevano sfidato le sanzioni statunitensi sulle ingenti esportazioni di petrolio dell’Iran, scomparendo in mare prima di trasferire clandestinamente i loro carichi in Cina.
Le sue rotte commerciali alternative non sembrano sufficienti a resistere. Per questo si stava adoperando per inviare parte del suo petrolio via ferrovia in Cina e per importare generi alimentari via terra dal Caucaso e dal Pakistan. Ma solo il 40% del commercio iraniano può essere reindirizzato al di fuori dei porti bloccati.
La guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha lanciato una nuova minaccia agli Stati Uniti: “Gli stranieri che commettono il male meritano di finire nelle profondità dell’acqua”, ha dichiarato in un comunicato scritto, letto da un presentatore della televisione di stato. Khamenei non è apparso in pubblico da quando è succeduto al padre, ucciso il 28 febbraio in un attacco israeliano.
La guerra ha imposto un costo elevato all’economia iraniana, con oltre un milione di persone senza lavoro, prezzi dei generi alimentari alle stelle e una prolungata interruzione di internet che ha colpito duramente le attività commerciali online. La sua economia, già in crisi, rischia ora il collasso.
Ora l’Iran sta cercando di ricostruire il suo esercito gravemente ferito e sta sfruttando la fragile tregua per riorganizzarsi mentre all’interno del paese continua quotidianamente a eliminare tramite impiccagione i giovani oppositori che hanno osato sfidarlo a mani nude nelle manifestazioni del gennaio scorso.
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