Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 11/04/2026, a pag. 4, il commento di Giuseppe Kalowski dal titolo "Prova del nove per il Libano. Bluffa sul disarmo di Hezbollah?"

Ali Yusuf Harshi
Tel-Aviv. La situazione tra Israele e il Libano è più complessa di un cruciverba senza schema. Dopo un indubbio successo politico-diplomatico dell’Iran, dovuto all’indecifrabilità dell’Amministrazione americana guidata dal presidente Trump, l’aspetto cruciale adesso, ed è ciò che ha fatto un po’ abbassare la cresta al rinvigorito regime, è il cessate il fuoco in Libano che l’Iran pretende debba far parte della tregua, ma che oggettivamente è una pretesa che non sta né in cielo né in terra.
Da questo punto di vista, l’Iran è in difficoltà, perché minaccia di riprendere la guerra, ma in realtà non lo fa, poiché ciò porterebbe alla sua probabile fine e, per ritorsione, per ora non ha riaperto lo Stretto di Hormuz, come invece era stato ventilato come parte integrante della strategia. In modo non voluto e non cercato, la situazione politica si è così parzialmente riequilibrata. La milizia terrorista Hezbollah, frustrata per non essere stata inserita nel cessate il fuoco e per la devastante operazione israeliana di tre giorni fa che ha decapitato i vertici dell’organizzazione (incluso Ali Yusuf Harshi, nipote e braccio destro del segretario generale Naim Qassem), ha reagito: questa divergenza strumentale su chi sia o meno coinvolto nel cessate il fuoco ha portato, nei giorni scorsi, a un allargamento delle operazioni missilistiche di Hezbollah, arrivate fino al sud e, nella notte, a Tel Aviv, con l’ennesima conferma che Hezbollah è ormai rifornito dall’Iran anche di missili a media gittata, forse anche balistici.
Come si può capire, le trattative sulla guerra con l’Iran partono malissimo, ancor prima di iniziare sabato a Islamabad, in Pakistan. Da segnalare la dichiarazione allucinante contro Israele del ministro della Difesa pakistano, Paese che ha ufficialmente presentato la proposta di mediazione tra Usa e Iran e che dovrebbe essere super partes proprio per l’incarico che si è assunto. Si rimane basiti, oltre che dall’ossessivo e compulsivo anti-israelianismo della Spagna di Sánchez, soprattutto dalle parole dei leader inglese e francese, Starmer e Macron, i quali invitano Israele a fermare i bombardamenti sul Libano e a considerare Hezbollah parte integrante del cessate il fuoco, addossando di fatto la responsabilità della guerra a Israele e non invece agli attacchi missilistici di Hezbollah, che vanno avanti dall’8 ottobre 2023, mentre Israele si è limitata a difendersi, e alla incapacità del governo libanese di disarmare la milizia sciita. E poi, se si ammette che Hezbollah è parte integrante delle azioni dell’Iran, si ammette anche che i suoi proxy sono la longa manus del regime, che destabilizza tutto l’Occidente, verso il quale però molti Paesi mantengono un atteggiamento incredibilmente comprensivo e assolutamente non collaborativo con gli Usa. Da qui la volontà di Trump di uscire dalla Nato, perché la Nato è l’America, mentre gli altri, a cominciare da Francia e Regno Unito, non solo non incidono, ma anzi vanno contro il suo principale alleato.
Contemporaneamente a questi eventi, il presidente Trump ha chiesto una sorta di alleggerimento degli attacchi israeliani, quasi come un favore per non complicare le trattative con l’Iran. In questa dialettica si è inserita la richiesta del primo ministro libanese Nawaf Salam di avviare trattative dirette con Israele per arrivare a un accordo di pace con lo Stato ebraico, o almeno a un accordo di sicurezza, impegnandosi a un disarmo graduale di Hezbollah, a patto che Israele fermi le operazioni in Libano con un cessate il fuoco. Questo potrebbe essere un compromesso che toglierebbe le castagne dal fuoco a Netanyahu, che porterebbe a casa una tregua che non vuole, ma in cambio di un negoziato di pace o di un accordo di sicurezza. Quello che ci si chiede è come il debole governo e il debole esercito regolare libanese possano essere in grado di disarmare Hezbollah e di far rispettare la risoluzione Onu che prevede il loro arretramento a nord del fiume Litani. Non c’è mai riuscito finora e non si capisce perché dovrebbe riuscirci adesso, se si pensa che non riesce neppure a eseguire l’ordine di espulsione dell’ambasciatore iraniano in Libano. O forse è la volta buona che le forze Unifil, schierate dal 2006 nel sud del Libano, riescano finalmente a fare qualcosa di utile?
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