Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Wall Street Journal dal titolo "La lezione dell’atomica della Corea del Nord. I presidenti americani tergiversarono troppo e oggi Pyongyang è una potenza nucleare. È la stessa strada tentata dal regime iraniano per rendersi intoccabile e poter imperversare in Medio Oriente, finché non è incappato nella determinazione di Trump e di Israele"
Scrive l’editoriale del Wall Street Journal: Dopo il fallimento della diplomazia, il presidente Trump ha deciso di ricorrere alla forza militare per impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari.
Come i critici non mancano di sottolineare si è trattato di una scelta, e di una scelta rischiosa.
Ma l’esperienza degli Stati Uniti con la Corea del Nord, stranamente dimenticata, suggerisce che le alternative erano ancora più rischiose.
Vale la pena, oggi, ripercorrere quella storia per mostrare i limiti della diplomazia nucleare con un nemico determinato, e che cosa succede quando gli Stati Uniti antepongono a tutto il resto l’obiettivo di evitare il conflitto.
Nel 1984 la CIA avvertì che la Corea del Nord avrebbe potuto cercare di ottenere plutonio ad uso bellico.
Sotto pressione internazionale, l’anno successivo il dittatore Kim Il Sung aderì al Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Ciò fu interpretato come un segnale di intenzioni pacifiche da parte di Pyongyang, anche se la cosa ritardava l’adozione di misure di controllo nucleare.
La Corea del Nord continuò a portare avanti il suo programma nucleare.
Nel 1993 Pyongyang negò agli ispettori l’accesso a siti nucleari camuffati, lasciando il mondo con l’interrogativo se avesse separato il plutonio per la produzione di bombe.

Il dittatore nordcoreano Kim Jong Un fotografato davanti a un missile balistico intercontinentale nel marzo 2022 (Agenzia Centrale di Notizie Coreana, tramite Reuters)
Messa di fronte a insistenti domande scomode, la Corea del Nord annunciò che si sarebbe ritirata dal Trattato di non proliferazione nucleare.
L’amministrazione Clinton riuscì a convincere Kim a desistere per un certo periodo, ma Pyongyang entrò in conflitto con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e nel 1994 scaricò barre di combustibile esaurito dal reattore di Yongbyon senza la supervisione dell’AIEA.
Il combustibile sarebbe stato poi riprocessato per produrre plutonio ad uso militare? Nessuno lo sapeva.
Bill Clinton minacciò sanzioni. L’esercito statunitense elaborò piani per attacchi contro impianti nucleari e il Segretario alla Difesa Bill Perry presentò un piano per un massiccio rafforzamento militare nella regione.
Clinton annullò i colloqui e schierò i sistemi di difesa missilistica Patriot in Corea del Sud. Dal Senato, il leader repubblicano John McCain appoggiò l’uso della forza e la Casa Bianca si orientava verso l’opzione militare.
A quel punto entrò in scena Jimmy Carter.
L’ex presidente informò l’amministrazione Clinton della sua intenzione di accettare un precedente invito dei nordcoreani a recarsi in Corea del Nord per tentare di disinnescare la situazione.
Clinton decise di lasciare che Carter procedesse come privato cittadino, ritenendo che ciò potesse dare a Kim la possibilità di fare marcia indietro.
Invece, Clinton si ritrovò politicamente con le spalle al muro.
Carter temeva il conflitto più di ogni altra cosa e si opponeva persino alle sanzioni. Andò oltre ciò che Clinton l’aveva autorizzato a discutere e annunciò un accordo provvisorio con Kim: in diretta sulla CNN.
La stampa e l’establishment della politica estera salutarono con favore la pace nucleare “per il nostro tempo” (© Neville Chamberlain, 1938 ndr). Le opzioni militari vennero accantonate e Clinton abbracciò l’accordo, che divenne l’Accordo Quadro del 1994.
