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Il Foglio Rassegna Stampa
02.05.2026 Il nuovo esodo
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 02 maggio 2026
Pagina: Inserto IV
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Il nuovo esodo»

Riprendiamo dal FOGLIO di venerdì, 01/05, 2026, nell'inserto IV, il commento di Giulio Meotti dal titolo "Il nuovo esodo"

Informazione Corretta

Giulio Meotti

Lenny Kuhr ha fatto le valigie. L’icona musicale olandese, vincitrice dell’Eurovision del 1969 con la canzone “De Troubadour”, si trasferisce in Israele. Kuhr ha annunciato di non essere più al sicuro nella sua casa ad Amsterdam. Meir Villegas Henriquez, rabbino di Rotterdam, in un messaggio nella sua sinagoga ha affermato: “Viviamo in una nuova realtà demografica che semplicemente non può essere cambiata. Preparatevi a fare aliyah. Parlate con i vostri figli e nipoti e spiegate loro che qui non c’è futuro”. Tutti i sette figli del rabbino capo dell’Olanda, Binyomin Jacobs, tranne due, hanno già lasciato i Paesi Bassi per Israele e altrove. I Jacobs sono anziani e rimarranno ad Amersfoort, la loro comunità, per preparare il trecentesimo anniversario della sinagoga nel 2027. “Dopo, vedremo”. “Dove dovremmo andare?”, si domanda intanto sulla Welt il celebre scrittore ebreo olandese Leon de Winter. “Questa è una domanda che mi sento ripetere regolarmente dal 7 ottobre 2023”. Anche De Winter sta pensando di andarsene. “Questa necessità di organizzare una via di fuga si è fatta più urgente quando si è svolta una manifestazione all’Aia con centomila olandesi perbene, convinti dalle notizie in televisione e sui giornali che Israele stesse uccidendo deliberatamente donne e bambini a Gaza”. Dove andare? “L’Europa sarà libera dagli ebrei. Non sonoancora sicuro se ciò avverrà nel 2040 o nel 2050”.

Intanto anche Ben Freeman ha fatto le valigie: lascia Londra, dove questa settimana due ebrei sono stati pugnalati per strada a Golders Green e il consulente del governo Starmer per il terrorismo Jonathan Hall KC definisce gli attacchi contro gli ebrei “la più grande emergenza di sicurezza nazionale”. “Questa era casa mia e oggi mi sto preparando a lasciarla” scrive Freeman sulla Free Press di Bari Weiss. “Non è stata una decisione facile. Per anni mi sono aggrappato alla convinzione che, nonostante l’aumento dell’ostilità verso la comunità ebraica, potessimo ancora costruirci una vita qui. Ma non voglio vivere in un paese in cui essere ebrei significa vivere dietro recinzioni e nascondere chi siamo. Mentre i nostri vicini vanno avanti coi loro affari, gli ebrei in Gran Bretagna stanno facendo piani. A ogni pasto è di questo che parliamo. Per molti, la domanda non è se partiranno, ma quando. Per me, quel momento è arrivato. Andrò in Israele, dove non sarò uno straniero, un ospite o un intruso sgradito. Non è perfetto. Non è senza pericoli. Ma è nostro”.

Nel 2025 sono immigrati in Israele 742 ebrei britannici, il numero più alto dalla Shoah. Anche il presidente della comunità ebraica nello stato tedesco del Brandeburgo, Semen Gorelick, ha scritto una lettera ai suoi in cui racconta di volersene andare, invitando tutti gli ebrei tedeschi a seguirlo: “Non puoi vivere in questo paese da ebreo e io non voglio più viverci. Non vivrò in un paese dove, come ebreo, devo nascondermi ovunque e in ogni momento. Non si può vivere in un paese dove non puoi indossare una kippah per strada”. Questa settimana nelle case berlinesi degli ebrei sono comparse nuove scritte: “Kill all Jews”. Anche Ralph Pais, investitore immobiliare che divide il suo tempo tra Anversa e Bruxelles, è pronto a chiudere casa e lasciare il Belgio. “Sembra di essere tornati agli anni Trenta”, dice Pais al Wall Street Journal. I suoi due figli si sono appena trasferiti a New York e non hanno intenzione di tornare. “I giovani se ne stanno andando in massa”, ha detto Pais. Lui stesso ha preso in considerazione l’idea di trasferirsi, ma ha deciso di restare per dare l’esempio alla sua comunità. “Il mio rabbino mi ha detto che se me ne vado io, tutti andranno nel panico’”.

