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israele.net Rassegna Stampa
02.05.2026 La Turchia (come tanti) non sostiene i palestinesi: li usa.
Articolo di Israel HaYom

Testata: israele.net
Data: 02 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Israel HaYom
Titolo: «La Turchia (come tanti) non sostiene i palestinesi: li usa.»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Israel HaYom dal titolo: "La Turchia (come tanti) non sostiene i palestinesi: li usa. Una vera politica a favore dei palestinesi rafforza le istituzioni anziché le bande armate, esige che Hamas deponga le armi e ceda il controllo su Gaza, promuove uno stato smilitarizzato accanto a Israele anziché il miraggio suicida di cancellare lo stato ebraico. Chi fa il contrario è anti-israeliano a parole, ma anti-palestinese nei fatti"

 

Scrive Shay Gal: La Turchia ha perfezionato un metodo: sventola la bandiera palestinese mentre rafforza le forze che hanno fatto a pezzi la politica palestinese.

Ankara parla il linguaggio della liberazione, mentre la sua politica fa il contrario. Non libera i palestinesi dalla guerra, dalla povertà, dalla divisione o dalla stagnazione.

Al contrario, sostiene il soggetto che ha generato quelle condizioni e che ne impone il perdurare: Hamas.

Si tratta di un’appropriazione ostile della causa palestinese.

In questa foto diffusa dall’ufficio stampa della presidenza turca il 20 aprile 2024, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan (a destra) stringe la mano all’allora capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, nell’ufficio presidenziale del palazzo Dolmabahçe, a Istanbul

Una vera politica filo-palestinese rafforzerebbe l’Autorità Palestinese, preserverebbe il percorso verso uno stato palestinese smilitarizzato accanto a un Israele democratico e sicuro con una solida maggioranza ebraica, proteggerebbe Gerusalemme dalle interferenze, disarmerebbe Hamas, ricostruirebbe Gaza senza il dominio del terrorismo e difenderebbe il meccanismo di cooperazione israelo-palestinese sulla sicurezza che per decenni ha salvato vite umane.

La Turchia fa l’opposto. Legittima Hamas. Strumentalizza la sofferenza palestinese a vantaggio della propria influenza regionale. La Turchia è anti-israeliana a parole e anti-palestinese nei fatti.

Il punto fondamentale è questo: Hamas è il nemico interno degli interessi nazionali palestinesi.

Nel 2007 ha strappato all’Autorità Palestinese il controllo di Gaza con la violenza, ha frammentato il governo, ha militarizzato l’enclave all’inverosimile, ha trasformato i civili in ostaggi della sua dottrina.

Non offre nessuna via verso la sovranità, nessuna economia funzionante, nessun quadro di coesistenza, nessun interesse per l’ordine civile.

Hamas si alimenta del fallimento. Ha bisogno della distruzione per rimanere rilevante.

Ha bisogno che un compromesso fra israeliani e palestinesi rimanga impossibile, perché un compromesso la smaschererebbe per quello che è: un movimento non di liberazione, ma per la guerra perpetua.

La Turchia agisce su questo, facendo del rapporto fra Ankara e Hamas un cinico calcolo.

Il presidente turco ha descritto Hamas come un movimento di liberazione. I capi di Hamas sono stati ricevuti ad Ankara e Istanbul quando sarebbe stato necessario isolarli. I canali televisivi turchi trasmettono incontri con figure di spicco di Hamas. Le sanzioni americane hanno identificato finanziatori e facilitatori con base in Turchia, legati alle reti di Hamas.

Questo è un sistema preciso. Ogni gesto legittima Hamas e mina l’Autorità Palestinese. Ogni piattaforma premia la violenza.

Ogni accusa contro Israele occulta la vera domanda che i palestinesi devono porsi, e cioè: chi ha distrutto la possibilità di Gaza di diventare una società funzionante?

La risposta è Hamas. La Turchia si rifiuta di dirlo.

Il coordinamento israelo-palestinese in materia di sicurezza rimane un pilastro fondamentale della stabilità regionale.

È nato per necessità. Da Oslo in poi, entrambe le parti hanno costruito un’architettura di coordinamento che comprende collegamento, gestione civile e flussi economici, in attesa dei previsti accordi sullo status definitivo.

Questo sistema è stato messo a dura prova e attaccato, eppure resiste perché entrambe le parti riconoscono una verità fondamentale: senza sicurezza non c’è politica, senza coordinamento non c’è Autorità Palestinese, senza l’Autorità Palestinese si crea un vuoto a favore di Hamas, dell’Iran e di altri attori destabilizzanti.

Questa struttura protegge in parte gli israeliani dal terrorismo e tiene i palestinesi a distanza da Hamas, sostiene l’Autorità Palestinese in Giudea e Samaria (Cisgiordania), impedisce che le città diventino come era diventata Gaza e preserva un certo ordine.

Hamas vi si oppone perché questa struttura la ostacola. La Turchia la prende di mira per la stessa ragione.

Non si può sostenere la creazione di uno stato palestinese e al contempo rafforzare l’organizzazione impegnata a impedirla. Sostenere l’autodeterminazione e al contempo smantellare la governance è una contraddizione, non una politica seria.

E’ questo che delinea la posizione di Ankara circa il modello a due stati. Sulla carta, la Turchia lo sostiene. In pratica, rafforza un attore che lo rifiuta.

Hamas non riconosce Israele, non rinuncia alla lotta armata (in tutte le sue forme) e persegue l’obiettivo della “liberazione totale”. Questa non è una visione a due stati. È un paradigma per il conflitto permanente.