La Corea del Nord acconsentì a congelare le sue attività nucleari illecite e permettere, in seguito, ispezioni complete in cambio di un pacchetto multimiliardario comprendente energia nucleare ad uso civile e petrolio.
Gli Stati Uniti accantonarono la questione se la Corea del Nord possedesse o meno una quantità di plutonio sufficiente per una bomba atomica e ignorarono le sue violazioni del Trattato di non proliferazione nucleare.
Il regime, dicevano alcuni, col tempo si sarebbe ammorbidito grazie all’impegno economico. Del resto, chi avrebbe mai voluto un’altra guerra di Corea?
Per un certo periodo l’accordo sembrò funzionare.
Ma nel 1996 lo scienziato nucleare pakistano A.Q. Khan, noto per le sue attività illecite, si recò a Pyongyang per fornire assistenza nell’arricchimento dell’uranio, una via alternativa alla bomba atomica che la Corea del Nord perseguiva in segreto.
La ricerca per la produzione di armi nucleari continuava di nascosto. L’intento del regime di costruire la Bomba non era mai cambiato.
Nel 2002, l’amministrazione di George W. Bush affrontò la Corea del Nord in merito al suo programma di arricchimento, e Pyongyang rinnegò l’Accordo Quadro.
Kim Jong Il, figlio di Kim Il Sung, espulse gli ispettori, si ritirò dal Trattato di non proliferazione nucleare e riprese le attività col plutonio.
Bush ricorse a minacce, sanzioni e diplomazia, ma alla fine escluse l’uso della forza.
La Corea del Nord quadruplicò le sue scorte di plutonio e nel 2006 condusse il suo primo test nucleare.
Dopo di allora, qualunque opzione militare degli Stati Uniti divenne molto più rischiosa. E la Corea del Nord continuò imperterrita.
Ora si ritiene che possieda circa 50 testate nucleari e che stia testando missili balistici intercontinentali che un giorno saranno in grado di raggiungere il territorio continentale degli Stati Uniti. L’ultimo test missilistico è avvenuto a fine marzo.
La lezione da trarre è che i presidenti americani aspettarono troppo a lungo per fermare la Corea del Nord.
Si diceva sempre che i rischi di una guerra erano troppo elevati, che non era mai il momento giusto e che c’era sempre un’altra opzione diplomatica da tentare.
Oggi la Corea del Nord è una potenza nucleare, il che significa che potrebbe imprimere a qualsiasi conflitto un’escalation con effetti devastanti.
Questo è più o meno il percorso che almeno quattro presidenti americani hanno seguito con l’Iran.
Colloqui, accordi e aiuti economici sono stati ampiamente presenti, con le sanzioni utilizzate come tattica negoziale ma senza una credibile minaccia di ricorso alla forza.
Come Pyongyang, Teheran ha accettato un accordo che non le imponeva di fare luce sulle passate attività nucleari e lasciava intatte le infrastrutture nucleari per il futuro.
Il regime iraniano non ha mai smesso di perseguire la Bomba.
Donald Trump è l’unico presidente che ha avuto il coraggio di attaccare il programma nucleare iraniano, e di permettere a Israele di farlo, nella guerra dei dodici giorni di giugno.
L’arsenale missilistico iraniano che ora sta cercando smantellare trova un parallelo nell’artiglieria nordcoreana che, puntando su Seul, dissuadeva gli Stati Uniti dall’agire contro il programma nucleare di Pyongyang.
Nella lista degli obiettivi statunitensi figurano anche le scorte sotterranee di materiale fissile iraniano e il suo cantiere sotto il monte Pickaxe, dove in futuro il regime spera di arricchire il materiale. Quelle possono forse essere tenute sotto controllo, ma sarebbe un errore concludere la guerra lasciando quest’ultimo intatto.
Non sappiamo come finirà l’attuale conflitto con l’Iran, ma sappiamo che il regime jihadista iraniano non avrà un programma nucleare, quando sarà finita.
E questo ha reso il mondo un posto più sicuro.
(Da: Wall Street Journal, 3.4.26)