Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 17/04/2026, a pag. 4, l'analisi di Paolo Crucianelli dal titolo "Le missiles cities iraniane"
Le immagini satellitari diffuse in questi giorni mostrano mezzi pesanti al lavoro vicino a Khomein: scavano, rimuovono detriti, riaprono accessi. Non è semplice manutenzione. È il ritorno in funzione di uno degli elementi più caratteristici della dottrina militare iraniana: le cosiddette “missile cities”.
Non si tratta di bunker isolati, ma di vere e proprie reti sotterranee: tunnel profondi, rampe di uscita, depositi e piattaforme mobili di lancio. Un sistema progettato non per evitare il colpo, ma per assorbirlo. L’idea è semplice quanto efficace: disperdere, nascondere, sopravvivere. E poi tornare operativi.
Durante i raid israeliani e americani, la strategia è stata chiara: colpire gli ingressi. Non distruggere l’intero sistema — obiettivo spesso irraggiungibile — ma bloccarne il funzionamento, impedendo ai lanciatori di uscire per colpire o rientrare per ricaricare. Il risultato, secondo valutazioni dell’intelligence, è stato significativo ma non definitivo: una parte consistente dei lanciatori sarebbe rimasta intatta, semplicemente intrappolata sotto terra.
Le immagini mostrano l’Iran che fa quello per cui quel sistema è stato concepito: si disseppellisce. Riapre i tunnel, recupera i mezzi, ripristina l’accesso. In altre parole, ricostruisce la propria capacità operativa. Non è una sorpresa, è la logica conseguenza di un modello pensato per resistere nel tempo e sotto attacco.
Qui emerge il punto politico e strategico più rilevante.
Ogni tregua, ogni pausa operativa, ogni rallentamento delle ostilità ha un effetto inevitabile: consente all’avversario di ricostruire. È una dinamica nota, quasi banale nella sua evidenza, eppure spesso sottovalutata nel dibattito pubblico. Le immagini di questi giorni lo dimostrano con chiarezza: mentre la pressione militare diminuisce, la capacità iraniana si rigenera.
“Come volevasi dimostrare”, verrebbe da dire.
Resta però una domanda più tecnica, e più scomoda: si poteva fare di più?
Israele e Stati Uniti avrebbero potuto tentare una distruzione più profonda, utilizzando munizionamento bunker-buster di maggiore potenza per colpire direttamente le infrastrutture sotterranee. Ma qui entra in gioco un limite strutturale. Le “missile cities” non sono un singolo bersaglio, bensì una rete estesa, ridondante, spesso scavata a profondità tali da rendere estremamente difficile — se non impossibile — una neutralizzazione completa anche con armamenti avanzati.
Le bombe penetranti possono distruggere un punto, forse più punti. Ma difficilmente possono cancellare un sistema distribuito, progettato proprio per sopravvivere a quel tipo di attacco.
È quindi plausibile che la scelta di colpire gli ingressi non sia stata un errore, ma un compromesso operativo: ottenere un effetto immediato, rallentare la capacità di lancio, senza illudersi di eliminare definitivamente la minaccia.
Il problema è che questo tipo di strategia funziona solo finché la pressione resta alta. Nel momento in cui si apre una tregua, anche temporanea, quel vantaggio si riduce rapidamente. E il sistema torna a vivere.
Le immagini satellitari di oggi non raccontano solo un’attività di scavo. Raccontano qualcosa di più profondo: la difficoltà, per qualsiasi potenza militare, di neutralizzare in modo definitivo un avversario che ha costruito la propria difesa attorno alla resilienza.
In questo senso, le “missile cities” non sono solo infrastrutture militari. Sono un messaggio strategico: non basta colpire, bisogna impedire la ricostruzione. E questo, come dimostrano i fatti, è molto più difficile.
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