Riprendiamo da LIBERO di oggi, 10/04/2026, a pag. 5, l'analisi di Costanza Cavalli dal titolo "Israele tratta con il Libano. Pace più vicina"

Costanza Cavalli
Prima di parlare di negoziati, Israele aveva un’operazione militare da portare a termine. Il premier Benjamin Netanyahu è sempre stato chiaro: la guerra finirà quando Hezbollah non rappresenterà più una minaccia per Israele. Così, mercoledì, poche ore dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco con l’Iran, Israele ha lanciato la sua più grande ondata di attacchi contro Hezbollah, nome in codice “Eternal Darkness”, oscurità eterna: 50 caccia hanno sganciato 160 bombe su 100 obiettivi tra Beirut, la valle della Beqaae il Libano meridionale in dieci minuti. Tra gli obiettivi: centri di comando, unità missilistiche e navali, valichi utilizzati dai miliziani e infrastrutture delle forze d’élite di Hezbollah. Oltre 200 terroristi sono stati eliminati. L’enorme portata dell’attacco è stata il risultato di tre fattori. Il primo, semplicemente, è che è diventato possibile: concordata la tregua e ritirati i caccia dai cieli di Teheran, le Forze di Difesa Israeliane hanno potuto concentrare la propria potenza di fuoco sullo spazio aereo libanese. Il secondo, gli attacchi sono serviti a chiarire l’interpretazione israeliana del cessate il fuoco e cioè che non si applica a Hezbollah. Inciso: dopo la seconda guerra del Libano nel 2006, il leader sciita Hassan Nasrallah sfruttò lo stallo militare con Israele per costruire il più formidabile tra i proxy dell’Asse della resistenza iraniano. Dopo il pogrom del 7 ottobre, Gerusalemme non intende lasciare spazio ai terroristi, ancorché agonizzanti e privati dei finanziamenti di Teheran. Terzo fattore: qualora Donald Trump avesse deciso di imporre un cessate il fuoco anche a nord, in Libano, per preservare quello a est con l’Iran, Netanyahu voleva assicurarsi che l’attacco finale fosse decisivo.
DIETRO LE QUINTE
È quello che è accaduto. Mentre la comunità internazionale - dal cancelliere tedesco Friedrich Merz al ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che aveva appena convocato l’ambasciatore di Israele in Italia Jonathan Peled per protestare contro i colpi sparati dall’Idf sui blindati italiani dell’Unifil e che sarà in Libano lunedì - spingeva affinché Beirut rientrasse nell’accordo di cessate il fuoco tra Washington e Teheran, Trump parlava direttamente con Netanyahu. Secondo la Nbc, che cita fonti dell’amministrazione, il presidente statunitense ha chiesto al leader israeliano di ridurre gli attacchi in Libano per non compromettere i negoziati con gli ayatollah. Israele ha accettato di essere «un partner collaborativo» e Netanyahu ha ordinato di avviare negoziati diretti con il Libano. Il cessate il fuoco dovrà aspettare. Israele e Libano sono tecnicamente in guerra da quasi ottant’anni (dal 1948, quando gli eserciti arabi attaccarono il nascente Stato d’Israele) senza che sia mai stato negoziato un trattato di pace, senza relazioni diplomatiche né canali di comunicazione ufficiali. In questo vuoto, l’Iran ha trattato il Libano come una propria colonia, usando Hezbollah come strumento di proiezione regionale. E ora pensa di trasformare Beirut inunavariabile decisiva per la tenuta dell’intesa. Stando ad Axios, il primo incontro tra le parti si terrà la prossima settimana a Washington. La delegazione israeliana sarà guidata dall’ambasciatore negli Stati Uniti Yechiel Leiter; quella americana dall’ambasciatore in Libano Michel Issa; quella libanese dalla sua ambasciatrice a Washington Nada Hamadeh-Moawad. Per la prima volta in ottant’anni, israeliani e libanesi siederanno allo stesso tavolo. Soddisfazione per l’avvio di negoziati diretti è stata espressa anche da Giorgia Meloni: è in questo quadro, si legge nella nota di Chigi, che il Governo libanese potrà «ripristinare la sua sovranità sul territorio nazionale, incluso il monopolio statale sulle armi». Ma già da marzo, il governo del presidente Joseph Aoun, dopo aver dichiarato illegali gli attacchi transfrontalieri di Hezbollah, aveva presentato un piano in quattro punti: cessate il fuoco totale, disarmo di Hezbollah, rafforzamento delle Forze Armate libanesi con il supporto della comunità internazionale e colloqui diretti con Gerusalemme sotto egida internazionale. Dopo migliaia di vittime tra i civili, Aoun aveva fatto un passo ulteriore: aveva espulso l’ambasciatore iraniano, accusando i pasdaran di comandare direttamente le operazioni di Hezbollah. Aprendo il Consiglio dei ministri, ieri, ha ribadito il principio che considera non negoziabile: «Siamo uno Stato sovrano, ed è lo Stato a negoziare. Non accetteremo che qualcun altro parli o negozi al nostro posto».
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I PASSI DA FARE
Aoun sa però che rimettere insieme un Paese devastato non si fa per decreto. Le prossime elezioni parlamentari libanesi, previste per maggio 2026, sono state rinviate al 2028: potrebbero consolidare Hezbollah o segnarne il declino definitivo. Aoun si è così guadagnato un margine di due anni per garantire che lo Stato prenda il sopravvento nella lotta ai terroristi. Ed è proprio perché riconosce che il governo non è abbastanza forte per farcela da solo che ha proposto l’idea di colloqui diretti libano-israeliani sotto l’egida internazionale. Una posizione condivisa da Nadim Gemayel, deputato del Kataeb (le Falangi Libanesi, partito cristiano-maronita), il quale ha avvertito che includere Beirut nei negoziati Iran-Usa trasformerebbe il Libano in una pedina di Teheran: «Guadagneremmo un cessate il fuoco temporaneo, ma nel lungo periodo perderemmo la nostra sovranità». Per Netanyahu, tuttavia, dopo le promesse di una sconfitta definitiva di Hezbollah, il giudizio dell’opinione pubblica sarà severo. A meno che, dopo ottant’anni, sotto l’egida Usa e non quella Onu, con Teheran senza fonti di approvvigionamento da versare alla sua rete di milizie, non funzioni una collaborazione libano- israeliana per abbattere il Partito di Dio.