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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
04.04.2026 Le bombe a Pesach e le confusioni americane, una guerra a due paesi
Analisi di Micol Flammini

Testata: Il Foglio
Data: 04 aprile 2026
Pagina: 1/4
Autore: Micol Flammini
Titolo: «Le bombe a Pesach e le confusioni americane, una guerra a due paesi»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 04/04/2026, a pag. 1/4, con il titolo "Le bombe a Pesach e le confusioni americane, una guerra a due paesi", l'analisi di Micol Flammini.

Micol Flammini
Micol Flammini

Le bombe, le bombe a grappolo, le sirene nella notte, gli allarmi durante il giorno. Pesach si trascorre nei rifugi e, come sempre accade in Israele, ogni festività sembra raccontare e riflettere un frammento dell’attualità. Il rabbino David Stav ha scritto una lettera al quotidiano Yedith Ahronoth raccontando il momento in cui, nell’Esodo, Mosè chiese a Dio di mostrargli il piano per il suo popolo. Lo fece all’improvviso, valicando qualsiasi linea rossa e sapendo bene quanto la sua richiesta fosse irrealizzabile. Mosé prima domandò perdono poi chiese di vedere il volto di Dio, e come risposta ottenne: “Vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si vedrà”. Stav scrive che Mosè sapeva bene che Dio non ha una forma fisica, non ha né volto né spalle, ma cercava una rassicurazione e lì, sul Sinai, ricevette un insegnamento che il rabbino Stav applica oggi a Israele: Mosè chiedeva di vedere il volto, il futuro, il piano divino, Dio gli disse che il suo sguardo avrebbe potuto avere accesso soltanto alle spalle, quindi al passato: “Solo a posteriori possiamo capire da dove veniamo e dove siamo arrivati”. Oggi Israele capisce il senso della guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran, ma inizia a domandare dove è stata messa l’asticella del conflitto e dei risultati. 

“E’ molto interessante perché gli ultimi sondaggi su Benjamin Netanyahu mostrano che non c’è stato nessun cambiamento in termini di gradimento, ma le persone approvano la guerra. Questo vuol dire che la paura dell’Iran prevale sulla fiducia o la sfiducia nei confronti del primo ministro”, dice al Foglio Gil Troy, storico israelo-americano, che sta trascorrendo a Gerusalemme questi giorni di guerra. “In Israele c’è una chiarezza durante il conflitto che mette da parte la politica. Puoi urlare contro il tuo leader ma capire quando è il momento di smettere di parlare di politica”. Spiega Troy che in Israele tutti sanno che il piano della Repubblica islamica dell’Iran è eliminare il loro stato dalla faccia della terra. Lo sanno, quindi aspettano, si rifugiano, combattono o mandano i figli al fronte. Per gli Stati Uniti la situazione è all’opposto: “Sono due paesi estremamente polarizzati, ma in America gran parte della conversazione sulla guerra è su Donald Trump. Si può pensare che in tempi normali sarebbe semplice far capire un’azione militare contro una teocrazia che ha ucciso centinaia di americani, ma nemmeno Trump la sta spiegando al suo paese, che si trova a chilometri di distanza da Teheran”. 

“E inoltre, il presidente americano sa anche che per la politica questa non è una guerra contro l’Iran ma un referendum su di lui”. Per gli israeliani ogni volta che una fabbrica di missili viene distrutta, è una vittoria. Quando il programma nucleare viene ritardato, è una vittoria. Per gli americani, che non sentendo la minaccia diretta, la vittoria deve essere più plateale: un cambio di regime. Trump ha portato avanti promesse alte, la stampa gli corre dietro per smentirle una per una. Ne esce una cacofonia di dichiarazioni e spifferi che rende complicato capire a che punto si trovi davvero la guerra. “Negli anni Cinquanta, durante la Guerra fredda, c’era un’espressione: la politica si ferma al confine delle acque. Significava che non appena si volava verso l’Atlantico o il Pacifico la politica si metteva da parte, e ci si dimostrava uniti per combattere, in quel caso, l’Unione sovietica. Questa regola non vale più”, commenta Troy. In Israele si sente la guerra ogni giorno, pesa, fa male, uccide, ma tiene la politica fuori. Tutti vogliono sapere fino a quando durerà questo conflitto che Israele stesso ha iniziato per un comune senso di necessità, ma il voler conoscere la fine non vuol dire chiedere di accelerarla a qualsiasi costo. Per gli Stati Uniti la percezione è diversa, nessuno corre nei rifugi, in pochi conoscono soldati in medio oriente. La guerra non la vivono, la iniziano a soffrire economicamente, non ne sono sconvolti, ma è dal primo giorno che domandano quando finirà. Ogni popolo sembra avere la propria soglia del dolore e i primi ad aver insegnato quanto alta possa essere sono stati gli ucraini: “La soglia del dolore in America è molto bassa, si è fatto di tutto negli anni per non far sentire agli americani la minaccia del regime dell’Iran, quindi oggi non la capiscono. Credo che ucraini e israeliani siano fra i popoli che hanno dimostrato al mondo cosa vuol dire essere resiliente. Mi preoccupo per l’Europa e per gli Stati Uniti, perché non è soltanto una questione di soglia di dolore, ma anche di chiarezza morale su chi sono i nostri nemici e chi i nostri amici, su cosa bisogna fare per rendere il mondo più sicuro”.

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