Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 03/04/2026, a pag. VIII, con il titolo "La voce affidabile di Vahid Online e Nasrin Sotoudeh di nuovo in carcere", la cronaca di Tatiana Boutourline.

Tatiana Boutourline
Roma. “Li colpiremo molto duramente nelle prossime due o tre settimane, li riporteremo all’età della pietra a cui appartengono”, ha detto il presidente americano Donald Trump mercoledì, nel suo primo discorso alla nazione dall’inizio della guerra contro l’Iran. Non sono trascorsi nemmeno tre mesi dal suo “l’aiuto sta arrivando” rivolto ai manifestanti iraniani il 13 gennaio e la distinzione tra la Repubblica islamica e l’Iran pare già evaporata, forse momentaneamente o forse no, rischiano di esserci chissà quanti altri andirivieni di Trump su questo punto, e non si tratta di un cavillo: per 90 milioni di iraniani, schiacciati tra la paura delle bombe e la paura del regime, la questione è sostanziale. Iraniani come Nasrin Sotoudeh, l’avvocata che non si è mai tirata indietro davanti alle cause impossibili intentate dai tribunali rivoluzionari contro bahai, giornalisti, dissidenti, manifestanti, minorenni condannati a morte e bambini abusati. Nasrin che ha sempre dubitato dell’utilità della guerra, e che, pochi giorni fa, diceva a Iran Wire: “Un regime che intona slogan di morte contro questo e quell’altro paese da mezzo secolo, ci ha infine messi tutti davanti alla morte”. Nasrin che ha già trascorso più di sei anni in carcere, che ha un cuore ballerino e un marito, Reza, che è finito a Evin per il suo attivismo, Nasrin che mercoledì notte, per l’ennesima volta, è stata arrestata. “Hanno confiscato il suo computer e il suo telefono. Nessuno sa ancora dove sia stata portata e quale apparato di sicurezza l’abbia presa in custodia”, ha detto ieri la figlia Mehraveh.
Sempre ieri, dopo giorni di torture e un processo-farsa che lo ha etichettato come “elemento terrorista del nemico” è stato un ucciso un manifestante diciottenne, Amirhossein Hatami. Aveva gli occhi scuri e una cascata di riccioli che gli cadevano sulla fronte. Nel dossier che ha portato alla sua condanna si legge che è stato catturato mentre lanciava sassi contro il perimetro di un’installazione militare. Altri sei uomini rischiano di fare presto la stessa fine.
Nel frattempo nel mondo parallelo della televisione di stato scorrono le immagini di comandanti che replicano alle offese di Trump e accarezzano missili nelle città sotterranee e agli iraniani, isolati tanto dal blackout di internet, quanto dall’indifferenza internazionale, non resta che osservare il cielo confidando in Vahid. Perché in questi giorni d’angoscia, macerie e sospensione in cui è difficile distinguere il vero dal verosimile e il verosimile dal falso, la voce di Vahid Online si è imposta come una delle poche fonti affidabili di informazioni verificate e soprattutto non censurate.
Quello che distingue la piattaforma di Vahid nel flusso di video che emergono dall’Iran nonostante i filtri del regime non è la velocità con cui vengono trasmessi, ma l’affidabilità. “Mi fido solo dei video che ricevo direttamente – ha spiegato a gennaio mentre documentava i massacri – Non riposto contenuti virali, c’è già chi lo fa”. Vahid per favore pubblica questo, Vahid è successo quest’altro, lo avvisano come se conoscessero l’uomo che si nasconde dietro lo pseudonimo. Attraverso un algoritmo che ha gradualmente affinato, Vahid controlla la veridicità delle immagini e dal Maryland, dove vive dal 2010, le geolocalizza. La reputazione che si è guadagnato in dieci anni di lavoro infaticabile in cui, nonostante le minacce, ha continuato a pubblicare i contenuti che i media di regime sopprimono, fa sì che chi, in Iran, riesce a mettere insieme messaggi di testo, foto, audio e video, si rivolga a lui affinché vedano la luce. Sono immagini di violenze, di strike, di jet in volo, di crolli, a cui viene quasi sempre affiancata una marca temporale. Immagini che spesso salvano la vita, come in un caso recente in cui due utenti sono scampati alla morte attraverso le informazioni condivise da Vahid Online.
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