Riprendiamo da IL GIORNALE di oggi, 07/05/2026, il commento di Fiamma Nirenstein dal titolo: "Può funzionare un eventuale accordo?"

Fiamma Nirenstein
È molto dubbio se si arriverà alla firma della paginetta in 14 punti che i pakistani sventolano felici senza che tuttavia ancora l’Iran ne abbia nemmeno certificato la lettura. Ancora nessuno neppure negli USA ne conferma appieno i contenuti. E se già Mojtaba Khamenei dovesse dare dal letto di dolore (così sembra) il suo assenso, si prevede un mese intero di discussione, e qualcosa già non torna. Difficile immaginare che Trump affiderebbe all’ONU nelle sembianze dell’UAE il controllo dei risultati di uno dei punti più importanti, l’eliminazione del pericolo atomico iraniano, che ha ripetuto mille volte. Eppure ieri Trump ha lanciato un messaggio nuovo affermando che con molto ottimismo gli pareva che si fosse arrivati all’obiettivo di un possibile accordo. Poco prima, Rubio aveva detto che l’impresa bellica era conclusa, ma proclamando la vittoria militare: “Non una nave, non un aereo, non un’industria rimasti nelle sue mani”. Ora, Trump forse vuole portare a casa i risultati, ma quali possibilità ci sono che nelle prossime 24 ore questo accada? Lo sblocco di Hormuz non è difficile per la flotta statunitense; poi nel foglietto si troverebbe l’uranio arricchito da consegnare a una terza entità internazionale, c’è chi dice Putin di cui l’Iran si fida e questo per Israele funziona male.
Per 15 anni l’Iran, in questa pace; dovrebbe astenersi dall’arricchimento atomico; l’IAEA, molto debole, controllerebbe. E il resto? I proxy? Soprattutto gli Hezbollah che non hanno sotterrato l’ascia di guerra e dal Libano impediscono a Israele di vivere attaccando e bombardando città e agricoltura, scuole e lavoro, mentre l’esercito deve seguitare a combattere con una mano legata dietro la schiena e Israele cerca una pace impossibile? E Hamas che non disarma, e gli Houty con i missili su Israele? L’Iran libero da sanzioni potrà di nuovo riempirli di soldi e di armi? L'industria di droni, di missili balistici che Israele ha assaggiato nelle guerre, potranno seguitare a autoprodurre, la loro minaccia? E insomma, il mostro autocrate iraniano che perseguita le donne, i dissidenti, i gay deve sopravvivere? In Israele si dicono cose diverse: c’è chi sostiene che se li è trovati lì ieri mattina senza essere stata consultata; anzi, gli alleati americano e israeliano si stessero preparando a effettuarlo.
D’altra parte si dice che Trump e Netanyahu parlano al telefono ogni giorno, e che se la cosa, e non è detto, dovesse andare avanti, la pazienza strategica troverà con calma la sua soddisfazione: per Trump si tratta di cercare una vittoria politica e morale, per Israele è una questione di sopravvivenza che però dopo la guerra può essere meno drammatica, mentre si aprono nuovi orizzonti. Il Libano ne è l’esempio migliore, qui Trump certo non ignora che una ritirata israeliana sballerebbe tutto il nuovo equilibrio costruito in questi mesi proprio sull’utilità di Israele contro il nemico comune. Molti Paesi arabi sono sempre più convinti di nuovi patti di Abramo, primi gli Emirati che si difendono dall’Iran con il sistema antimissile israeliano. E d’altra parte un Iran al lumicino, ormai affamato, con 184 milioni di barili fermi; con le Guardie della Rivoluzione che cannibalizzano lo stato e prosciugano ogni liquidità per sopravvivere a spese della piramide statuale sopravvissuta; con le industrie a pezzi; l’80 per cento della popolazione che odia gli Ayatollah ha come solo obiettivo la sopravvivenza attaccata alla zattera del pacifismo internazionale. Pezeshkian e fra i due o tre che lo capiscono e forse spinge in queste ore per consegnare quel maledetto uranio.
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