Pais, Freeman, Gorelick e Kuhr; Belgio, Inghilterra, Germania e Olanda: quattro leader delle comunità ebraiche che hanno scelto di andarsene. 15 aprile: tentativo di incendio alla Finchley Reform Synagogue a nord di Londra. 17 aprile: incendio a Hendon alla sede di una charity ebraica. 18-19 aprile: molotov contro la Kenton United Synagogue a Harrow nel nordovest di Londra. 29 aprile: pugnalamenti per strada a Golders Green. Aggressione a un ebreo sulla metropolitana di Bruxelles. Un cittadino siriano in Germania è incriminato per un piano di attacco con coltello contro ebrei e attentato suicida a Berlino. E questo per restare alle ultime due settimane.

Dopo il 7 ottobre, l’antisemitismo ha smesso di essere un residuo di cui vergognarsi per trasformarsi in una corrente visibile, tollerata e applaudita nei piazze, nei campus e anche in certi media. La presenza degli ebrei è un problema da gestire, la loro sicurezza un lusso negoziabile.

Le conseguenze sono devastanti. Comunità antichissime si dissolvono in pochi lustri. Sinagoghe storiche chiudono o scompaiono alla vista, protette come bunker. I giovani, più esposti al bullismo scolastico e nelle strade, scelgono la via dell’aliyah e dell’emigrazione transatlantica. Gli anziani come i Jacobs per ora restano, aggrappati alle abitudini e alle memorie, ma sanno di essere gli ultimi. Si assiste intanto a un fenomeno strano: le poche comunità ebraiche che non decadono, come quella olandese e tedesca, devono nuova linfa agli espatriati israeliani per lavoro. Dodicimila israeliani in Olanda e ventimila in Germania: senza di loro, anche queste sarebbero comunità in via di sparizione. E’ un processo che ricorda la fine delle comunità ebraiche nei paesi arabi dopo il 1948: espulsioni, espropri, pogrom mascherati da nazionalismo. Solo che questa volta avviene nel cuore dell’Europa “illuminata”, tra diritti umani e festival multiculturali. Israele ha appena pubblicato i suoi ultimi dati sull’immigrazione: 18.696 immigrati hanno raggiunto Israele nell’ultimo anno. La Russia di Putin rimane il principale paese d’origine, con 6.094 nuovi immigrati. Stati Uniti e Francia seguono con 3.469 e 3.277 arrivi. “In dieci-venti anni ce ne andremo”, dicono al Journal gli ebrei britannici.

Appena 2.500 ebrei vivono in Irlanda, uno dei paesi più antisemiti d’Europa. 2.400 in Norvegia, dove l’unica sinagoga ancora aperta di Oslo settimane fa è stata teatro di un tentativo di attentato. Ai pranzi mensili per pensionati ebrei nella sinagoga della Dublin Hebrew Congregation, alcuni anziani ancora ricordano Chaim Herzog, il ragazzo ebreo di Dublino che ce l’ha fatta. Figlio di Yitzhak Herzog, primo rabbino capo d’Irlanda, Chaim trascorse l’infanzia a Dublino prima di trasferirsi in Israele, diventando poi presidente dal 1983 al 1993. Per quanto lontani siano i ricordi di Herzog, a Dublino c’è chi preferirebbe che non venisse ricordato affatto. Consiglieri comunali di Dublino hanno discusso una mozione per rinominare Herzog Park, a lui dedicato proprio accanto alla sinagoga. Con un numero di ebrei precipitati da tremila a seicento in pochi anni, la città svedese di Malmö è il barometro dell’erosione degli ebrei post-Olocausto (simili i numeri di città italiane come Torino, Firenze, Bologna e Venezia). “Come faccio a sapere che l’Iran non sta inviando nuovi agenti in Svezia?”, si chiede Saskia Pantell, presidente della Federazione sionista di Svezia e minacciata di morte da Teheran. Oggi vive in Israele.

