Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Il mediatore Pakistan fa il piromane anti-Israele Analisi di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo Data: 11 aprile 2026 Pagina: 10/11 Autore: Francesca Musacchio Titolo: «Il mediatore Pakistan fa il piromane anti-Israele»
Riprendiamo da IL TEMPO di oggi, 11/04/2026, a pag. 10/11, l'analisi di Francesca Musacchio dal titolo "Il mediatore Pakistan fa il piromane anti-Israele"
Khawaja Asif
Il ministro Khawaja Asif ha definito gli israeliani«una maledizione per l’umanità»
Israele «una maledizione per l’umanità». È la frase contenuta in un post del ministro della Difesa pakistano che cade come una tegola sui negoziati tra Stati Uniti e Iran che iniziano oggi a Islamabad. Nel post, poi rimosso, Khawaja Asif ha definito Israele responsabile di un «genocidio» in più teatri, scrivendo: «Mentre a Islamabad sono in corso colloqui di pace, in Libano si sta commettendo un genocidio. Cittadini innocenti vengono uccisi da Israele, prima a Gaza, poi in Iran e ora in Libano, e lo spargimento di sangue continua senza sosta. Spero e prego che coloro che hanno creato questo stato cancerogeno sulla terra palestinese per sbarazzarsi degli ebrei europei brucino all’inferno». Parole cancellate ma che hanno creato conseguenze. Israele, infatti, ha reagito immediatamente, mettendo in discussione il ruolo di Islamabad come mediatore. «L’appello del ministro della Difesa pakistano alla distruzione di Israele è oltraggioso. Questa non è una dichiarazione che può essere tollerata da alcun governo, soprattutto non da un governo che si proclama arbitro neutrale per la pace», ha fatto sapere l’ufficio del premier Benjamin Netanyahu. Quindi, mentre la diplomazia prova a costruire un equilibrio, il Paese che ospita il tavolo negoziale si espone con una linea che di neutrale ha ben poco. E la cancellazione del post non cancella il sospetto che il terreno su cui si muovono i colloqui sia già inclinato. Sul piano politico, infatti, la pressione sale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiesto agli Stati Uniti di rispettare gli impegni sul cessate il fuoco, «inclusa la garanzia che la tregua riguardi anche il Libano». Per Teheran il fronte libanese è parte della stessa partita, per Israele no. Intanto ieri, un attacco israeliano a Nabatiyeh ha causato 13 morti tra le forze di sicurezza. «Questa dolorosa perdita non fa altro che rafforzare la nostra determinazione a raggiungere un cessate il fuoco che proteggerà il Libano e il nostro popolo nel sud», ha dichiarato il primo ministro Nawaf Salam, mentre il presidente Joseph Aoun ha chiesto alla comunità internazionale di «assumersi le proprie responsabilità nel porre fine alle ripetute aggressioni israeliane». E la risposta non si è fatta attendere. Hezbollah ha rivendicato due attacchi contro militari israeliani a Bint Jbeil, con razzi lanciati contro veicoli dell’Idf nel sud del Paese. E secondo fonti israeliane, almeno 30 razzi sarebbero stati sparati verso il territorio dello Stato ebraico. Le Forze di difesa israeliane sostengono di aver eliminato più di 1.400 miliziani di Hezbollah in Libano dall’intensificarsi delle operazioni, avviate lo scorso 2 marzo. Di segno diverso il bilancio fornito da Beirut. Il ministero della Salute libanese parla di oltre 1.800 morti dall’inizio del conflitto, con più di 300 vittime registrate nella sola giornata di mercoledì 8 aprile. Sul piano operativo, l’esercito israeliano dichiara inoltre di aver distrutto circa 4.300 «infrastrutture terroristiche» riconducibili a Hezbollah e di aver sequestrato oltre mille armi nel corso delle operazioni terrestri nel sud del Libano, avviate il 16 marzo. Nelle ultime 24 ore, infine, l’Aeronautica israeliana avrebbe colpito 120 obiettivi del gruppo nel sud del Paese, con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare minacce dirette alle proprie forze. Nel frattempo Beirut scende in piazza. Centinaia di sostenitori di Hezbollah e dei suoi alleati hanno protestato contro i negoziati, sventolando anche bandiere iraniane. E mentre le delegazioni si preparano al primo incontro diretto tra Israele e Libano previsto martedì al Dipartimento di Stato americano, con un round preliminare già in corso, la linea resta spezzata. Da una parte il tavolo negoziale, dall’altra una guerra che non si ferma.
Per inviare la propria opinione al Tempo, telefonare 06/675881, oppure cliccare sulla e-mail sottostante