Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE, il commento di Henry Shohet dal titolo: "Milano, 25 aprile. Gli ebrei cacciati"

Insulti, slogan antisemiti e paura: il racconto di un corteo in cui la memoria viene travolta dall’odio sotto gli occhi di tutti
Lo scorso 25 aprile ho deciso di partecipare al corteo della Brigata Ebraica per celebrare la liberazione dell’Italia dal fascismo insieme ai miei amici dell’associazione Setteottobre. Mi sono detto: “Se scendono in piazza loro e gli iraniani, il minimo che posso fare è regalare anche il mio pomeriggio per le cause di due popoli che sono o sono stati in prima linea nella infinita battaglia per la libertà”.
Quando siamo partiti sventolavano bandiere israeliane e anche una bandiera iraniana con il Leone e il Sole. Ma in un attimo ci siamo trovati nel fiume dei pro-pal: le solite bandiere nuove di zecca, le keffiyeh e lo slogan “dal fiume al mare”. Dopo 200 metri siamo rimasti bloccati, circondati da una folla in delirio all’angolo di via Senato. Siamo rimasti fermi per quasi due ore sotto il sole.
Per la prima volta non ho sentito soltanto i soliti “ASSASSINI”, “FUORI, FUORI”, “SIONISTI FUORI DALL’ITALIA”, ho sentito persone urlare “SIETE SAPONETTE MANCATE”. Ho visto da vicino chi gridava queste parole con la bocca contorta dall’odio. Erano a un metro da noi, senza alcuna vergogna. Padri vestiti bene che insegnavano gli slogan a dei figli che non potevano avere più di 5-6 anni. Signore di una certa età, uomini composti, persone qualunque, bianche, cristiane, di tutte le età. Dei normali milanesi, di quelli che incontri per strada tutti i giorni.
Ci hanno lanciato monetine e hanno resuscitato uno slogan del passato: MALEDETTI EBREI! La polizia e le forze dell’ordine ci facevano da scudo e ci chiedevano di non reagire. Erano preoccupati, molto preoccupati. Intanto attorno a noi sventolavano le bandiere palestinesi e quelle iraniane, ma questa volta quella del regime islamico, insieme a quelle della CGIL. Hanno riconosciuto Emanuele Fiano, lo hanno bersagliato con cori e odio. La polizia ha iniziato a farci evacuare, uno a uno come pidocchi. Alla fine sono stato tra i primi a essere fatto uscire, insieme a Gaia e alla mia amica Barbara. Siamo passati tra due ali di folla inferocita che, invece di linciarci, ha deciso di godersi il fatto che, grazie a loro, gli ebrei sono stati espulsi dal corteo. A dire il vero, ce n’erano pochissimi, perché era sabato, giorno di Shabbat.
È la prima volta in 72 anni di vita che ho vissuto una simile esperienza. Lì per lì ero sorpreso e sconvolto, ma ora ho capito che dentro di me si è rotto qualcosa. Come è successo a mia figlia, quando cinque anni fa è stata cacciata dal suo appartamento a UCLA perché avevano “scoperto” che suo padre viveva in Israele. Ho vissuto la violenza della folla antisemita scagliata contro gli ebrei e i non-ebrei, contro chi è dalla parte degli ebrei, contro chi crede nel diritto degli ebrei di vivere in Israele, contro i sionisti: sionisti iraniani, sionisti ucraini.
In questa folla delirante non ho visto nessun arabo. C’era solo “gente per bene”.
La battaglia sarà durissima e lunghissima, e riguarda molto più di quello che succede in Medio Oriente. Devo raccogliere quello che ho vissuto e portarlo in Israele, raccontarlo agli israeliani, perché devono sapere per cosa stiamo combattendo, perché sono i nostri valori quelli che dobbiamo difendere.