Riprendiamo da IL TEMPO di oggi, 18/04/2026, a pag. 8, il commento di Tommaso Alessandro De Filippo dal titolo "Israele e la dottrina del «cane pazzo»"

Tommaso Alessandro De Filippo
Il Generale ed ex Ministro di Difesa, Esteri ed Agricoltura d’Israele, Moshe Dayan identificò per il suo Stato la necessità d’agire in politica internazionale sulla metaforica falsariga d’un «cane pazzo»: ossia, un soggetto le cui azioni apparissero imprevedibili e all’occorrenza aggressive al punto da dissuadere i nemici dal provocarlo e anche solo avvicinarvisi. A seguito del pogrom del 7 ottobre 2023, qualcosa di simile si è verificato: la modifica radicale della dottrina militare e di politica strategica che Benjamin Netanyahu e i nuovi vertici d’apparato, istituzioni ed esercito hanno realizzato è quanto mai compatibile con il concetto espresso da Dayan decenni fa. La conduzione di attacchi preventivi verso entità nemiche, statali e non, effettuati allo scopo di scongiurare che le minacce possano presentarsi è un esempio esplicativo del concetto d’imprevedibilità che Israele ha adottato quale colonna portante del suo nuovo modello di difesa. Nel corso della guerra esistenziale cominciata all’indomani del 7 ottobre - prima ancora che le sue operazioni belliche si ampliassero all’Iran - aveva mostrato la capacità di stupire avversari ed opinione pubblica internazionale sia in Libano che nel confronto con Hamas. Operazioni come il sabotaggio dei cercapersone ai danni dei miliziani di Hezbollah, l’operazione «Nuovo Ordine» con cui è avvenuta l’uccisione di Hassan Nasrallah a Beirut e l’eliminazione mirata di Ismail Haniyeh in un albergo a Teheran rappresentano processi esecutivi di una nuova dottrina strategica, non mere operazioni militari pur compiute eccellentemente. La decapitazione sistemica del vertice militare e politico della Repubblica Islamica realizzato nel corso delle operazioni Rising Lion e Roaring Lion ha spinto ai livelli massimi l’attuazione della moderna strategia di guerra d’Israele. La compatibilità tra la visione di Dayan e quella attuale della leadership israeliana possiede un nesso identitario che resiste allo scorrere del tempo: un segno della tradizione implicita esistente nell’animo di difesa del popolo ebraico e del suo Stato, le cui figure detentrici di potere e responsabilità - come in ogni democrazia - son soggette a ricambio e alternanza, in un filo conduttore valoriale destinato tuttavia a non spezzarsi. Ora Israele affronta una sfida suprema, in un momento decisivo per la sua sopravvivenza: non deve cedere alle spinte d’imbarbarimento morale, come avvenuto con l’approvazione alla Knesset della legge sulla pena di morte, e illudersi che l’isolamento - figlio pure della legittima e doverosa delusione dovuta all’incomprensione della comunità internazionale – rappresenti una soluzione utile a garantire la propria sicurezza a lungo termine. La sua capacità di resistenza nell’epoca più buia rappresenta un modello da seguire per tutte le democrazie liberali minacciate da autocrazie ed organizzazioni terroristiche. Anche in ragione di ciò, non può smarrire la bussola valoriale pena il rischio di delegittimarsi e perdere la caratteristica di superiorità morale e di civiltà posseduta rispetto a tutti i suoi nemici.
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