Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.
Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.
Masoud Pezeshkian il «Rodriguez» di Teheran Analisi di Francesca Musacchio
Testata: Il Tempo Data: 10 aprile 2026 Pagina: 13 Autore: Francesca Musacchio Titolo: «Masoud Pezeshkian il «Rodriguez» di Teheran»
Riprendiamo da IL TEMPO di oggi, 10/04/2026, a pag. 13, l'analisi di Francesca Musacchio dal titolo "Masoud Pezeshkian il «Rodriguez» di Teheran"
Masoud Pezeshkian
Masoud Pezeshkian il "Rodriguez" iraniano. Cardiochirurgo e presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, non è il volto del cambiamento. Ma potrebbe essere il punto di equilibrio instabile dentro cui si misura lo scontro reale per il controllo del Paese. E proprio per questo, più che un presidente, potrebbe diventare una variabile strategica. A Teheran lo sanno. A Washington valuterebbero un ruolo come quello affidato in Venezuela a Delcy Rodriguez. A Tel Aviv lo avrebbero già «arruolato». Nei corridoi dell’alta diplomazia, quello di Pezeshkian è un nome che viene pronunciato quasi sottovoce. Il progetto non sarebbe facile da realizzare e l’argine è tutto interno a ciò che resta del regime. Dietro la sua figura, formalmente riformista e moderata, si muove una linea che non coincide con quella dei pasdaran né con quella del clero che oggi trova ancora il suo baricentro in Mojtaba Khamenei, la Guida Suprema invisibile. Una linea che, proprio per questo, genera attrito. A gennaio, secondo indiscrezioni interne, Pezeshkian avrebbe messo sul tavolo le dimissioni, pare già con l’idea di poter gestire una fase di transizione. Ma Alì Khamenei le avrebbe respinte. Non per rafforzarlo, ma per tenerlo dentro il perimetro, anche se Masoud era già fuori. Da allora la frattura si sarebbe allargata. Il confronto con i vertici delle Guardie Rivoluzionarie è diventato scontro. Pezeshkian avrebbe accusato i pasdaran di aver agito fuori da ogni coordinamento politico, compromettendo ogni spazio negoziale e trascinando il Paese verso «un’enorme catastrofe». Un’accusa che non è solo politica ma strutturale: chi decide davvero la linea strategica dell’Iran? Mentre il presidente parla di limiti economici e sostenibilità di un conflitto, altri attori spingono in direzione opposta. E il sistema, che formalmente è verticale, nei fatti si muove per centri di potere paralleli. Dentro questo spazio si inserisce Mohammad Bagher Ghalibaf. Ex comandante dei pasdaran, attuale presidente del Parlamento, figura di cerniera tra apparato militare e politica istituzionale, ma soprattutto figura che avrebbe un ruolo nei negoziati con gli Stati Uniti. Non è un oppositore di Pezeshkian, ma nemmeno un alleato. È qualcosa di più complesso. Le dinamiche raccontate da Iran International nelle ultime settimane, mostrano un sistema in cui il Parlamento e i pasdaran stanno progressivamente riallineando le leve del potere, mentre la presidenza resta esposta. Ghalibaf si muove dentro questo equilibrio, mantenendo un profilo operativo e non ideologico, ma consolidando una posizione che lo rende spendibile in più scenari. E mentre a Teheran si consuma questo scontro, fuori dall’Iran si lavora su un’altra linea. Pezeshkian sarebbe visto come una figura utilizzabile. Non per governare il sistema, ma per accompagnarne una possibile transizione epurata dagli islamisti. L’ipotesi che filtra dai circuiti diplomatici è quella di una transizione controllata. Non un crollo del regime, ma una sua riconfigurazione. In questo schema, Pezeshkian potrebbe rappresentare una figura ponte. Non necessariamente il leader finale, ma il volto presentabile di una fase intermedia. Israele, secondo alcune letture, non escluderebbe questa opzione. Non per rafforzare il presidente, ma per indebolire il sistema che lo circonda. L’obiettivo non sarebbe la sostituzione immediata con Reza Pahlavi, osteggiato da parte delle minoranze etniche, ma la creazione di una frattura interna capace di produrre un riequilibrio. Un processo che passerebbe attraverso lo scontro tra componenti del sistema: apparato religioso, pasdaran, blocchi laici. Con le minoranze già armate e pronte a giocare un ruolo in uno scenario di destabilizzazione controllata. In questo quadro, Pezeshkian diventa funzionale proprio perché non allineato. Non ha il controllo del potere reale, ma può essere utilizzato per ridisegnarlo.
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