Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 18/04/2026, a pag. 2, l'analisi di Vanessa Combattelli dal titolo "L'Occidente ipocrita detesta Trump ma tace sulle stragi dei civili in Iran"
Il grande assente dalle attenzioni mediatiche di questo tempo è il popolo iraniano. Ci giungono informazioni spesso sommarie, piegate a ciò che conviene raccontare: si parla dei bombardamenti, delle mosse di Trump, vengono rilanciati contenuti superficiali perfino dagli account ufficiali della Repubblica Islamica, e intanto sparisce ciò che accade dentro le città iraniane, tra le persone. Eppure le strade di Teheran continuano a essere intense, feroci, poetiche, come è sempre stato il popolo persiano nella sua storia più profonda.
La risposta del regime, sappiamo, è arrivata subdola e precisa. Arresti di massa, uso di armi da fuoco contro i manifestanti, blackout per impedire la documentazione di quanto sta accadendo all’interno del Paese, processi rapidi dentro i tribunali rivoluzionari, condanne costruite con formule che hanno un significato mortale: moharebeh, guerra contro Dio. Dentro queste accuse si entra vivi e si esce spesso con un cappio attorno al collo. Solo nel 2025 sono state eseguite almeno 1.639 condanne capitali, con un aumento impressionante rispetto all’anno precedente, e il 2026 si muove sulla stessa traiettoria, con esecuzioni utilizzate come strumento diretto di repressione politica.
Negli ultimi giorni, una notizia ha attraversato rapidamente le agenzie senza essere accarezzata per davvero: una donna, arrestata durante le proteste, è stata condannata a morte e rischia di diventare il primo caso femminile legato direttamente alle manifestazioni di quest’anno. Non sono storie convenienti, perché per qualcuno significherebbe rimettere al centro della discussione la gente iraniana, un soggetto archiviato con sorprendente rapidità nel momento in cui è diventato più difficile trasformarlo in una bandiera immediata. Al suo posto si è imposta una propaganda precisa, che ha occupato lo spazio liminale della comunicazione occidentale: una guerra ridotta a categorie rassicuranti, costruita attorno a parole come antisemitismo, paura, bollette. Dentro questo schema, tutto diventa più leggibile, più spendibile, più controllabile.
In questo spostamento di attenzione, la Repubblica Islamica scivola progressivamente ai margini del discorso pubblico. La repressione interna, le esecuzioni, i processi sommari perdono centralità, mentre il fuoco si concentra altrove, su figure e dinamiche che garantiscono maggiore esposizione mediatica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Donald Trump diventa il punto di riferimento costante del dibattito. Ogni sua dichiarazione viene analizzata, amplificata, discussa per giorni, fino a occupare uno spazio che finisce per oscurare tutto il resto. I suoi toni restano duri, spesso provocatori, ma il piano su cui si muove resta quello di un leader politico dentro un sistema democratico. Dall’altra parte, in Iran, esiste un potere che arresta, processa e impicca i propri cittadini. Le esecuzioni avvengono davvero, i processi si celebrano davvero, le famiglie aspettano davvero fuori dalle carceri. La destra italiana, quella che fonda la propria identità sul valore dell’individuo e sulla difesa della libertà, deve decidere cosa vuol difendere per davvero, e non perdere il coraggio nel riaffermare questa scelta.
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