giovedi` 07 maggio 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Il Partito Democratico, un partito infestato di antisemiti. Video di Iuri Maria Prado 27/04/2026

Clicca sulla foto per il video



Clicca qui






Setteottobre Rassegna Stampa
07.05.2026 Petrolio iraniano e rete turca il caso Aspan da 50 milioni
Commento di Shira Navon

Testata: Setteottobre
Data: 07 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Shira Navon
Titolo: «Petrolio iraniano e rete turca il caso Aspan da 50 milioni»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE online il commento di Shira Navon dal titolo: "Petrolio iraniano e rete turca il caso Aspan da 50 milioni"

Petrolio iraniano e rete turca il caso Aspan da 50 milioni

Un’inchiesta ricostruisce il circuito di società, identità opache e rotte marittime che hanno aggirato le sanzioni fino al sequestro deciso dagli Stati Uniti

 

Il rapporto pubblicato da Nordic Monitor – piattaforma di informazione indipendente con sede in Svezia, fondata dal giornalista turco in esilio Abdullah Bozkurt – mette ordine in una vicenda che, letta tutta insieme, restituisce l’immagine di un meccanismo oliato e tutt’altro che improvvisato, nel quale una società registrata a Istanbul, Aspan Petrokimya, si trova al centro di un contenzioso giudiziario negli Stati Uniti legato al sequestro di oltre 700 mila barili di greggio iraniano, poi venduti per più di 50 milioni di dollari dopo la confisca.

La società compare formalmente nel febbraio 2020 nel distretto di Şişli, con un oggetto sociale insolitamente ampio che spazia dal commercio petrolchimico alla logistica internazionale fino alle operazioni finanziarie, una struttura elastica che consente di muoversi tra diversi livelli operativi senza attirare attenzione immediata. A colpire, nel lavoro di ricostruzione dei registri commerciali turchi, è soprattutto il passaggio di controllo avvenuto nel maggio 2023, quando la proprietà viene attribuita a Mahdieh Sancoulli, cittadino iraniano già colpito da sanzioni statunitensi.

Secondo i documenti del Dipartimento del Tesoro americano citati nell’indagine, Sancoulli risulta coinvolto dal 2019 in operazioni di esportazione di greggio iraniano attraverso società con base negli Emirati Arabi Uniti, tra cui Petrogat FZE ed Emerald Global FZE, entrambe inserite nelle liste sanzionatorie. Il suo nome compare anche in relazione alla Naftiran Intertrade Company, il braccio commerciale della compagnia petrolifera nazionale iraniana, un nodo cruciale per comprendere come il petrolio soggetto a restrizioni riesca comunque a raggiungere i mercati internazionali.

Il dato più interessante, perché racconta un’intenzione precisa, riguarda la modifica dei dati anagrafici richiesta nel 2025, con l’indicazione di una nazionalità emiratina al posto di quella iraniana. Non è un dettaglio burocratico. È un passaggio che segnala la necessità di muoversi dentro un sistema dove l’identità diventa uno strumento operativo, quasi un accessorio da adattare alle circostanze.

Sul piano operativo, i documenti del tribunale federale americano descrivono una sequenza che segue uno schema ormai noto ma ancora efficace. Il greggio parte da Kharg Island, principale terminale iraniano, e viene trasferito attraverso operazioni ship-to-ship, spesso con i transponder disattivati per evitare il tracciamento. Le immagini satellitari citate negli atti mostrano petroliere affiancate nel Golfo Persico durante questi passaggi, mentre la documentazione di carico viene alterata per indicare una provenienza omanita, cancellando l’origine reale del petrolio.
Il carico resta in navigazione per mesi, attraversa il Golfo Persico, il Mar Arabico, il Canale di Suez e il Mediterraneo, fino a transitare anche nel Bosforo, quindi sotto giurisdizione turca. È un dettaglio che pesa, perché inserisce la Turchia in una posizione geografica e politica delicata, esposta a dinamiche che riguardano direttamente l’elusione delle sanzioni internazionali.

Quando la partita arriva in tribunale, la mossa sorprendente è che a rivendicare la proprietà del greggio non siano entità iraniane, bensì Aspan Petrokimya, che nel 2022 presenta una richiesta formale per ottenere i proventi della vendita. I procuratori statunitensi sostengono invece che il controllo effettivo fosse della compagnia petrolifera iraniana, supportando la tesi con certificati di origine e altri elementi raccolti durante l’indagine.

La corte d’appello federale, con una decisione del 21 aprile, conferma la confisca stabilendo che la proprietà va valutata al momento dell’operazione illecita e che gli elementi disponibili indicano un controllo riconducibile a Teheran. Nella motivazione compare anche il riferimento ai legami con i Pasdaran, che rafforza l’interpretazione secondo cui queste operazioni abbiano una finalità che va oltre il semplice profitto commerciale.

Il caso Aspan, letto insieme ad altri precedenti come quello della Halkbank, citato da Nordic Monitor, suggerisce che non si tratti di episodi isolati, bensì di un sistema che sfrutta zone grigie giuridiche, flessibilità societarie e ambiguità politiche per continuare a funzionare. La differenza, oggi, è che le tracce si accumulano e diventano più difficili da ignorare, anche per chi finora ha preferito guardare altrove.


info@setteottobre.com

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT