Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 10/04/2026, a pag. 6, il commento di Giuseppe Kalowski dal titolo "L’Idf annienta i vertici di Hezbollah. E adesso il Libano vuole trattare"

La tregua con l’Iran è entrata in vigore da poche ore, ma il quadro appare ancora più intricato. Il fronte libanese si è imposto come elemento destabilizzante, rischiando di compromettere l’intera architettura dell’intesa. Teheran dava per scontato che il proprio alleato Hezbollah fosse incluso nella tregua. Così non è, come ha chiarito Netanyahu, stretto tra le pressioni dell’opinione pubblica israeliana ma sostenuto dalla linea americana. Sarà infatti il vicepresidente JD Vance a guidare la delegazione statunitense nei colloqui con l’Iran previsti per sabato prossimo.
Nel frattempo, l’Iran per ritorsione non ha aperto, come aveva promesso, lo Stretto di Hormuz. Sul terreno, la situazione racconta tutt’altro: mercoledì l’Idf ha lanciato un’operazione di intensità senza precedenti su Beirut, colpendo simultaneamente numerosi centri di comando di Hezbollah. Secondo fonti israeliane, l’attacco avrebbe decapitato una parte rilevante della struttura militare della milizia, con circa 200 quadri uccisi e oltre mille feriti.
Tra le vittime figura anche Ali Yusuf Harshi, nipote di Naim Qassem, nonché braccio destro e consigliere personale dello stesso, attuale segretario generale di Hezbollah e successore di Hassan Nasrallah. Rimane incerta la sorte dello stesso Naim Qassem, che secondo alcune indiscrezioni potrebbe essere rimasto coinvolto nei bombardamenti. Almeno dieci comandanti di alto livello sarebbero stati eliminati. Israele parla di circa 100 obiettivi colpiti, tra centri di comando e depositi di armi. Una versione che contrasta con parte della narrazione di alcuni media, che tendono a rappresentare Hezbollah come vittima del conflitto anziché il carnefice.
La risposta non si è fatta attendere: nella mattinata di ieri, circa 30 missili sono stati lanciati dal Libano verso il nord di Israele. Un dato che rafforza la convinzione israeliana secondo cui la tregua del novembre 2024 con Hezbollah abbia consentito alla milizia sciita non solo di riorganizzarsi, ma anche di rafforzare il proprio arsenale e le capacità operative. Il Libano ora chiede di trattare. “Alla luce dei ripetuti appelli del Libano ad avviare negoziati diretti con Israele, ho incaricato il governo di avviare negoziati diretti con il Libano il prima possibile”, ha annunciato Netanyahu.
Washington ha smentito le dichiarazioni provenienti da Islamabad, che sostenevano un’estensione della tregua a Hezbollah. Forte di questo sostegno, Israele ha accelerato le operazioni militari, convinta della necessità di non concedere ulteriori margini di manovra ai proxy iraniani nella regione. Per Teheran emerge un problema strategico: non è più sostenibile oscillare tra il considerare Hezbollah parte integrante del proprio sistema di alleanze o un attore separato, a seconda delle convenienze. Le Guardie della Rivoluzione sembrano aver commesso un errore di valutazione.
Il Libano diventa così il punto di intersezione tra esigenze divergenti: da un lato le imminenti elezioni di midterm americane, dall’altro la necessità israeliana di continuare a colpire la rete dei proxy iraniani. Al di là delle dinamiche geopolitiche, resta un dato concreto: Israele mira a ristabilire la sicurezza nel proprio nord, da anni esposto al lancio continuo di razzi. In questo contesto, appare sempre più evidente l’inefficacia della missione Unifil, dispiegata nel 2006 proprio per prevenire questo scenario. Nel frattempo, sia l’Iran sia Hezbollah dichiarano di voler coordinare una risposta agli attacchi israeliani. Parallelamente, è scaduto l’ultimatum americano nei confronti di Hamas per il disarmo.
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