Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi 02/04/2026, a pagina 2, il commento Bruno Spinazzola: "La chiarezza morale pretende che la giustizia venga applicata".

Bruno Spinazzola
La pena di morte votata dalla Knesset è il risultato diretto della guerra scatenata il 7 ottobre. Quel giorno gli israeliani si sono scontrati con una violenza completamente nuova: un attacco militare e terroristico, un pogrom, una razzia e una crudeltà senza precedenti. Questo crimine contro l’umanità
ha fatto tremare le fondamenta del paese. Gli israeliani si sono ritrovati con i terroristi del battaglione Radwan di Hamas rinchiusi nelle proprie prigioni. Cosa fare con questi barbari sanguinari il cui unico scopo nella vita è uccidere ebrei nel modo più crudele possibile? La coscienza di essere confrontati con il male assoluto ha dato a Israele la forza per dire chiaramente al mondo intero che chi commette crimini contro l’umanità, sterminando indiscriminatamente i suoi cittadini, donne, bambini, anziani, neonati, ebrei o non ebrei, non può avere altro destino che la pena di morte. La risposta non dovrebbe lasciare spazio a dubbi. Il mestiere di terrorista è un mestiere pericoloso. È stata la chiarezza morale a guidare Israele in questi due anni e mezzo di conflitto. E la chiarezza morale è l’energia che permette di separare il vero dal falso, di distinguere un massacro da una guerra, di riconoscere il male e di combattere per sopravvivere, ciò che ha permesso di gestire con responsabilità la potenza militare israeliana, restando fedeli ai codici etici. La giustizia prescinde dalla stessa necessità, ed è proprio la chiarezza morale a pretendere che la giustizia venga applicata. «La
pietà per il malvagio fa torto al giusto», aveva enunciato il Talmud. La Torah e il Talmud prevedono la pena di morte, ma i rabbini l’hanno resa nei fatti estremamente difficile da applicare. L’ebraismo non sacralizza la vita del colpevole fino al punto di annullare la giustizia dovuta alla vittima. La pena di morte è vista come una possibilità legittima di giustizia retributiva, e non come una vendetta cieca. Ma quale altra strada che la giustizia permette di restare moralmente giusti di fronte all’inumanità dei terroristi palestinesi? Per gli europei la pena di morte non è semplicemente uno strumento penale ma un allontanamento dai principi fondamentali. La Storia non ci ha insegnato che la barbarie si sconfigge con i soli principi: il nazismo non è caduto per virtù, ma per forza bruta, non ha capitolato di fronte a sermoni, ma di fronte a una potenza di fuoco senza precedenti. I terroristi che ogni giorno compiono attentati vengono fermati dalle armi, non dai principi o dalla paura dell’ergastolo. Volere un Israele virtuoso, puro, dalle mani sempre pulite significa in realtà volere un Israele senza mani, e un Israele senza mani è un Israele morto. Come una morale senza coraggio è soltanto una morale vuota. La morale ebraica non proibisce la forza, la disciplina e la incornicia; non rifiuta la difesa, la organizza; non condanna l’azione, la esige quando la sua esistenza è minacciata. Non si tratta di un lusso intellettuale, è un imperativo di sopravvivenza. A volte la chiarezza morale appare dura. Rifiutarla, però, è solo una crudeltà mascherata da benevolenza. Per questo la questione della pena di morte per i terroristi è cruciale per la vittoria di Israele contro Hamas e contro tutti i gruppi jihadisti e nazionalisti. Perché riguarda direttamente la capacità di affermare di fronte al mondo la giustezza della propria causa. Gran parte dell’Occidente continua a guardare con profonda diffidenza il potere ebraico, vedendolo come un sovvertimento dell’ordine morale della storia. Ebrei armati, assertivi e senza sensi di colpa disturbano profondamente la coscienza occidentale. Accettare che Israele scelga di attuare la pena di morte è un test di coerenza. La chiarezza morale esige di nominare il male assoluto e di rispondervi in modo proporzionato, compresa la pena capitale quando si tratta di crimini contro l’umanità come gli attentati terroristici.