Pena di morte. Una scelta difficile che Israele sta discutendo
Commento di Deborah Fait

Deborah Fait
Parlare di pena di morte in Israele significa entrare in una delle contraddizioni più profonde e dolorose dello Stato ebraico: un Paese nato non solo per il diritto del popolo ebraico di riavere la propria Terra ma anche come risposta, fantastica risposta, all’orrore della disumanizzazione delle persecuzioni culminate nella Shoah. In Israele la pena capitale è prevista per alcuni reati estremi, soprattutto crimini contro l’umanità e tradimento in tempo di guerra, ma nella pratica è stata applicata una sola volta: contro Adolf Eichmann nel 1962. Da allora, mai più. Una scelta nobile. Altissima, quasi sacra per un Paese sempre minacciato di distruzione totale e in guerra perenne per la vita.
La scelta è morale prima ancora che giuridica: uno Stato ebraico non può somigliare ai suoi carnefici.
Io sono una vecchia radicale pannelliana, da sempre contro la pena di morte applicata da uno stato. Da sempre, fino a quel Sabato Nero, a quel 7 Ottobre che ha segnato la fine del Bene e l'inizio di un'altra era. Quella della barbarie.
Il 7 Ottobre, una data maledetta e un nome che pesa come un macigno: Yahya Sinwar, ideologo dei massacri di ebrei in Israele.
Nel 2004 Israele gli salvò la vita. Era detenuto, condannato all'ergastolo per quattro omicidi e gravemente malato: un tumore al cervello. Fu operato in un ospedale israeliano. Curato. Salvato da medici israeliani. Anni dopo, quello stesso uomo è diventato uno degli architetti delle stragi del 7 Ottobre.
È impossibile non sentire il paradosso, quasi insopportabile: uno Stato che cura il suo nemico. Il nemico che usa la vita ricevuta per organizzare la morte di chi lo aveva salvato.
Qui nasce la domanda brutale: se fosse morto allora, quante vite si sarebbero salvate?
Israele, nonostante tutto, continua a trattenersi. Perché?
I motivi sono molteplici: anche con sistemi avanzati, l’errore è sempre possibile. La morte è irreversibile. Nella tradizione ebraica, la vita ha un valore assoluto. Anche quella del colpevole.
Infine, uccidere un terrorista può trasformarlo in un simbolo, rafforzando la propaganda dei suoi seguaci.
Dopo il 7 Ottobre, però, tutto è cambiato.
Chi organizza massacri deliberati di civili può davvero essere trattato come un criminale qualunque? La minaccia della morte potrebbe scoraggiare almeno parte dei futuri terroristi? La risposta è no perché l'islam celebra la morte e promette il paradiso eterno e vergini al suo servizio a chiunque ammazzi ebre in qualsiasi parte del m ondo.
Il dilemma è che un terrorista morto vale meno di niente, i terroristi detenuti invece diventano moneta di scambio. Israele lo sa bene: nel 2011 liberò oltre 1027assassini, tra cui proprio Sinwar, per riavere un solo soldato, Gilad Shalit, rimasto per 4 anni prigioniero in un tunnel.
Israele si trova davanti a un dilemma senza via d’uscita:
Non uccidere e correre il rischio che il male torni, più forte, come è sempre accaduto.
Il caso Sinwar è la dimostrazione più crudele e lampante che la pietà, in guerra, può avere un prezzo altissimo.
Se uno Stato salva la vita a chi poi massacra i suoi cittadini, ha fatto la cosa giusta?
C’è una realtà che Israele deve guardare in faccia: quanti morti costa la sua umanità?
La storia di Yahya Sinwar non è solo il racconto di un mostro. È un atto d’accusa.
Israele gli ha salvato la vita. Non per convenienza, non per propaganda. Per principio.
E poi?
Poi quell’uomo è diventato uno dei volti della barbarie. Il regista dell’orrore. Il simbolo vivente di una verità insopportabile: l'etica di uno Stato può diventare un'arma a doppio taglio e dare più forza al nemico.
Ma la storia di Israele non è fatta di serenità e pace. È sangue, morti, scelte, conseguenze.
E oggi quella scelta presenta il conto perché i nemici di Israele non si pongono alcun limite. Nessuna esitazione. Nessun dubbio morale. Nessun processo interiore.
Hanno solo un obiettivo: uccidere, macellare ebrei.
Diciamolo senza girarci intorno: se Sinwar fosse morto su quel tavolo operatorio, il 7 ottobre sarebbe esistito?
È una domanda reale.
Qui non si tratta di vendetta. Si tratta di capire se uno Stato può permettersi di essere moralmente puro mentre i suoi cittadini vengono massacrati.
