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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Libero Rassegna Stampa
13.04.2026 Conte vuole stracciare gli accordi con Israele. E i politici Pd vanno all’Aja a chiedere l’arresto di Bibi
Commento di Pietro De Leo

Testata: Libero
Data: 13 aprile 2026
Pagina: 10/11
Autore: Pietro De Leo
Titolo: «Conte vuole stracciare gli accordi con Israele. E i politici Pd vanno all’Aja a chiedere l’arresto di Bibi»

Riprendiamo da LIBERO di oggi, 13/04/2026, a pag. 10/11, il commento di Pietro De Leo dal titolo "Conte vuole stracciare gli accordi con Israele. E i politici Pd vanno all’Aja a chiedere l’arresto di Bibi"

Pietro De Leo, autore presso nicolaporro.it
Pietro De Leo

La sinistra si ricompatta, ancora una volta, nel segno del «contro». Contro Israele, contro il governo italiano, contro il memorandum di cooperazione tra i due Paesi. La «pars costruens» in politica estera verrà poi. Chissà quando. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, in un post chiede all’esecutivo di fermare il rinnovo dell’accordo con Israele: «Lunedì (oggi per chi legge, ndr) si rinnoverà per 5 anni il Memorandum sulla cooperazione militare Italia- Israele», scrive, «è un accordo che il Governo Meloni avrebbe comunque potuto sospendere in qualsiasi momento». E ancora: «L’Italia ha il dovere specifico di impedire il rinnovo del Memorandum al fine di rispettare i principi scritti nella nostra Costituzione». Parole nette, accompagnate da un attacco diretto al governo israeliano: «La condotta criminale di Netanyahu ha prodotto migliaia di morti». Nel Movimento 5 Stelle la senatrice, Alessandra Maiorino, parla di necessità di fermare l’accordo perché «non possiamo continuare come se nulla fosse». E sulla stessa linea c’è Avs, con Nicola Fratoianni a sottolineare: «È inaccettabile continuare a cooperare militarmente con Israele». E attacca: «Meloni e soci non riescono a dimostrarsi umani nemmeno di fronte ai crimini di Netanyahu, al genocidio e all’apartheid in Palestina, all’occupazione illegale di Israele in Cisgiordania e alla violazione sistematica del diritto internazionale. Nemmeno di fronte agli attacchi israeliani contro i militari italiani in missione Onu riescono ad avere la schiena dritta». Il copione è quello già visto: tirar dentro il governo italiano nelle degenerazioni di Netanyahu nella conduzione delle sue iniziative militari, da Gaza al Libano, su cui, però, l’esecutivo ha più volte preso le distanze ed espresso condanna, così come quando è stato attaccato il contingente Unifil la reazione diplomatica c’è sempre stata. Quanto al memorandum, si tratta di un accordo quadro che regola la cooperazione militare e industriale tra Italia e Israele: scambio di tecnologie, collaborazione tra industrie della difesa. Un perimetro dentro il quale si sviluppano programmi che hanno ricadute dirette pure sulla ricerca e sulla sicurezza, sullo scambio di informazioni di intelligence. Non solo. L’accordo non obbliga automaticamente alla vendita di armamenti. Il memorandum, quindi, è una cornice che consente all’Italia di muoversi in un contesto di cooperazione strategica. Di fronte a tutto questo, quindi, chiamare in causa il governo italiano per i presunti crimini commessi da Benjamin Netanyahu rischia di apparire come una forzatura politica. L’accordo bilaterale, infatti, non determina le scelte militari israeliane né implica alcun sostegno automatico alle operazioni in corso. Legare i due piani è una strumentalizzazione. A completare il quadro c’è l’iniziativa del Partito Democratico all’Aja. Una delegazione di parlamentari dem visiterà la Corte Penale Internazionale per esprimere attenzione rispetto alle sanzioni adottate contro i magistrati coinvolti nelle indagini sui vertici israeliani, sottolineando la necessità di «difendere gli istituti del diritto internazionale». Anche in questo caso, il tema è quello della difesa del diritto internazionale. Ma il «casus belli» è rappresentato proprio dalle misure adottate dagli Stati Uniti contro i giudici e i funzionari della Corte: sanzioni personali, congelamento di beni e restrizioni finanziarie. Una risposta dura alle indagini che hanno portato ai mandati di cattura nei confronti di Netanyahu e Gallant. Il risultato di tutto questo è una convergenza politica che però si ferma al livello della denuncia. Tutti contro Israele e poco altro. Insomma manca platealmente, da parte del blocco progressista, una proposta unitaria su come l’Italia dovrebbe muoversi in uno scenario internazionale sempre più complesso. Il cosiddetto «campo largo», in politica estera, continua a mostrare tutti i suoi limiti. 

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