Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE, l'intervista di Bruno Talamo al dottorando israeliano Benjamin Birely dal titolo: "Napoli. ‘Linciaggio’ mediatico contro uno studente israeliano"

Parla Benjamin Birely, il dottorando israeliano vittima di minacce nella città partenopea
C’è “una figura che si muove tra i corridoi” che per alcuni è un collega, ma per troppi è un soldato in borghese all’università,che è qui con lo scopo “di confondere le acque”. E’ il caso di Benjamin Birely, dottorando israeliano che in queste settimane è stato fatto segno di minacce e insulti, dopo che un veggente influencer e un sindacato universitario napoletano lo hanno preso di mira pubblicamente con tanto di nome, cognome, foto, percorso di studio, dati che lo hanno identificato ed esposto in modo inquietante. Secondo loro, il dottorando avrebbe infranto la dignità degli studenti tutti, e questo perché ha un account Instagram in cui denuncia l’antisemitismo e l’antisionismo più radicale. Affermare che è “dottorando sì, ma in genocidio” non è forse un tono derisorio, oltre che gagliardo?
Setteottobre – La sentenza è ormai chiara: lei è un “soldato senza divisa”, un propagandista pagato dai poteri forti, cosa ha da dire “in sua discolpa”?
Benjamin Birely – Innanzitutto, non sono un soldato di nessun genere e sorta. Sono semplicemente un israeliano, un ebreo, che parla apertamente e pubblicamente dell’antisemitismo e dell’antisionismo. Quanto al mio percorso accademico, sono dottorando in testi antichi ebraici e zoroastriani, non in genocidio. L’idea dietro le “accuse” di essere un “soldato senza divisa” e un “dottorando in genocidio” è assurda e mi ha francamente sconvolto, parte di una pericolosa campagna d’odio basata su una serie di notizie infondate. Non ho idea di come tornare lì e se questo sia sicuro per me. Potrò mai finire il mio dottorato?
Setteottobre – “Intifada fino alla vittoria!”. E’ questa solo una delle scritte, posta quasi a insegna, sul portone della sede storica dell’università. Cosa significa “intifada” per lei? Da ebreo israeliano come ha vissuto Napoli dopo il pogrom del 7 ottobre?
B. Birely – Per ogni ebreo israeliano, “intifada” significa attentati sugli autobus, accoltellamenti e auto scagliate contro i civili. È un invito a uccidere israeliani. È la realtà oggettiva: durante la seconda intifada, più di 700 civili israeliani sono morti proprio in quel periodo. E invece il 7 ottobre 2023 circa 900 civili israeliani sono stati brutalmente uccisi in quella che chiamano la terza “intifada”. Vedere dunque appelli all’intifada a Napoli è tragico. Che sia chiaro amo Napoli, la sua storia, la sua lingua, il mare. Sotto certi aspetti i napoletani mi ricordano gli israeliani. Questa città sarebbe stata un paradiso, ma gruppi radicali l’hanno trasformata in un centro d’incitamento all’odio anti israeliano.
Setteottobre – Non posso non vedere che il clima di odio contro Israele e gli ebrei causi paradossalmente l’esatto opposto di quello che vogliono: più gente emigra in Israele, vista come rifugio. Per concludere, è stato detto che “l’antisemitismo non è antisionismo”, qual è la sua idea a riguardo?
B. Birely – Ci sono molte forme di sionismo, da quello socialista e di sinistra ai movimenti di destra e religiosi. Ciò che tutti hanno in comune è affermare il diritto degli ebrei di esistere in Israele, in sicurezza e di autodeterminarsi come nazione. Oggi Israele è un fatto. La metà degli ebrei del mondo vive in Israele. E sì, ci sono israeliani che criticano aspramente l’attuale governo di Israele. E io sono tra questi.
Ma il sionismo non è separabile dal popolo ebraico, così come non si possono separare gli italiani dal Risorgimento. Non si può sostenere di essere contro Israele e contro il sionismo senza, al contempo, colpire il popolo ebraico.