“Francia, ogni tre giorno un ebreo aggredito fisicamente”, titola il Parisien. Dal 1972, 106mila ebrei francesi sono partiti per Israele. Prima del 2012, 500 ebrei lasciavano la Francia ogni anno. Diventarono 3.120 nel 2013, 7.200 nel 2014, 7.500 nel 2015 e da allora una media di tremila ogni anno (senza contare chi parte per altri paesi). Nel 2000, la Francia contava mezzo milione di ebrei. Oggi meno di quattrocentomila. Anche a una media di 3.500 ebrei all’anno, in una generazione scompariranno altri centomila ebrei. Intanto le comunità ebraiche diventano invisibili. Il Nieuw Israelietisch Weekblad di Amsterdam, fondato 160 anni fa e seconda pubblicazione ebraica più antica al mondo ancora in corso, ha iniziato a nascondere le sue copertine. Gli ebrei si tolgono la kippà (anche la comunità ebraica di Venezia ha suggerito ai suoi di non indossarla fuori dal ghetto). Molti rimuovono le mezuzah dalle porte di casa. Si lascia il ciondolo ebraico nel comodino. Famiglie con cognomi ebraici comuni come Cohen o Levy li stanno rimuovendo dalle cassette della posta. Da Skopje, in Macedonia, a Golders Green, Londra, bruciano tante sinagoghe. Questa settimana un uomo è stato condannato a sette anni per aver incendiato una sinagoga a Brno, in Repubblica Ceca. La prima sinagoga a essere incendiata fu quella di Bondy. Era il 2002. Oggi non ci sono più ebrei a Bondy. Samuel Sandler, capo della comunità ebraica di Versailles e padre di Jonathan e nonno di Gabriel e Arié uccisi nell’attentato di Tolosa, ha fatto inserire la sinagoga nell’elenco dei monumenti nazionali: “La nostra comunità sarà scomparsa tra venti-trent’anni. Non voglio che la sinagoga venga distrutta o, peggio, usata per scopi illegittimi”. A Clichy c’era una sinagoga molto bella, ma è stata chiusa dopo tre incendi. Spesso è bastato un incendio per distruggere una comunità ebraica. Come quando una sinagoga è stata bruciata a Trappes. Era il 2000. “Gli ebrei hanno tutti lasciato la città”, raccontano nel libro La Communauté due giornaliste di Le Monde, Ariane Chemin e Raphaëlle Bacqué. “Una dopo l’altra, le famiglie ebree di Trappes hanno lasciato la città per stabilirsi in altre più accoglienti. Il macellaio se n’è andato, come Ben Yedder, il fornaio. A Trappes non rimane più alcun ebreo”. In città resta solo il figlio dell’ex presidente, Philippe Mimouni, per prendersi cura dell’anziana madre. “Dall’incendio della sinagoga gli ebrei di Trappes hanno capito che qui non c’era più niente da fare”, spiega Philippe, che sta pensando di fare alyah. I figli dei leader ebraici se ne stanno andando tutti. Joel Mergui, presidente del Paris Consistoire, l’organo dell’ebraismo francese responsabile delle funzioni religiose, rivela che tutti e quattro i suoi figli si sono trasferiti in Israele. Meyer Habib, ex parlamentare francese e vicepresidente delle comunità ebraiche, ha affermato che due dei suoi quattro figli vivono in Israele. Il rabbino capo di Parigi, Michel Gugenheim, ha otto figli, tutti andati a vivere in Israele.

Il presidente della Lega belga contro l’antisemitismo Joël Rubinfeld all’Express dice: “Siamo l’ultima generazione ebraica a vivere in Belgio. I giovani se ne vanno, gli anziani restano, e alla fine moriranno. Tra 25 anni, potrebbero rimanere solo tremila ebrei nel regno, rispetto ai trentamila di oggi”. Jacob Benzennou, presidente della comunità ebraica di Waterloo, oggi ospita appena 250 ebrei. La sinagoga non ha un minyan (dieci fedeli ebrei necessari per la preghiera).

Qualche settimana fa, tre anziane donne israeliane con la stella di David sono state espulse dal famoso Museo nazionale Reina Sofía di Madrid. Le donne, una delle quali sopravvissuta all’Olocausto, sono aggredite da alcuni visitatori che gridano “genocidio!” “ammazzabambini” e “assassini!”. Invece di allontanare gli aggressori, il personale del museo ha chiesto alle donne ebree di andarsene. Anche Jonathan Lieberman, un rabbino inglese che vive a Netanya, in Israele, ha lanciato un appello ai suoi amici rimasti in Inghilterra: “Questa non è la Gran Bretagna in cui sono cresciuto e non è il paese in cui voglio che crescano i miei nipoti. Sì, davvero l’età dell’oro dell’ebraismo britannico è davvero finita. Lo dico con il cuore pesante perché la Gran Bretagna è stata buona con me e la mia famiglia. Purtroppo, amici e famiglia del Regno Unito, è ora di partire: chiudete la porta dietro di voi”.

Il continente che ha prodotto l’Illuminismo e Auschwitz rischia di completarne il cerchio: liberarsi degli ebrei non attraverso le camere a gas, ma la pressione sociale, demografica e violenta costante, resa accettabile dall’ideologia dominante. Il pogrom cambia forma a ritorna sotto le spoglie di una crociata morale e di una purezza immaginaria. Alimentato dall’antirazzismo occidentale, esaltato dall’islamismo globale, il nuovo pogrom trasforma le nostre città in shtetl destinati alle fiamme. Ma quando anche gli ultimi ebrei se ne saranno andati, resterà solo da chiedersi chi sarà il prossimo.

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