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Tra détente e guerra fredda: i refuseniks

Nel contesto della Guerra fredda, la questione dei refusenik rappresentò uno dei casi più significativi di intreccio tra diritti umani, diplomazia internazionale e politica delle superpotenze. Con questo termine si indicavano quei cittadini sovietici, in larga parte ebrei, ai quali veniva negato il permesso di espatrio, nonostante le pressioni internazionali e il clima della détente.

Il webinar intende analizzare il fenomeno dei refusenik alla luce delle relazioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, del ruolo delle organizzazioni internazionali e delle mobilitazioni dell’opinione pubblica occidentale, mettendo in evidenza le storie individuali e il valore simbolico di questa battaglia per la libertà.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
09.04.2026 La tregua decisa da Trump
Commento di Antonio Donno

Testata: Informazione Corretta
Data: 09 aprile 2026
Pagina: 1
Autore: Antonio Donno
Titolo: «La tregua decisa da Trump»

La tregua decisa da Trump
Commento di Antonio Donno

Antonio Donno
Antonio Donno

 

La decisione di Trump di dare inizio a due mesi di tregua nella guerra contro l’Iran è un gesto che rivela l’ambiguità della sua posizione nel confronto con Teheran. Per di più, si potrebbe dire che sono gli Stati Uniti come potenza mondiale a soffrire le oscillazioni del presidente americano in una guerra che mette a rischio la credibilità e l’autorevolezza di un Paese che va perdendo, in questo modo, il suo ruolo centrale nelle relazioni internazionali, soprattutto nei confronti della Russia e della Cina, che, di conseguenza, proiettano il loro potere politico ed economico verso l’Europa Orientale e, più a sud, verso le posizioni strategiche del Mediterraneo che si pongono ai confini marittimi di Israele. Questo quadro, così brevemente disegnato, è però di fondamentale importanza nelle relazioni internazionali, specialmente a danno dell’Occidente e della forza che lo rappresenta al massimo livello, gli Stati Uniti. 

     Perciò, la decisione di Trump va letta come un ritiro dalla precedente affermazione che gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra contro il regime degli ayatollah allo scadere dell’ultimatum posto dallo stesso Trump alle ore 20 di ieri sera. L’aver rinunciato a un attacco decisivo all’Iran e l’aver annunciato due settimane di tregua è una pessima decisione che rivela le profonde ambiguità della politica americana in una regione che sempre più è al centro dello scontro politico internazionale. Più in generale, il ritiro di Trump dalle decisioni che egli aveva preso in termini perentori e irrinunciabili nei confronti dell’Iran va a rafforzare le posizioni strategiche di Mosca e Pechino, che hanno sostenuto e sostengono militarmente ed economicamente il regime iraniano dopo le batoste subite da Teheran negli scorsi mesi. In sostanza, l’eliminazione sistematica dei leader iraniani e gli ingenti danni all’economia e alle strutture di base inflitte da parte di Stati Uniti e Israele all’Iran non sono sufficienti ad eliminare il pericolo che Teheran giunga al possesso dell’arma nucleare. 

     La questione dello Stretto di Hormuz ha un significato molto preciso nella fase attuale del confronto israelo-americano contro l’Iran. Nonostante le gravi perdite subite dal regime degli ayatollah nel conflitto degli ultimi anni, Teheran controlla lo Stretto e la navigazione dal Mare Arabico al Golfo Persico, e viceversa, continua ad essere sottoposta alla volontà politica di Teheran. 

La tregua di due mesi voluta da Trump potrebbe non includere lo Stretto di Hormuz, se l’Iran fosse di quest’avviso. Insomma, la tregua dichiarata dal presidente americano riguarda un territorio vastissimo, che attualmente è sotto il controllo di varie organizzazioni terroristiche, che possono non accettare la tregua. Tuttavia, Hamas ha accolto la tregua con piacere, perché ciò consentirà alle formazioni terroristiche di riassestarsi dal punto di vista militare, ovviamente insieme allo stesso Iran. 

     I mesi futuri ci diranno se la decisione di Trump sia stata positiva per la pace nella regione, cosa che è del tutto improbabile, perché la distruzione di Israele rappresenta l’obiettivo cruciale dei suoi nemici dal momento della fondazione dello Stato ebraico, il 14 maggio 1948. Tuttavia, Netanyahu ha accettato la decisione di Trump, né poteva fare diversamente, perché il presidente americano è oggi colui che ha un ruolo precipuo nelle dinamiche sempre difficili di quella regione. Per di più, questo ruolo ha un valore molto importante per Gerusalemme, che è impegnata a combattere gli Hezbollah, che dal Libano compiono attacchi terroristici contro la comunità israeliana che vive ai confini settentrionali di Israele. 

     Il regime iraniano, nonostante i gravi handicap militari ed economici che gravano sulle sue spalle, ha dichiarato che è pronto ad entrare in conflitto con Israele a difesa del Libano, cioè del potere degli Hezbollah, che Teheran alimenta al fine di indebolire lo Stato ebraico nei suoi confini settentrionali. La risposta militare di Gerusalemme non è contestata da Trump, perché la questione non fa parte della tregua voluta dal presidente americano. Di conseguenza, l’azione di Israele contro il gruppo terroristico continuerà ad oltranza.


takinut3@gmail.com

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