Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 29/04/2026, a pag. 6, il commento di Luca D'Alessio dal titolo: "Ogni tempo ha il suo fascismo"
Le nuove forme del fascismo. Oppure, se meglio si può intendere, il fascismo dei soliti antifascisti. Quelli con il fazzoletto rosso, per capirci. Tutti riconosciamo il contributo decisivo della Resistenza per la nascita della democrazia repubblicana e per l’affermazione più ampia di un senso di libertà incondizionato, senza ostacoli, che deve essere riconosciuto e considerato il valore più alto e irrinunciabile della convivenza umana. Ma, vedendo gli episodi di Milano, si direbbe che abbiamo un grande problema.
Mai come in questo periodo dovremmo porci diverse domande su cosa significhi veramente la parola libertà. Oggi si ha come la percezione che siamo fortemente limitati nell’esercitare un diritto inalienabile: la nostra libertà non è limitata come lo è stata in passato, proprio come in quei tempi bui del regime, così come nei tempi bui della guerra. Sono stati momenti dove si trattava di rischiare la vita e la propria libertà di azione solo perché c’era la mano dell’oppressore, di chi prevaricava e abusava di potere, per imposizione. Le generazioni che non hanno vissuto, fortunatamente, quei periodi ne possono avere solo un’offuscata visione tramite il racconto della storia. Ma oggi forse non stiamo vivendo un revival di quel passato? Intendiamo un ritorno, anche se un po’ più sbiadito, e la riproposta di quegli stili e di quelle tendenze anche reinterpretati in una chiave moderna? Chi si sente di poter affermare il contrario? Chi può ancora affermare, dunque, che la manifestazione del 25 aprile non dimostra un acceso sentimento di astio e contrasto tra le diverse anime che la popolano?
Cosa oramai è fascista? E cosa è antifascista? La verità è che non si riesce più a distinguere la possibilità di sentirsi libero e manifestare dalla prevaricazione di chi questa possibilità la vieta. È come se, nello stesso momento della massima espressione della libertà, si è anche fascisti.
Escludere addirittura la Brigata Ebraica è intollerabile. Sentire riecheggiare insulti che richiamano l’Olocausto contro la delegazione ebraica è senz’altro il fallimento di una classe dirigente che aggredisce i simboli della propria storia. Ed è chiaro che non si sta manifestando ma si sta celebrando l’intolleranza, mettendo a frutto solo un grande caos ideologico. È il sentimento di insofferenza a condividere la stessa piazza, gli stessi stati d’animo e le stesse emozioni che un tempo erano la condizione affettiva, che si nutriva reciprocamente contro gli oppressori del regime.
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