Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Rendez-vous ungherese. Il vero scandalo di Orbán: i confini esistono e vanno difesi"

Giulio Meotti
Il presidente francese François Hollande, chiamato a testimoniare al processo per gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi, confesserà che il governo socialista dell’epoca sapeva che “si stavano preparando operazioni e che individui si erano messi nel fiume di profughi”. Un fatto confermato anche da Jean-Charles Brisard, presidente del Centro di analisi del terrorismo, a Le Monde: “Sapevamo che i terroristi avevano preso la rotta balcanica per arrivare in Ungheria”.
L’elenco dei terroristi di Parigi e Bruxelles e le frontiere da cui sono entrati poche settimane prima delle stragi
Tra il 30 agosto e il 2 ottobre 2015, Salah Abdeslam (unico sopravvissuto del commando dell’Isis) avrebbe effettuato tre viaggi di andata e ritorno tra Belgio e Ungheria, traghettando numerosi terroristi a Bruxelles.
Ma quando le autorità tedesche, in quel settembre fatidico, dissero ad Angela Merkel che il confine poteva essere rapidamente “sigillato”, la cancelliera scosse la testa. L’allora ministro degli Esteri Sigmar Gabriel avrebbe rivelato che Merkel e Gabriel stavano ascoltando quali misure si potessero attuare. “Merkel mi ha detto, letteralmente: ‘Promettimi una cosa, Gabriel: non costruiremo alcun muro’”.
Budapest 2015
Otto di dieci terroristi di Parigi passeranno dunque dalla stazione Keleti di Budapest, che in quei giorni era piena di giornalisti per raccontare quanto fosse cattivo il governo di Viktor Orbán a voler fermare, unico capo di stato in Europa, il flusso di migranti siriani.
Pochi mesi prima c’era stato il discorso pronunciato dal primo ministro ungherese nel villaggio di Kötcse, sulle rive del lago Balaton, mentre centinaia di migliaia di migranti provenienti da tutto il mondo musulmano, per lo più giovani uomini, marciavano dall’Asia Minore, attraverso i Balcani, verso il cuore dell’Europa. Gruppi di migranti avevano già sfondato i cordoni di polizia ungheresi, calpestato i campi coltivati, occupato le piazze, bloccato le autostrade, preso d’assalto i treni e si erano ammassati alla stazione Keleti di Budapest.
Cosa disse di così scandaloso Orbán?
“Sono convinto che l’Ungheria abbia il diritto – ogni nazione ha il diritto – di affermare di non volere che il proprio paese cambi”.
Di non voler diventare una no-go zone.
Orbán si stava preparando così alla chiusura militare del confine meridionale ungherese.
Se non difendi le frontiere esterne (questa è la debolezza degli “europeisti” cosiddetti), perderai il controllo di quelle interne.
Il giorno dopo le stragi di Parigi, Hollande ristabilisce così il controllo alle frontiere francesi, come un Orbán qualunque.
Se vi sembra Il mondo di ieri, è soltanto dieci anni fa.
Ancora un anno dopo gli attentati, Jean-Claude Juncker, il lussemburghese a capo della Commissione UE, disse che “i confini sono la peggior invenzione di sempre”.
Ora che il cattivo ungherese è uscito dalla scena politica, più di uno dovrebbe confessare che, almeno su questo, Orbán aveva ragione e loro torto marcio. In ogni caso in questi anni, alla faccia di Merkel e Juncker, l’Europa avrebbe costruito muri lunghi mille chilometri ai confini europei.
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Invece siamo al solito falso clivage fra populisti ed europeisti (i danesi al governo sono europeisti che sull’immigrazione la pensano proprio come Orbán).
La Spagna di Sánchez invece fa parte dei “buoni”? In una settimana il socialista spagnolo è andato in Cina, ha aperto l’ambasciata a Teheran e rotto con Stati Uniti e Israele.
Il clivage è fra “multiculturalisti” e “civilizzazionisti”, come li chiama Daniel Pipes. O per dirla con il filosofo ebreo Alain Finkielkraut, “il diritto alla continuità storica dell’Europa”.
Dalla “fine dell’autocrate” (La Repubblica) ai commenti di Barack Obama e Hillary Clinton, questo invece oggi ci tocca leggere.