Il rifiuto della pena di morte non è più un segno di civiltà, ma una forma di cecità volontaria. Un lusso etico che si paga con vite di cittadini innocenti, di bambini, di giovani macellate dopo gli stupri di gruppo.
Israele combatte nemici che glorificano la morte. E risponde difendendo la vita. Sempre. Anche quella dei suoi peggiori nemici. Persino dopo il 7 Ottobre, Israele avrebbe potuto risolvere la guerra a Gaza in poche settimane. Bastava far alzare l'aeronautica militare e bombardare a tappeto, senza soste, per finirla lì. Non lo fatto, ha aspettato, ha supplicato di liberare gli ostaggi tra cui vecchi, donne e bambini. Eppure ha avuto tutto il mondo contro, vittime inventate, numeri delle vittime decuplicati, accuse ridicole e infamanti di genocidio. Israele ha sopportato l'odio del mondo intero pur di non far morire civili palestinesi usati dai terroristi come scudi umani. Arsenali custoditi da Hamas in chilometri di tunnel costruiti sotto le case, gli ospedali, le scuole. Armi e esplosivi persino sotto i letti dei bambini col chiaro intento di far morire la propria gente non appena Israele sparava un colpo e di far insorgere il mondo intero contro gli ebrei. Ed è accaduto. A eterna vergogna dell'Occidente, è accaduto.
Quando cerchi di salvare chi giura di distruggerti, non stai solo dimostrando umanità.
Stai anche scommettendo sul fatto che quell’umanità verrà ricambiata con crudeltà e barbarie.
Basta illusioni!
Non tutti i nemici e non tutti i criminali assassini sono recuperabili e la storia di Israele ha migliaia di esempi perché la realtà è che la morte è l'unico regalo che vogliono fare a Israele.
Non tutte le vite salvate producono vita, quelle nemiche producono solamente morte.
Israele oggi deve decidere che tipo di Stato vuole essere:
uno Stato che resta fedele ai suoi principi, anche quando questo significa correre rischi mortali oppure uno Stato che adatta i suoi principi alla realtà, riconoscendo che il male assoluto non si gestisce con la bontà, la pietà, la purezza perché questi sono valori sconosciuti al nemico e diventao un’arma nelle mani dei carnefici.
Si dice:• “la pena di morte non serve e non è morale”
Bene.
E allora cos’è morale?
Liberare terroristi in scambi disperati e tragicamente ingiusti?
Curarli? Permettere loro di tornare a uccidere?
Cos’è morale, esattamente?
Contare i cadaveri dopo?
C’è un momento in cui i principi devono fare i conti con la realtà.
E quel momento è arrivato.
Urlano contro di noi? Scribacchini da niente, opinionisti da salottino ci danno dei nazisti? Danno a Netanyahu del criminale? La tremebonda Europa blatera scemenze? Bene! Facciano pure, si accomodino. Uno Stato deve proteggere i suoi cittadini e il nemico di Israele non è un combattente leale, ma un miserabile topo di fogna, è un barbaro assassino, uno sgozzatore, uno stupratore.
E chi continua a fingere il contrario e a urlare che manca la proporzionalità, non è idealista. È complice di assassini.
Israele è una democrazia che ha scelto, sempre, di non uccidere i suoi nemici quando li ha già sconfitti.
Il risultato è il ritorno al terrorismo, pianificazione di attacchi su larga scala culminati con la guerra all'Iran e i missili continui su Israele, giorno e notte. Ho dovuto scrivere questo pezzo a rate perché ogni momento dovevo correre in rifugio. Questa notte sono state ammazzate delle persone a Haifa dai pezzi di un missile. Questa è la realtà in Israele e pochi ne parlano.
Oggi dobbiamo scegliere e la scelta deve fare i conti con la vita che vogliono toglierci non con la grandezza d'animo che ha sempre rappresentato Israele.
Tutti sappiamo che la pena di morte non fermerà il terrorismo ma cambierà le regole del gioco.
Quando sono in gioco l'esistenza stessa di uno Stato e la vita dei suoi cittadini non c'è spazio per la pazienza e la speranza. Israele ha fatto innumerevoli tentativi: ha proposto terra, soldi, decine di tavoli per la pace. La risposta è stata sempre una sola: sangue, morti, dolore e lacrime.
Quindi, per quanto mi riguarda e anche se va contro i miei valori, si alla pena di morte per i terroristi perché io mai vorrei ancora vedere altri Sinwar liberi di massacrare il mio popolo, o chi ha strangolato e fatto a pezzi i corpicini di Ariel e Kfir Bibas, libero di vivere sognando altri bambini ebrei da ammazzare.