Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE, il commento di Shira Navon dal titolo: "Ministero della Salute di Gaza e i legami con Hamas"

Un’analisi indipendente collega alcuni parenti del capo del ministero a ruoli operativi nell’organizzazione
Il problema non è soltanto chi produce i numeri, ma il contesto umano e politico dentro cui quei numeri prendono forma, perché quando le strutture civili sono intrecciate con organizzazioni armate la linea di confine smette di essere chiara e diventa terreno di scontro. L’ultimo elemento che riapre il dossier riguarda Munir al-Barsh, direttore generale del ministero della Salute di Gaza, figura centrale nella diffusione dei dati sulle vittime del conflitto e, allo stesso tempo, appartenente a una rete familiare che secondo diverse analisi presenta legami profondi con Hamas.
A rilanciare la questione è stato il ricercatore Salo Aizenberg, che ha ricostruito attraverso necrologi, contenuti social e materiali riconducibili all’organizzazione islamista il profilo di almeno undici membri della famiglia al-Barsh uccisi durante la guerra e identificati come combattenti, comandanti o attivisti operativi. Tra questi compaiono anche due minorenni descritti come coinvolti nelle attività militari, due figure presentate come giornalisti ma legate a media affiliati a Hamas e un partecipante agli attacchi del 7 ottobre 2023.
Siamo quindi di fronto alla ricorrenza di un modello che attraversa diversi livelli, dalle brigate armate ai circuiti informativi. Alcuni dei nomi citati emergono in contesti operativi chiari, come quello di Hashim Adli al-Barsh, indicato come comandante di un’unità nella Brigata Nord di Hamas e commemorato dall’organizzazione dopo la sua morte in un raid aereo nel maggio 2025. Attorno a lui si muove una rete familiare in cui più membri risultano caduti combattendo, con descrizioni che li qualificano esplicitamente come “mujahidin”, cioè combattenti.
Un altro aspetto riguarda il ruolo dei media, perché la distinzione tra informazione e militanza appare in diversi casi sfumata. Alcuni membri della famiglia lavoravano per emittenti considerate vicine a Hamas, mentre analisi indipendenti contestano la classificazione di determinate figure come giornalisti, sostenendo che si trattasse in realtà di operatori inseriti nella macchina comunicativa dell’organizzazione. È un punto sensibile, perché incide direttamente sulla percezione internazionale delle vittime e sulla costruzione del racconto pubblico del conflitto.
La questione diventa ancora più delicata quando si incrocia con i dati ufficiali diffusi dal ministero della Salute di Gaza, che dal 2007 opera sotto il controllo di Hamas e che non distingue, nelle sue statistiche pubbliche, tra civili e combattenti. Secondo Aizenberg, quattro dei membri della famiglia identificati come militanti non comparirebbero nelle liste ufficiali delle vittime, un elemento che, se confermato, aprirebbe interrogativi sulla completezza delle registrazioni.
Dubbi analoghi emergono da altre analisi, come quella del Washington Institute for Near East Policy, che ha evidenziato discrepanze tra i dati raccolti attraverso ospedali e obitori e quelli successivamente integrati con fonti mediatiche, soprattutto nelle fasi in cui il sistema sanitario nel nord di Gaza era ormai compromesso. In quei passaggi si registra una diminuzione significativa delle vittime maschili adulte e un aumento di quelle minorili, uno scarto che, senza chiarimenti metodologici, alimenta il sospetto di omissioni o distorsioni.
Nessuna di queste analisi pretende di stabilire il numero reale delle vittime o il rapporto esatto tra civili e combattenti, ma tutte convergono su un punto: i dati che circolano nel dibattito internazionale non possono essere letti come neutri quando provengono da un’istituzione inserita in un sistema politico e militare così stretto. È una constatazione che non semplifica il quadro, ma lo rende più onesto.
La vicenda della famiglia al-Barsh si colloca esattamente in questo spazio grigio, dove responsabilità individuali, appartenenze collettive e gestione delle informazioni si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Per chi continua a considerare le cifre come un dato oggettivo e autosufficiente, è un invito a guardare meglio dentro i meccanismi che le producono. Per chi invece solleva dubbi da tempo, è un ulteriore elemento in un quadro che resta tutt’altro che chiarito e che richiede, prima di ogni presa di posizione, una domanda semplice: chi controlla davvero le informazioni che arrivano al mondo e con quali strumenti.