Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 05/05/2026, a pag. 4, l'intervista di Aldo Torchiaro a Emanuele Fiano dal titolo: "'Che fatica stare a sinistra da ebrei ma io non mi arrendo'. Parla Fiano"

Emanuele Fiano
Emanuele Fiano, già deputato del Partito Democratico, è presidente di Sinistra per Israele: un’area riformista che lavora per ricucire il rapporto tra cultura progressista e Stato ebraico, contro ogni deriva antisemita e ogni semplificazione ideologica nel dibattito pubblico.
Fiano, partiamo dal dato internazionale: solo l’11% degli italiani considera Israele un Paese alleato. È un dato che la sorprende?
«È un dato che colpisce, ma non mi sorprende fino in fondo. Viviamo un tempo in cui la violenza e la guerra, soprattutto dal 7 ottobre in poi, si sono trasferite anche nel dibattito pubblico occidentale, trasformandosi in ostilità verso Israele. Questo ha inciso profondamente sulla percezione collettiva, deformandola e radicalizzandola progressivamente nel tempo».
Parla di una “trasposizione” della violenza: che cosa significa concretamente nelle nostre società?
«Significa che immagini e narrazioni molto forti hanno generato una violenza verbale, politica e intellettuale. Si partecipa emotivamente a conflitti complessi senza comprenderli fino in fondo, con una radicalità che prima non esisteva, spesso alimentata da social media, propaganda e semplificazioni ideologiche diffuse».
Perché Israele suscita reazioni così forti rispetto ad altri scenari di guerra?
«Perché l’immaginario ebraico è parte della storia dell’Occidente. Non è solo la Shoah, è un legame culturale profondo. Ciò che accade in Israele viene percepito come qualcosa di “familiare”, nel bene e nel male, generando reazioni più intense, emotive e spesso fortemente polarizzate».
Eppure su altri fronti, come l’Iran, il livello di attenzione sembra minore...
«Sì. Si parla meno delle repressioni, delle violenze, delle libertà negate. L’Iran viene trattato come un attore geopolitico tra i tanti, dimenticando la natura del suo regime e il livello di brutalità interna che esercita quotidianamente contro oppositori, donne e minoranze: si parla di 30.000 morti per le repressioni delle piazze da parte del regime. O meglio: non se ne parla, ma se ne dovrebbe parlare».
Quanto finisce per incidere, questo clima internazionale, su ciò che accade nelle città italiane?
«Incide molto. Le scritte di odio, le pietre d’inciampo vandalizzate, le minacce: tutto questo nasce anche dal trasferimento di un odio verso Israele che in alcuni casi diventa odio verso gli ebrei, creando un cortocircuito pericoloso, diffuso e culturalmente devastante».
Siamo di fronte a un’onda nuova di antisemitismo?
«Sì, è sin troppo evidente. Anche se va detto con equilibrio: esistono tragedie reali, come quella di Gaza, che vanno riconosciute. Ma l’intensità del conflitto sta producendo un clima in cui si mescolano Israele ed ebrei, ed è lì che nasce il problema più grave e insidioso».
Il caso Milano, con lo scontro fuori scala in Consiglio comunale sul gemellaggio con una municipalità progressista come quella di Tel Aviv, che cosa ci dice della sinistra oggi?
«Ci dice che viviamo una fase di grande confusione. Se non si accetta la complessità, si scivola nel massimalismo: bene contro male, bianco contro nero. Ma la realtà è fatta di molte sfumature che la politica dovrebbe saper interpretare con responsabilità e profondità».
È qui che si inserisce il lavoro di Sinistra per Israele?
«Esattamente. Il nostro obiettivo è creare dialogo, conoscenza, relazioni. Per esempio mettere in contatto il Pd con i democratici di Tel Aviv, per capire cosa fanno le forze di opposizione a Netanyahu e chi lavora per la pace, costruendo ponti concreti e duraturi».
Sinistra per Israele resta però una minoranza. In un mondo ideale, tutto il Pd aderirebbe a Sinistra per Israele. E invece, al contrario…
«Sì, è una minoranza, ma in crescita. Oggi è più difficile anche solo dire “per Israele”, ma il nostro lavoro è proprio quello di tenere aperto quello spazio politico, culturale e civile necessario».
La politica italiana, e in particolare la sinistra, cosa dovrebbe fare per contrastare antisemitismo e radicalizzazione?
«Dovrebbe aiutare a fare chiarezza, evitare semplificazioni e rafforzare i rapporti con le forze della pace in Israele. Bisogna costruire conoscenza e relazioni, non slogan: solo così si combattono odio e ignoranza e si ricostruisce fiducia pubblica».
La sinistra rimuove la complessità rischiando il massimalismo?
«Se non c’è un’assunzione di questo caos, di questa confusione da risolvere soprattutto a sinistra – tra l’altro l’ultimo libro di Gilles Kepel, il grande islamista della Sorbonne, si occupa del caos – allora si va verso il massimalismo, che vuol dire radicalismo della semplificazione».
Le piazze del 25 aprile hanno mostrato proprio questo radicalismo…
«Purtroppo sì. Tanti ebrei hanno ormai paura di andare in piazza con la kippah, il 25 aprile. E quando cresce la rabbia, come è cresciuta quel giorno, la testa calda si trova sempre. Per questo bisogna continuare a lavorare sul dialogo, sull’incontro e sulla conoscenza».
Per inviare la propria opinione al Riformista, cliccare sulla e-mail sottostante.