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Gli accordi con l'Iran sono saltati. Avanti tutta. 14/04/2026

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Il Tempo Rassegna Stampa
17.04.2026 "Il mio ruolo nella transizione verso un nuovo Iran libero e laico"
Intervista del direttore Daniele Capezzone a Reza Pahlavi

Testata: Il Tempo
Data: 17 aprile 2026
Pagina: 9
Autore: Daniele Capezzone
Titolo: «Il mio ruolo nella transizione verso un nuovo Iran libero e laico»

Riprendiamo da IL TEMPO di oggi 17/04/2026, a pag. 9, l'intervista del direttore Daniele Capezzone a Reza Pahlavi dal titolo "'Il mio ruolo nella transizione verso un nuovo Iran libero e laico'"

 Confessioni di un liberale. Daniele Capezzone al Caffè della Versiliana  Giovedì 14 luglio, ore 18:30 - Versiliana Festival
Daniele Capezzone

 

«In Europa si parla molto dei risvolti del conflitto in Iran e della chiusura dello stretto di Hormuz. Troppo poco, invece, del popolo iraniano, per il quale non c’è alcun cessate il fuoco all’orizzonte, ma solo repressione. Il mio appello è che anche il governo italiano si spenda di più per i cittadini del mio Paese: gli iraniani non possono restare fuori dall’equazione che porterà l’Iran fuori dal regime nel prossimo futuro. Una transizione politica democratica che va supportata anche dall’esterno e di cui io potrei essere garante». Reza Pahlavi, Principe ereditario dello Scià di Persia, è, oggi, il volto della speranza per milioni di iraniani, che riconoscono nella sua autorevole figura la possibilità di affrancarsi dal sanguinario regime che li opprime, per arrivare finalmente ad un’autentica liberazione, attesa da oltre quarant’anni. Il Tempo lo ha intervistato in esclusiva durante un evento organizzato dall’Istituto Friedman a Roma presso il Centro Studi Americani.

Principe, qui da noi c’è grande attenzione verso la situazione dello stretto di Hormuz e delle ripercussioni che potrebbe generare. Ma questa stessa narrazione occidentale sembra essersi dimenticata delle sorti delle donne e degli uomini iraniani. È così? «Si parla molto dello schema dei negoziati e di un possibile cessate il fuoco. Una tregua che però non vale per il popolo dell’Iran: nel Paese continua la repressione, proseguono gli arresti e le uccisioni. Una situazione drammatica che mi pare essere del tutto assente dalle discussioni, e questo è sbagliato. I governi europei possono e devono fare molto di più per i cittadini iraniani, che hanno bisogno di un forte sostegno esterno affinché possano realizzare quello che milioni di persone vogliono da decenni: la fine di questo regime. Loro sono pronti a sacrificare la vita, ma la storia ci insegna che la caduta di un regime non può avvenire senza l’aiuto del mondo libero, come dimostrato ad esempio dal Sud Africa di Mandela. I governi europei devono sostenere la popolazione adesso e togliersi dalla mente l’idea di poter trattare con terroristi che ricattano, opprimono e reprimono». 

La sorprende constatare come, in nome di un diffusa ostilità verso il Presidente Trump, in Occidente molti sembrano quasi sperare in un successo tattico del regime? «Guardi, il punto è questo: può il popolo iraniano pagare per le divergenze politiche tra le Nazioni occidentali? Ovviamente no. Ciò che serve fare è unirsi nel sostenere la liberazione di una popolazione oppressa. Un principio che dovrebbe essere bipartisan. Quando parlo con i politici europei, a me non interessa a quale parte politica facciano riferimento; perché credo che la libertà e la giustizia non abbiano un colore, né una collocazione. Da una parte c’è il regime iraniano, che è un nemico del mondo libero tutto, dall’altra ci sono milioni di cittadini che anelano a quella libertà e a quei diritti di cui voi godete. Cosa serve più di questo per superare divisioni politiche interne in nome di qualcosa di molto più grande?». 

A proposito di certe nostre contraddizioni: qui noi siamo molto attenti al rispetto dei diritti, mentre mi pare che non ci sia la medesima attenzione quando ad essere calpestati sono i diritti di Paesi che percepiamo come "lontani". Crede anche lei che su questo aspetto siamo vittime di un doppio standard? «Basti guardare la diaspora iraniana in giro per il mondo. Ciò che gli esuli fanno è semplicemente cercare fuori i diritti che gli sono stati negati in patria e provare, se possibile, a riportarceli. Per chi non è iraniano il discorso è diverso: quando si tratta della libertà di altri popoli è normale si facciano delle considerazioni sul costo di un eventuale appoggio. Ciononostante, gli iraniani oggi si continuano a chiedere perché l’Europa non stia "investendo" sulla loro liberazione. Dopotutto il regime degli ayatollah incarna l’esatto opposto dei vostri valori e vi sta danneggiando indirettamente in vari modi. Nondimeno si continua a negoziare con loro. Il regime ora sta prendendo tempo, perché sa di dover affrontare due uomini forti come Trump e Netanyahu. E le trattative lo aiutano in questo scopo. Ecco perché sostengo la necessità di un reset politico totale che avvenga il prima possibile con il vostro aiuto. Voglio essere chiaro: noi non speriamo che qualcun altro faccia il lavoro "sporco" al nostro posto, tutt’altro; ciò che chiediamo è di sfruttare l’opportunità che si è aperta oggi grazie anche al vostro appoggio. Peraltro, un reset politico totale in Iran andrebbe a vantaggio di tutti: dopo la caduta del regime avremo un Paese che gestirà con responsabilità il dossier sul nucleare, che eliminerà i legami col terrorismo e che svolgerà un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della regione. Un esempio in questo senso sarebbero i nuovi rapporti che un Iran libero, laico e democratico potrà intrattenere con Israele. Innanzitutto riprendendo in mano il percorso tracciato dai patti di Abramo, che l’attuale regime osteggia con forza foraggiando il radicalismo e il terrorismo e finanziando con i soldi dei cittadini organizzazioni come Hezbollah e Hamas. E poi ricostruendo le relazioni con un Paese, Israele, con il quale abbiamo un rapporto "biblico": Ciro il Grande, re di Persia, permise agli ebrei di tornare a Gerusalemme per ricostruire il Tempio dopo la conquista di Babilonia. Questo per dire che ci sono radici profonde che ci legano e che l’Iran del futuro potrà consolidare: per noi sono amici, nelle manifestazioni organizzare dalla diaspora iraniana c’è sempre anche una bandiera di Israele. Sarà un rapporto fruttuoso e fraterno che darà stabilità a tutta l’area dopo decenni di guerre. L’esatto contrario di ciò che vuole il regime». 

Le notizie che ci arrivano in merito sono contrastanti, ma lei può certamente darci qualche certezza in più: il regime oggi è davvero più debole? «Il regime è stato colpito gravemente, su questo ci sono pochi dubbi. Ci sono state diverse vittime tra i maggiorenti e molte defezioni. Ma, per quanto indeboliti, ci sono gangli del potere che ancora funzionano; e Khamenei figlio non è affatto diverso dal padre. Dunque, se parliamo di un vero cambiamento a livello di potere, ebbene questo cambiamento, al momento, non c’è stato. Dico di più: oggi le Guardie Rivoluzionarie si sono sostanzialmente sovrapposte allo Stato, sono diventante lo Stato stesso. Il che, è bene sottolinearlo, rende il regime ancora più pericoloso. Ecco perché ribadisco che cercare un accordo con loro sia la strada sbagliata da percorrere. Con gente così non si negozia, non si può negoziare. Il regime è oggi una bestia ferita e in quanto tale ancor più feroce, pronta a rappresaglie e vendette. Peraltro non abbiamo molte informazioni sullo stato attuale dell’apparato militare in loro possesso: con la censura di internet e la necessaria prudenza che gli informatori devono fatalmente seguire in questo momento non possiamo avere un quadro preciso. Ciò che sappiamo è che il regime si riorganizza continuamente e che, allo stesso tempo, cresce la resistenza dei dissidenti. Per questo sostengo che in un tale frangente non si possa essere solo degli osservatori, ma bisogna intervenire. C’è una frase di un generale che potrebbe ben riassumere il momento attuale: "se le circostanze non sono favorevoli, allora bisognerà cambiare le circostanze"». 

Vede come possibile uno scenario stile Venezuela? «Nel nostro caso non basterà rimuovere un capo. Il regime sa durare anche nel lungo periodo. Non si può dare una semplice "ripulita": li abbiamo combattuti per quarantasette anni e sono ancora lì». 

Per arrivare all’Iran del futuro sarà necessaria una profonda e complessa transizione politica e culturale. Lei che ruolo potrà svolgere in quel frangente? «Penso di poterne essere il leader, ma solo per il tempo necessario affinché essa si compia e il popolo scelga il proprio futuro. Non sarò certo io a decidere quale dovrà essere la forma del Paese di domani; quello solo i cittadini, una volta liberati dal regime, potranno dirlo. Però potrò fare da garante durante il processo che trasformerà l’Iran. Milioni di iraniani me lo chiedono da anni: avrò il loro sostegno nella guida di un governo transitorio che predisponga un’assemblea costituente per poi arrivare ad un referendum popolare attraverso il quale verrà deciso il nuovo assetto. Se sarà monarchia o repubblica non spetta a me deciderlo, io ho il dovere di posizionarmi al di sopra delle parti e dei giudizi e non parteggerò per nessuna delle proposte sul tavolo. Naturalmente, la transizione che immagino dovrà fondarsi su alcuni principii fondamentali, affinché possa essere giusta e stabile. Intanto rispettare l’integrità territoriale della Nazione; poi stabilire una netta separazione tra il potere dello Stato e quello religioso, senza la quale nessuna vera libertà sarà possibile; infine promuovere l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, senza distinzioni etniche, religiose o di altra natura. Insomma, potrò avere un ruolo centrale, ma solo perché a chiedermelo sono gli iraniani. E tutti saranno i benvenuti nella mia "tenda", a patto però che rispettino e condividano i principii appena enunciati. Poi toccherà a loro: nel nuovo Iran liberato la società civile avrà il ruolo più importante, si dovrà rifondare una vera separazione dei poteri, far rinascere nei cittadini la fiducia oggi persa verso le istituzioni, fargli sentire che possono contare, influire, fare la differenza. Senza vendette, però. La prima cosa che direi al mio ritorno in patria sarebbe un invito alla calma e alla responsabilità: lo scopo deve essere una riconciliazione nazionale, non una enorme rappresaglia, altrimenti diventiamo come i nostri oppressori. Ma io so che il popolo iraniano lo farà: ho fiducia in loro». 

Un’ultima domanda, Principe. L’Ue cosa dovrebbe fare ora? «Deve fare più pressione sul regime, chiudere le ambasciate, espellere chi agisce per conto degli oppressori, sostenere i dissidenti della diaspora. Deve, insomma, svolgere un ruolo più attivo e incisivo. Ma, sopra ogni cosa, deve iniziare ad ascoltare il popolo iraniano. Perché per aiutarlo davvero serve mettersi in ascolto e conoscere cosa pensa e cosa vuole».

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