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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Il Riformista Rassegna Stampa
11.04.2026 Nirenstein, «Dialogo con l’Iran? Difficile, ma Israele vincerà»
Intervista di Aldo Torchiaro

Testata: Il Riformista
Data: 11 aprile 2026
Pagina: 4
Autore: Aldo Torchiaro
Titolo: «Nirenstein, «Dialogo con l’Iran? Difficile, ma Israele vincerà»»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 11/04/2026, a pag. 4, l'intervista di Aldo Torchiaro a Fiamma Nirenstein dal titolo "«Dialogo con l’Iran? Difficile, ma Israele vincerà»"

 

 
Fiamma Nirenstein

Hezbollah è una propaggine iraniana, il Libano è paralizzato, Unifil ha fallito Teheran resta inaffidabile mentre la democrazia israeliana è solida, malgrado tutto

Fiamma Nirenstein, editorialista, saggista e già parlamentare, è una delle voci più autorevoli sul Medio Oriente. Da anni analizza i conflitti tra Israele, Iran e mondo arabo con uno sguardo lucido e controcorrente. Con lei abbiamo ricostruito lo scenario tra Libano, Hezbollah, Stati Uniti e crisi iraniana.

Per la prima volta Libano e Israele si stanno davvero parlando?

«Non è la prima volta, è la seconda in poco tempo. Già nel 2024 c’era stato un accordo: il governo libanese si era impegnato a disarmare Hezbollah e a spostarlo oltre il Litani. Un impegno mai rispettato».

Che cosa è accaduto dopo il 7 ottobre sul fronte nord?

«Hezbollah è entrato subito in guerra, l’8 ottobre, sostenendo Hamas e cercando di stringere Israele in una tenaglia. Israele, nonostante lo shock, ha reagito e ha combattuto su due fronti».

Qual è oggi il ruolo di Hezbollah in Libano?

«È uno Stato nello Stato. Ma soprattutto è la propaggine militare dell’Iran. Un tentacolo diretto di Teheran che da decenni tiene il Libano sotto scacco e lo utilizza come piattaforma strategica contro Israele».

Il governo libanese è stato debole, mancante. Ha responsabilità?

«Non è riuscito a fare ciò che aveva promesso. È un governo debole, quasi inesistente. L’Iran ha di fatto colonizzato il Paese, con una presenza capillare, soprattutto a Beirut».

Secondo la vulgata Israele è responsabile di aver aggredito il Libano...

«No. Israele sta cercando di sopravvivere. Difende 600 mila cittadini costretti ad abbandonare le loro case, sotto il fuoco di missili e droni che colpiscono civili, bambini, famiglie».

Qual è la situazione sul confine nord di Israele?

«Intere città come Kiryat Shmona sono diventate fantasma. Kibbutz evacuati, bambini traumatizzati, territori agricoli devastati. È una regione svuotata e sotto assedio».

La missione Unifil ha funzionato?

«No, ha fallito. E lo dico con rispetto: i militari italiani sono valorosi, seri, impegnati sinceramente per la pace. Ma il problema è la natura e la struttura stessa della missione. È un contingente composito, con presenze anche di Paesi come il Pakistan, dove è inevitabile che alcuni militari possano avere una maggiore inclinazione al dialogo con i loro correligionari islamici. Questo equilibrio non ha funzionato. Non ha protetto la pace né il confine».

Come si inserisce il ruolo degli Stati Uniti e di Trump?

«Trump ha avvertito Netanyahu nel momento in cui ha deciso di aprire una fase negoziale con l’Iran. Israele ha accettato una tregua sull’Iran, ma ha chiarito che Hezbollah resta fuori da ogni accordo».

Esiste una frattura tra Washington e Gerusalemme?

«No, è una narrazione falsa. Non c’è rottura. Gli obiettivi strategici sono stati in gran parte raggiunti: l’Iran è stato indebolito, il programma nucleare rallentato, la capacità missilistica ridotta».

Ci si può fidare dell’Iran nei negoziati?

«Io non mi fido. Hanno sempre mentito e continueranno a farlo. Una trattativa ha senso solo se porta alla pace, non se serve a mantenere strumenti di distruzione».

Qual è oggi la condizione interna dell’Iran?

«Il regime continua con impiccagioni e repressione. È un Paese che detiene il primato della pena di morte, soprattutto contro i giovani. E questo nel silenzio generale».

A proposito, Israele rischia di vedere indebolita sul tema della pena capitale?

«Assolutamente no. Discutere di una legge, anche divisiva come quella, non significa diventare meno democratici. Poi interverrà la Corte suprema... Bene che i Radicali si oppongano alla pena di morte, ma Israele resta una democrazia solida, con un dibattito interno vivo».

Siamo in un momento di crisi o di speranza?

«Entrambi. Speranza per gli sviluppi sul campo. Ma anche amarezza nel vedere quanto, soprattutto in Italia, prevalga una lettura ostile e superficiale di Israele».

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redazione@ilriformista.it

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