Israele non ha smantellato la struttura che preserva un orizzonte politico. I governi sono in disaccordo su tempi e rischi, ma l’architettura di Oslo rimane. L’Autorità Palestinese è operativa. Il coordinamento, i meccanismi civili e le relazioni economiche continuano.

La struttura legale in Giudea e Samaria rimane provvisoria, non annessa. Israele preserva l’architettura che può sostenere la separazione e un accordo sullo status definitivo. La Turchia rafforza la forza che lo impedisce.

Il caso Gerusalemme illustra il metodo di Ankara.

L’attività turca nei quartieri arabi e intorno al Monte del Tempio viene presentata come assistenza sociale, tutela del patrimonio, solidarietà religiosa.

In realtà, funziona come un’ingerenza.

Le agenzie turche e le reti affiliate espandono la loro influenza a Gerusalemme est, nella Città Vecchia e nell’area di Al Aqsa inquadrandola nella simbologia ottomana e nell’allineamento ideologico.

Questo colloca la Turchia all’interno dello spazio più sensibile della regione, dove sfida sul piano delll’autorità Israele, Giordania e Autorità Palestinese.

Il che danneggia direttamente i palestinesi. Gli abitanti arabi di Gerusalemme hanno bisogno di stabilità, lavoro, istruzione, assistenza sanitaria, turismo, commercio e un governo stabile.

Non hanno bisogno di un teatro ideologico esterno. Non hanno bisogno di attori stranieri che trasformino il Monte del Tempio in un palcoscenico per le loro ambizioni regionali.

Ogni escalation danneggia i mezzi di sussistenza, restringe lo spazio politico e rafforza gli estremisti.

La Turchia afferma di difendere Al Aqsa, in realtà la strumentalizza. Afferma di difendere i palestinesi, in realtà ne indebolisce la leadership.

Lo stesso rovesciamento si estende all’uso del termine genocidio da parte di Ankara. L’accusa è politica e infondata.

Il genocidio richiede il programmatico intento di distruggere un gruppo protetto.

La campagna israeliana a Gaza ha fatto seguito al massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas, un crimine contro l’umanità con evidente intento genocida nella sua esecuzione e nei suoi proclamati obiettivi.

L’obiettivo di Israele è stato Hamas: la sua struttura di comando, le sue capacità militari, la sua capacità di ripetere l’attacco.

Hamas si incista all’interno di strutture e ambienti civili e pretende che la risposta venga definita genocidio.

È una frode morale.

Le vittime civili in guerra sono gravi e tragiche, ma non sono la prova di un genocidio. Le distruzioni causate da Hamas che opera all’interno di infrastrutture civili non dimostrano l’intento di distruggere un popolo.

Israele ha combattuto un’organizzazione terroristica che ha deliberatamente usato i civili come scudi umani.

La Turchia lo sa bene. Ma l’accusa di genocidio serve a occultare le responsabilità di Hamas, a delegittimare Israele, a porre la Turchia come arbitro morale proteggendo al contempo l’attore responsabile d’aver creato quel campo di battaglia.

La storia della Turchia rende ancora più acuta la contraddizione.

Lo stato che evoca il genocidio continua a rifiutarsi di fare sul serio i conti con lo sterminio ottomano di armeni, assiri e greci del Ponto.

Il genocidio armeno costituisce una catastrofe paradigmatica del XX secolo. L’ampia campagna contro le minoranze cristiane è stata riconosciuta come genocida dai più eminenti studiosi.

La celebre frase attribuita a Hitler prima dell’invasione della Polonia rifletteva le conseguenze dell’impunità goduta dalla Turchia: quando uno sterminio viene dimenticato, ne diventa possibile un altro.

La Turchia utilizza verso l’estero un vocabolario che rifiuta in patria.

Cipro completa il quadro.

La Turchia condanna Israele per “occupazione” e intanto continua a occupare Cipro Nord.

Il suo intervento militare del 1974 (non difensivo ndr) ha prodotto un’entità separatista dichiarata nulla dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e che rimane riconosciuta solo dalla Turchia.

Risultanze giuridiche europee considerano la Turchia come l’ente che esercita il controllo effettivo sul nord di Cipro. Il risultato è spartizione prolungata, militarizzazione e irrisolte rivendicazioni di proprietà.

Vale un confronto con Giudea e Samaria.

La Turchia ha istituito e sostiene un’entità separata nel nord di Cipro e ne persegue la normalizzazione.

Israele non ha creato uno stato palestinese per procura, non ha annullato gli accordi di Oslo, non ha eliminato l’Autorità Palestinese. Il suo controllo rimane legato a un quadro provvisorio definito da accordi firmati dalle parti e a evidenti esigenze di sicurezza.

Viceversa, la posizione della Turchia a Cipro si basa sulla negazione e sulla permanenza.

Ankara ha perso ogni diritto di dare lezioni in materia di occupazione e autodeterminazione.

Una politica davvero a favore dei palestinesi si misura in base ai risultati: rafforza le istituzioni anziché le bande armate, il coordinamento anziché il caos, i flussi economici anziché l’isolamento, la stabilità di Gerusalemme anziché l’escalation.

Sostiene uno stato palestinese smilitarizzato accanto a Israele, anziché il miraggio suicida della cancellazione di Israele.

Esige che Hamas deponga le armi e ceda il controllo su Gaza affinché la ricostruzione possa procedere sotto una governance responsabile.

La Turchia non fa nulla di tutto ciò.

Quello che offre ai palestinesi è solo retorica e ulteriore rovina.

Subordina la politica palestinese a interessi politici esterni, ne strumentalizza la bandiera per secondi fini.

Nessun osservatore, nessun politico serio dovrebbe confondere le due cose.

(Da: Israel HaYom, 28.4.26)

 


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