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Setteottobre Rassegna Stampa
06.05.2026 Hamas non è un problema da gestire ma una minaccia da eliminare
Commento di Daniele Scalise

Testata: Setteottobre
Data: 06 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «Hamas non è un problema da gestire ma una minaccia da eliminare»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Hamas non è un problema da gestire ma una minaccia da eliminare"

Hamas non è un problema da gestire ma una minaccia da eliminare

Tsahal prepara il ritorno mentre il movimento islamista si riarma e rifiuta ogni disarmo

 

Insomma, vogliamo smettere di raccontarci favole? Hamas è ancora presente e minaccioso a Gaza. Non ci piace la guerra, non piace a nessuno, nemmeno al dottor Stranamore, ma Hamas va eliminato dalla faccia della terra, come sono stati eliminati i nazisti. Punto. Se avete voglia di favole, leggete i fratelli Grimm e Andersen. Israele è sotto minaccia costante. Farà pure una marea di errori, strategici, tattici, comunicativi. Ma è sotto minaccia e rischia ogni momento di scomparire. Smettetela di raccontarvi e raccontarci frescacce.

I fatti si presentano con una testardaggine che le opinioni non riescono a scalfire. A oltre sei mesi dalla fine ufficiale delle operazioni militari a Gaza, Hamas non è stato né sconfitto né disarmato. Al contrario, secondo fonti interne all’apparato militare israeliano, ha rafforzato il proprio controllo sulla Striscia, ha ripreso a produrre razzi, ordigni esplosivi e missili anticarro. Non è un relitto della guerra passata, è un attore che si prepara a quella futura.

Dentro lo stato maggiore israeliano il linguaggio è diretto, privo di alibi. La missione non è conclusa. Il punto non è solo militare ma politico: Hamas rifiuta il disarmo, ha respinto più cicli negoziali al Cairo e non ha alcuna intenzione di rinunciare al governo della Striscia. Il cessate il fuoco ha congelato il conflitto senza risolverlo. E un conflitto congelato, in quell’area del mondo, non resta mai fermo: accumula tensione, si riorganizza, poi esplode.

Sul terreno, intanto, si registrano segnali concreti. Tsahal ha ridistribuito forze, spostando brigate dal fronte libanese verso Gaza e la Giudea-Samaria, mentre il comando sud ha aggiornato i piani operativi ed è pronto a riprendere le operazioni su larga scala. Nelle ultime settimane le operazioni mirate si sono intensificate, con decine di miliziani eliminati anche durante la tregua. Il controllo territoriale si è esteso progressivamente fino a sfiorare il sessanta per cento della Striscia. La guerra, insomma, non è finita. Ha solo cambiato forma.

Il nodo vero, però, non è solo militare. È umano, sociale e politico. Una nuova offensiva richiederebbe una mobilitazione massiccia dei riservisti, con un costo che pesa su una società già sottoposta a uno stress che dura dal 7 ottobre 2023. Per chi non se ne fosse accorto gli consigliamo di guardare il calendario, dal suo comodo divano del salotto. C’è chi, tra i vertici militari, invita alla prudenza, a rinviare un’operazione terrestre per non logorare ulteriormente uomini e risorse. Ma il tempo, in questo caso, non è neutrale. Ogni mese che passa è un mese guadagnato da Hamas per riorganizzarsi.

Ed è qui che crolla la favola più diffusa, quella che piace tanto raccontarsi a distanza di sicurezza. Non esiste una versione “moderata” o “gestibile” di Hamas. Non esiste un equilibrio possibile tra uno Stato e un’organizzazione che ha come obiettivo dichiarato la sua distruzione. Si può negoziare su molte cose, ma non sulla propria esistenza. E quando questo dato viene ignorato, tutto il resto diventa un esercizio retorico.
Dall’Europa si continua a invocare tregue permanenti, soluzioni semplici, compromessi che funzionano nei salotti ma non reggono sul campo. Si preferisce pensare che il problema sia la reazione israeliana, non la minaccia che la rende inevitabile. Si coltiva l’illusione che basti fermarsi per indurre anche l’altro a fermarsi. È una comoda illusione, ma resta un’illusione.

Israele può sbagliare, e sbaglia, altroché se sbaglia. E spesso nemmeno poco. Ma resta una democrazia sotto assedio, non un aggressore in cerca di pretesti. È una differenza che pesa, e che dovrebbe orientare il giudizio. Lasciate per un momento i gin tonic sul tavolino e cercate, se ce la facete, a pensare seriamente. Perché quando si perde di vista il punto fondamentale – la sopravvivenza di Israele – si finisce per rovesciare la realtà, trasformando chi si difende in colpevole e chi minaccia in vittima.

La discussione, in Israele, è aperta, spesso dura. È il segno di una società viva e piena di contraddizioni. Ma al di là delle divisioni interne, una cosa è chiara: finché Hamas resta armato e radicato a Gaza, la guerra non è alle spalle. È sospesa. E in quella sospensione si prepara già il prossimo capitolo.


info@setteottobre.com

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