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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
04.04.2026 Francia, un partner militare inaffidabile? L’Europa si spacca (e l’Iran ringrazia)
Analisi di Riccardo Renzi

Testata: Il Riformista
Data: 04 aprile 2026
Pagina: 8
Autore: Riccardo Renzi
Titolo: «Francia, un partner militare inaffidabile? L’Europa si spacca (e l’Iran ringrazia)»

Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 04/04/2026, a pag. 8, l'analisi Riccardo Renzi: "Francia, un partner militare inaffidabile? L’Europa si spacca (e l’Iran ringrazia)".

Riccardo Renzi - La Ragione | LinkedIn

Riccardo Renzi

La decisione di Israele di sospendere gli acquisti militari dalla Francia non è una semplice ritorsione commerciale, ma il segnale di una frattura politica più profonda dentro l’Occidente. Il casus belli è noto: Parigi ha negato il sorvolo a voli destinati al trasferimento di armamenti statunitensi verso Israele nel pieno della guerra con l’Iran. Ma fermarsi al singolo episodio sarebbe un errore di prospettiva. Quello che emerge è un cambio di postura francese che riflette una tensione crescente tra sicurezza, autonomia strategica europea e gestione del rischio regionale. La Francia di Emmanuel Macron non sta mettendo in discussione il diritto di Israele a difendersi. Sta invece tentando di delimitare il perimetro entro cui questa difesa può svilupparsi senza trasformarsi in una guerra sistemica che coinvolga Libano e Golfo. È una linea non priva di ambiguità. Da un lato, Parigi vuole evitare che il conflitto si allarghi, compromettendo la stabilità energetica globale e la sicurezza delle rotte nello Stretto di Hormuz. Dall’altro, questa postura introduce attrito con un alleato strategico come Israele, impegnato in una guerra esistenziale contro l’Iran e i suoi proxy regionali. Il punto centrale è che la Francia pesa poco sul piano militare diretto. Israele resta strutturalmente legato agli Stati Uniti, il vero pilastro della sua sicurezza, e in misura significativa alla Germania. La sospensione degli acquisti da Parigi non cambia quindi l’equilibrio operativo sul campo. Ma cambia, e molto, il linguaggio politico della relazione.

Il diniego di sorvolo è una leva selettiva: non blocca la logistica, ma la rende più complessa e soprattutto più politicamente visibile. È un messaggio. E il messaggio è che l’Europa – o almeno una parte di essa – non intende essere automaticamente cooptata in una escalation regionale. Qui si apre una questione più ampia, che riguarda la coesione euro-atlantica. L’asse tra Stati Uniti e Israele resta solido e imprescindibile per la stabilità democratica in Medio Oriente. Ma alcune capitali europee stanno cercando di ritagliarsi uno spazio autonomo, nel tentativo di bilanciare sicurezza e de-escalation. Il rischio è che questa autonomia si trasformi in ambiguità strategica. Perché il punto non è solo evitare l’allargamento del conflitto. È anche garantire che attori revisionisti come l’Iran non interpretino queste divisioni come un segnale di debolezza occidentale. La deterrenza, in geopolitica, si regge tanto sulla capacità militare quanto sulla coerenza politica.

Dal lato israeliano, la risposta è stata prevedibile. Colpire la Francia sul piano industriale serve a lanciare un segnale agli altri partner europei: ogni restrizione avrà un costo. Ma serve anche a rafforzare una narrativa interna di autosufficienza e affidabilità selettiva degli alleati. Il vero nodo, però, resta europeo. La Francia rivendica una linea “difensiva” e di contenimento regionale. È una posizione coerente con i suoi interessi nel Golfo e nel Levante, ma rischia di essere insufficiente se non accompagnata da una strategia più ampia. L’Europa non può limitarsi a dire cosa non vuole – l’escalation – senza chiarire come intende garantire sicurezza, deterrenza e stabilità. In questo senso, la crisi franco-israeliana è un test. Non tanto per i rapporti bilaterali, destinati probabilmente a restare freddi ma gestibili, quanto per la capacità europea di essere un attore strategico credibile.

Un’Europa liberale, atlantica e progressista non può permettersi di oscillare tra moralismo e realpolitik senza sintesi. Sostenere Israele nella sua sicurezza, contenere l’espansionismo iraniano e prevenire una guerra regionale non sono obiettivi alternativi. Sono, al contrario, parti della stessa equazione. La scelta francese prova a tenere insieme questi elementi, ma lo fa attraverso una leva simbolica che rischia di produrre più attrito politico che risultati concreti. Il rischio finale è chiaro: una frattura occidentale che non ferma la guerra, ma ne complica la gestione. Ed è esattamente lo scenario che gli avversari dell’ordine liberale sperano di vedere.


redazione@ilriformista.it

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