Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 29/04/2026, a pag. 6, l'analisi di Giuseppe Kalowski dal titolo: "Aoun bluffa su Hezbollah Lapid-Bennett, fronte fragile"

Giuseppe Kalowski
Tel-Aviv. Lo Stato di Israele è oggi esposto a una molteplicità di rischi che non arrivano soltanto dai nemici più o meno prossimi in Medio Oriente. Nelle ultime ore, ad esempio, sono circolate notizie di episodi di ostilità antisemita a Marrakech nei confronti di ebrei ortodossi americani in visita a luoghi religiosi, con manifestazioni degenerate fino al rogo di una bandiera israeliana. Episodi che, pur lontani dal fronte diretto, contribuiscono a un clima generale di tensione.
Sul piano militare, il cessate il fuoco con il Libano appare ogni giorno meno come una vera tregua e sempre più come una pausa utile a Hezbollah per riorganizzarsi. Israele, dal canto suo, si limita a una strategia di contenimento nel sud del Libano, senza poter avviare un’offensiva su larga scala. Una scelta non solo militare ma anche politica: l’Amministrazione di Donald Trump spinge per mantenere aperto un canale negoziale con l’Iran, e una ripresa piena delle ostilità rischierebbe di far saltare trattative ancora in fase embrionale tra Washington e Teheran.
Nel frattempo, Benjamin Netanyahu è tornato in tribunale, dopo due mesi di pausa dovuta alla guerra, per testimoniare nel processo per frode e corruzione che lo coinvolge dal 2020. Parallelamente prende corpo, almeno sul piano teorico, l’ipotesi di un incontro di Netanyahu con il presidente libanese Michel Aoun alla Casa Bianca, su spinta americana. Esistono già contatti a livello diplomatico a Washington, ma immaginare un accordo di pace nel breve termine resta, ad oggi, un’ipotesi decisamente ottimistica. La posizione di Aoun è tra le più complesse. È perfettamente consapevole che il Libano è, di fatto, ostaggio di Hezbollah e di una componente politica sciita che guarda apertamente a Teheran, da cui riceve supporto militare ed economico. Questo si traduce in un continuo oscillare: da un lato afferma che trattare con Israele non è un tradimento, dall’altro ribadisce che il Libano non accetterà umiliazioni. Ma la realtà è che il governo libanese non è in grado di imporre il disarmo di Hezbollah, né di far rispettare pienamente gli accordi sul ritiro a nord del Litani. Infine, resta da osservare il comportamento dell’Egitto, che negli ultimi giorni ha condotto esercitazioni militari dal chiaro sapore provocatorio nei pressi del confine israeliano, sollevando interrogativi sulle reali intenzioni del presidente Abdel Fattah al-Sisi.
A tutto questo si sommano le tensioni interne israeliane. Il sistema politico si avvicina a nuove elezioni entro fine ottobre, e l’opposizione prova a riorganizzarsi. La novità più rilevante è la scelta del partito Yesh Atid, guidato da Yair Lapid, di unirsi con Naftali Bennett, già primo ministro nel 2021, tornato sulla scena politica dopo alcuni anni di assenza e considerato il possibile “ago della bilancia” capace di spostare gli equilibri elettorali. L’operazione nasce con l’obiettivo di rafforzare il fronte anti-Netanyahu, ma i primi sondaggi indicano un risultato inatteso: la lista unitaria non solo non porterebbe benefici significativi, ma potrebbe addirittura far perdere circa due seggi rispetto a una corsa separata. In un sistema proporzionale come quello israeliano, dove pochi seggi possono determinare la formazione di un governo, si tratta di un elemento decisivo.
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