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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Il Foglio Rassegna Stampa
10.04.2026 Dopo mesi di silenzio sui massacri, Greta scopre l’Iran. Per attaccare America e Israele
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 10 aprile 2026
Pagina: 1/4
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Dopo mesi di silenzio sui massacri, Greta scopre l’Iran. Per attaccare America e Israele»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 10/04/2026, a pag. 1/4, il commento di Giulio Meotti dal titolo "Dopo mesi di silenzio sui massacri, Greta scopre l’Iran. Per attaccare America e Israele"

Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

“Il presidente degli Stati Uniti ha detto che un’intera civiltà morirà stasera. Che cazzo sta facendo tutta questa gente?”. Greta Thunberg ha scoperto dove si trova l’Iran e vuole che qualcuno faccia qualcosa. A fine gennaio Iran International, media della dissidenza iraniana con sede a Londra, aveva chiesto a Greta per telefono e email che facesse qualcosa sui massacri di iraniani da parte degli ayatollah, ma si era rifiutata di commentare. “Greta sull’Iran ha scelto di rimanere in silenzio”. Niente Instagram, TikTok, X, Facebook o piazze. Ora Greta di Iran non smette di parlare. Perché stavolta le consente di attaccare Israele e Stati Uniti. “Let Iran breathe”, scrive: non gli iraniani soffocati sulla forca, ma a causa dell’inquinamento dovuto dai missili israele-americani. 

Le proteste “Donna, Vita, Libertà” Greta le aveva già ignorate. Le impiccagioni di manifestanti? Dettagli. Scrive il giornalista iraniano in esilio Mani Basharzad: “Questa è la narrazione morale che sostiene il loro silenzio. Quando l’oppressione è commessa da regimi non occidentali, diventa ‘cultura’ anziché tirannia. Sono contento che Greta e i suoi coetanei stiano in silenzio. Le proteste in Iran rappresentano una sfida al dogma anti occidentale”. L’Iran teocratico, che impicca minorenni e reprime con ferocia le donne che chiedono libertà, per Greta diventa una “civiltà” da difendere da Trump e Israele. Neanche Bella Hadid ha fiatato per mesi sui massacri e ora sui social non fa che fiatare contro la guerra a Teheran: “Il mio cuore è con il popolo dell’Iran sotto le bombe”. Anche Mark Ruffalo, l’attore impegnato, ha scoperto l’Iran e scrive contro la guerra: “Trump è un pazzo genocida”. Da gennaio non si ricorda un suo solo intervento contro il bagno di sangue iraniano per mano del regime. La scrittrice irlandese Sally Rooney ha detto che sostenere la causa palestinese è l’unica cosa che può “rendere le nostre vite sopportabili”. Vita dura, Sally, che delle vite iraniane non si cura.

Nel frattempo Saghar Gholami, coetanea di Greta, è in imminente rischio di esecuzione pubblica, condannata alla pena capitale in seguito alle proteste di gennaio. Greta, che alla stessa età era già icona, non ha trovato il tempo per un post o un “free Saghar”. C’è un motivo per cui l’Iran ama i nostri pacifisti. Greta e i suoi si sono rivelati un asset di propaganda della Repubblica islamica: le marce di Greta a Malmö al grido di “non lasceremo che Sinwar muoia”, le manifestazioni a Londra con i ritratti di Khamenei e slogan come “scegli il lato giusto della storia”, le flotille con i barcaioli accorsi a Beirut per i funerali di Nasrallah leader di Hezbollah. La solidarietà è un bene finito: va dosata con cura ideologica. E le iraniane che muoiono per togliersi l’hijab non rientrano nel budget morale. Saghar ha diciannove anni, Greta ventitré. Stessa generazione, destini paralleli, ma solo sulla carta. Una rischia la forca per aver protestato contro la dittatura. L’altra viaggia nel mondo libero e attacca l’occidente. Un po’ come nella massima di François Mitterrand al culmine della crisi sovietica: “I pacifisti sono a Ovest, gli euromissili sono a Est”.

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lettere@ilfoglio.it

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