L’Ungheria è sempre stata una solidissima democrazia. Il fatto che gli ungheresi abbiano votato quattro volte per un politico inviso alla Clinton, a Obama e alle élite woke di qua e di là dall’Atlantico non significa che non fosse una democrazia.
Ma siccome Orbán non credeva nel liberalismo spuntato e in tutto ciò che comporta (dal politicamente corretto all’immigrazione di massa), lo hanno definito “autocrate”, “fascista” e via dicendo.
Avevano avvertito che Orbán, di fronte alla sconfitta, avrebbe cercato di mantenere il potere attraverso qualche astuzia maligna: “illiberale” poteva esserlo, ma non era mai stato un autocrate, per quanto i suoi oppositori lo avessero descritto così.
È vero che i sovranisti hanno perso il loro campione più visibile (“l’unico leader europeo con le palle” per dirla con quel maestro di bon ton di Geert Wilders). Orbán ha perso perché l’economia è in crisi e il suo partito è stato fin troppo tollerante nei confronti della corruzione.
Ma il nuovo presidente, Peter Magyar, è un ex orbaniano e nazionalista di destra a cui gli elettori progressisti si sono rivolti perché rappresentava la loro unica possibilità di spodestare Orbán.
Rod Dreher, che a Budapest vive, nei giorni scorsi aveva spiegato che Orbán avrebbe perso perché Magyar era di destra.
C’è un motivo se l’Ungheria oggi continua a sembrare l’Ungheria, come la Polonia sembra la Polonia e la Repubblica Ceca sembra la Repubblica Ceca, in un modo in cui la Svezia e la Germania non sembrano più svedesi o tedesche.
Tre anni fa ci sono tornato per trarne questo reportage.
Non è un caso se l’Ungheria sotto Orbán è diventata “il luogo più sicuro in Europa per gli ebrei”. A Budapest, a differenza che in Francia, in Belgio e in Italia, le sinagoghe non hanno bisogno di essere protette dai soldati. Yacov-David Hadas Handelsman, ambasciatore di Israele a Budapest, ha detto che l'Ungheria ha la più grande comunità ebraica dell'Europa centrale “e i suoi membri possono camminare per strada in sicurezza”.
Cosa che non possono dire di poter fare gli ebrei dell’Europa occidentale, di Bruxelles, di Londra, di Parigi, di Milano, di Berlino o di Malmö e che ora, scrive il Wall Street Journal, “stanno facendo le valigie”.
Non solo: Israele ha perso anche uno degli scudi legali dentro la UE.
Christopher Caldwell in un saggio sulla Clarement Review of Books ha spiegato: “Cresciuto povero in una piccola città a ovest di Budapest, Orbán ha cambiato idea su molte cose, soprattutto il libero mercato non regolamentato. Crede che i paesi occidentali siano in declino a causa del ‘liberalismo’, che nel suo vocabolario politico, se portato alla sua logica conclusione, distruggerà l’Ungheria. ‘Non è scritto nel grande libro dell’umanità che ci debbano essere ungheresi nel mondo’, ha detto Orbán nel suo discorso sullo stato della nazione a febbraio. ‘È solo scritto nei nostri cuori, ma al mondo non importa nulla di questo’”.
L’Unione Europea ha preso di mira le violazioni dello Stato di diritto da parte dell’Ungheria, in particolare in termini di trasparenza negli appalti pubblici o di indipendenza della magistratura. Su questi punti, le critiche della Ue non erano del tutto infondate.
Ma è la crisi dei migranti del 2015 che consacrerà la rottura tra le due Europe. Le società liberali tedesche e francesi e svedesi e olandesi sono diventate società multiculturali che hanno rinunciato a difendere confini e identità.
Come spiega su Le Figaro la filosofa Chantal Delsol a proposito dell’Ungheria, “il grande naufragio delle élite liberal contemporanee consiste nel rifiutare qualsiasi riflessione sui limiti. È disastroso che le persone intelligenti che ci governano si sentano obbligate a gridare alla discriminazione non appena si manifesta un giudizio, e a trattare da criminali coloro che ritengono che dei limiti esistano. Una società non è obbligata a relativizzare tutto per essere libera”.
E il grande limite che aveva imposto Orbán era proprio l’idea di confine.
“Coloro che arrivano sono cresciuti in un’altra religione e rappresentano una cultura radicalmente diversa, la maggior parte di loro non sono cristiani, ma musulmani”, scrisse Orbán sulla Frankfurt Allgemeine Zeitung annunciando la stretta dell’immigrazione dal Medio Oriente alla fine dell’estate del 2015. Non tutta l’immigrazione, gli ucraini ad esempio sono stati accolti in massa.
Quando Orbán iniziò a costruire la barriera fu attaccato da tutti. Oggi le misure di protezione delle frontiere ungheresi sono diventate un modello per la UE.
“È stato un errore criticare il primo ministro ungherese Orbán per aver innalzato un muro al confine nel 2015”, ha detto anche il ministro danese dell’Immigrazione Mattias Tesfaye, di origine etiope e membro di un esecutivo di sinistra. “Inizialmente la maggior parte dei leader europei ha fortemente criticato l’istituzione del blocco del confine meridionale, ma ora sempre più persone riconoscono che il primo ministro ungherese aveva ragione nel dibattito sull’immigrazione”.
In un discorso al Castello di Budapest, Orbán ha avvertito l’Europa:
“Se tutto continua come oggi, le città europee avranno una popolazione a maggioranza musulmana. Se le cose continuano così, la nostra cultura, la nostra identità e le nostre nazioni come le conosciamo cesseranno di esistere. I nostri peggiori incubi saranno realtà. L’Occidente cadrà. Sarà questa la vendetta di coloro che pensano che le civiltà non vengano uccise, ma che si suicidino? Molti credono che anche se tutto questo dovesse accadere, ci vorrà molto tempo. Si sbagliano. In altre parole, noi – per non parlare dei nostri figli e nipoti – potremmo essere in grado di vedere con i nostri occhi quale direzione avrà preso il futuro del nostro mondo occidentale”.

Pazzo?
Allora lo è anche Jacques Attali, l’intellettuale campione del globalismo politicamente all’opposto di Orbán, che ha detto:
“La questione delle frontiere è essenziale. L’Europa è un colabrodo, abbiamo fatto di tutto per distruggere le frontiere interne ed esterne. E siamo un colabrodo per gli investimenti esteri e per i prodotti stranieri. L’Europa non vuole proteggersi. Non è che l’Europa non sappia proteggersi, è che non vuole proteggersi”.
Più che asfissiarci con la “democratura ungherese”, gli europeisti si preoccupino del futuro dell’Europa. Perché se è un colabrodo come dice Attali, andrà a picco come il Titanic.
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