Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 23/04/2026, a pag. 6, il commento di Enrico Cerchione: "Hai dodici anni? Combatti per il regime. Ma i bimbi di Teheran non fanno notizia".

L'Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC)
L’Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC), il braccio armato del regime degli ayatollah, lancia una campagna di reclutamento dal nome quasi poetico: «Combattenti per la difesa della madrepatria dell’Iran». Il requisito minimo? Dodici anni compiuti. È scritto nero su bianco nel rapporto di Human Rights Watch del 30 marzo 2026.
I bambini (maschi e femmine, perché in Iran sono “inclusivi”) possono arruolarsi nelle basi dei Basij ospitate dentro le moschee di Teheran. Tra le varie mansioni potranno presidiare posti di blocco, fare pattuglie operative o di intelligence, scortare convogli.
Un manifesto mostra un ragazzino e una ragazzina sorridenti accanto a un adulto in uniforme, sembra un murale paradossale di Banksy, invece fa parte della comunicazione ufficiale del regime.
Bill Van Esveld, direttore associato per i diritti dei bambini di Human Rights Watch, è perentorio: “Non c’è alcuna giustificazione per una campagna di reclutamento militare che mira ai bambini, tanto meno ai dodicenni”.
Il diritto internazionale, invocato a volte con sospetta discrezionalità, dichiara che reclutare e usare bambini sotto i 15 anni in attività militari è un crimine di guerra.
E in Italia? Nessuna piazza, nessuna occupazione universitaria, nessun hashtag virale, nessuna mozione parlamentare, nessun corteo di indignazione. Da mesi, anzi da anni, il mantra “i bambini di Gaza” riempie titoli, talk show, manifesti, università e piazze. Ma perché quella stessa empatia si spegne quando i bambini sono ucraini sotto le bombe russe, rapiti e strappati alle famiglie o, peggio ancora, iraniani arruolati dal regime che finanzia Hamas e Hezbollah?
La risposta è amara: esiste una selettività empatica culturalmente e ideologicamente orientata. L’empatia umana non è universale: si attiva soprattutto verso chi percepiamo come “dalla parte del bene” o parte di una narrazione familiare. Quando le vittime si moltiplicano o non rientrano nello schema morale dominante, scatta un’assuefazione emotiva: l’orrore si attenua, la compassione si spegne.
In certi ambienti politicamente più attivi questa selettività viene amplificata da una gabbia ideologica precisa: lo schema “oppressore/oppresso” di matrice post-coloniale. Israele e l’Occidente sono oppressori per definizione, mentre Iran, Hamas e Hezbollah godono di immunità narrativa. Le sofferenze causate da questi ultimi diventano “collaterali” o addirittura “resistenza”. Le vittime “buone” sono solo quelle che servono a delegittimare l’Occidente. È lo stesso meccanismo per cui i bambini yazidi massacrati dall’ISIS o quelli sudanesi spariscono dal radar.
Human Rights Watch, che non è certo un think-tank filoisraeliano, ha documentato tutto citando fonti ufficiali iraniane. Ogni bambino è bambino. Ogni reclutamento minorile è una barbarie e un tradimento dell’universalismo dei diritti umani.
Se il cinico schema propagandistico del ministero della Salute di Hamas ha fatto scuola, i nemici della civiltà avranno già pronta l’arma comunicativa da usare non appena ci saranno le prime vittime iraniane. Il pacifista collettivo ha già il post pronto.
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