Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Il nuovo partito islamico esulta per Hannoun. La sfida allo Stato: «E adesso liberi tutti» Commento di Christian Campigli
Testata: Il Tempo Data: 11 aprile 2026 Pagina: 1/8 Autore: Christian Campigli Titolo: «l nuovo partito islamico esulta per Hannoun. La sfida allo Stato: «E adesso liberi tutti»»
Riprendiamo da IL TEMPO di oggi, 11/04/2026, a pag. 1/8, il commento di Christian Campigli dal titolo "Il nuovo partito islamico esulta per Hannoun. La sfida allo Stato: «E adesso liberi tutti»"
Mohammad Hannoun
Si sentono forti. E non hanno (più) alcuna intenzione di tenere un basso profilo. Il Nuovo Partito Islamico, nella preoccupante indifferenza della stampa pettinata italiana, si sta organizzando. È pronto ad alzare la voce e ad avanzare pretese e rivendicazioni. Questo pomeriggio, alle quattro a Piazzale Loreto, Milano darà all'Italia un assaggio di quello che potrà diventare il nostro Paese, se questa dinamica squisitamente politica non verrà presa sul serio. Basta andare sul profilo Instagram dei Giovani Palestinesi per avere un’idea precisa dei motivi di una simile mobilitazione. «Questo lunedì il parlamento israeliano ha approvato la legge che prevede la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Sono almeno 10.000 i prigionieri politici palestinesi rinchiusi nelle carceri dell’occupazione sionista. Mentre continua l’aggressione ai popoli della regione, con un massacro sul Libano che ieri ha fatto oltre 200 martiri e più di 1500 feriti, Israele vuole proseguire impunemente il proprio disegno genocida anche all’interno delle prigioni sioniste, dove la morte lenta per vessazioni e soprusi è già di fatto consolidata». Fin qui, i soliti deliri Pro Pal letti e ascoltati mille volte. Ma che, incredibilmente, sono riusciti ad entrare persino in Parlamento, grazie alla vicinanza di alcuni deputati e senatori del Movimento Cinque Stelle. «Intanto, anche in Europa e in Italia cresce la criminalizzazione di chi esprime solidarietà alla causa palestinese e alla sua diaspora. Arresti, processi e repressione politica colpiscono attivisti e reti di sostegno, nel tentativo di isolare e spegnere un movimento che negli ultimi anni è diventato sempre più radicato. Tuttavia, proprio ieri la Cassazione ha annullato il provvedimento del tribunale del riesame sull’arresto di Hannoun e degli altri palestinesi, accusati di finanziare la resistenza palestinese, a dimostrazione dell’ennesima sconfitta politica del governo Meloni». Questo è il punto da analizzare con maggiore attenzione. Perché la decisione della Cassazione, che ha smontato la tesi accusatoria, secondo la quale Hannoun e altre tre persone avrebbero raccolto denaro da spedire ai terroristi di Hamas, ha dato linfa e coraggio al Nuovo Partito Islamico. «Pochi mesi fa, il 16 gennaio, il Tribunale d’Assise de L’Aquila ha condannato a 5 anni e 6 mesi di reclusione Anan, assolvendo invece Ali e Mansour. L’arresto e la condanna di Anan Yaeesh sono volte a criminalizzare ogni forma di legittima resistenza contro la violenza sionista e l’occupazione della terra». Questo è un punto essenziale per comprendere l’evoluzione di questo emergente soggetto politico: Api e Giovani Palestinesi vogliono che anche altri attivisti Pro Pal, attualmente detenuti con accuse di vario titolo, vengano liberati. Considerandoli alla stregua di «prigionieri politici». Il post fa specifico riferimento a Anan Yaeesh: lo scorso 16 gennaio la Corte d’Assise dell’Aquila ha condannato il palestinese alla pena di 5 anni e 6 mesi di reclusione nel processo per associazione con finalità di terrorismo. «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita». Il 19 dicembre scorso AnanYaeesh, trentasettenne palestinese di Tulkarem, ha scelto queste parole per rivolgersi alla Corte d’Assise abruzzese, in videocollegamento dal carcere di Melfi, dove era detenuto da gennaio 2024. «Adesso la nostra lotta dovrà essere ancora più dura affinché Anan e tutti i prigionieri politici palestinesi e per la Palestina nelle carceri italiane vengano liberati. Non possiamo stare a guardare, rispondiamo all'appello della Resistenza palestinese e della regione: mobilitiamoci contro l’ennesima legge genocida contro i prigionieri palestinesi, fermiamo Israele e il terrore del sionismo». Agghiacciante la conclusione del post («Per la Palestina libera, dal fiume al mare»). Un invito, tutt’altro che celato, alla distruzione di Israele.
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