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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Setteottobre Rassegna Stampa
01.04.2026 Crimini di guerra. Human Rights Watch denuncia Teheran per l’uso delle munizioni a grappolo contro Israele
Commento di Alessandro Carmi

Testata: Setteottobre
Data: 01 aprile 2026
Pagina: 1
Autore: Alessandro Carmi
Titolo: «Crimini di guerra. Human Rights Watch denuncia Teheran per l’uso delle munizioni a grappolo contro Israele»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE online, il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Crimini di guerra. Human Rights Watch denuncia Teheran per l’uso delle munizioni a grappolo contro Israele"

ALESSANDRO CARMI - Candidato per il comune di Trieste

Alessandro Carmi

Il rapporto rompe uno schema consolidato e per questo produce un effetto politico immediato, perché a puntare il dito contro l’Iran questa volta è una delle organizzazioni più critiche verso Israele, che documenta l’uso di munizioni a grappolo su aree civili e parla apertamente di possibili crimini di guerra. La presa di posizione di Human Rights Watch interviene in un momento in cui il conflitto regionale ha già superato diverse soglie e contribuisce a ridefinire, almeno in parte, il terreno del confronto internazionale.

Secondo l’indagine, le forze iraniane avrebbero impiegato missili a frammentazione in più attacchi a partire dalla fine di febbraio, colpendo zone densamente abitate e causando vittime civili. Il punto centrale riguarda la natura stessa di queste armi, progettate per disperdere submunizioni su aree estese e incapaci, per definizione, di distinguere tra obiettivi militari e presenza civile. Il rapporto evidenzia come un singolo attacco abbia interessato un’area di oltre dieci chilometri quadrati, con conseguenze che si estendono nel tempo a causa degli ordigni inesplosi, che restano attivi e rappresentano un rischio continuo per chiunque entri in contatto con essi.

Le ricostruzioni si basano su materiale visivo, analisi di immagini e testimonianze raccolte sul campo, mentre i ricercatori dell’organizzazione sottolineano che l’uso di queste armi in contesti urbani genera un pericolo prevedibile e prolungato, assimilabile a quello delle mine antiuomo. La documentazione indica diversi episodi, tra cui attacchi nell’area centrale di Israele che hanno provocato morti tra civili e danni in contesti residenziali, rafforzando la valutazione secondo cui si tratterebbe di operazioni condotte senza un adeguato criterio di distinzione.

Il dato politico emerge con ancora maggiore forza se si considera la storia recente dell’organizzazione, spesso in prima linea nelle critiche a Israele per presunte violazioni del diritto internazionale. In questo caso, la direzione è opposta e mette sotto pressione la Repubblica Islamica dell’Iran, che viene sollecitata a cessare immediatamente l’uso di munizioni a grappolo. Anche in assenza della firma iraniana al trattato che vieta queste armi, il diritto internazionale umanitario impone comunque limiti chiari, vietando attacchi che non distinguano tra civili e combattenti.

Il rapporto si inserisce in una fase di escalation che ha visto Teheran rispondere a operazioni militari israelo-americane con un’intensificazione degli attacchi missilistici e con droni, ampliando il raggio del conflitto e aumentando il numero delle vittime civili nella regione. I numeri complessivi, che includono morti e feriti su più fronti, contribuiscono a definire uno scenario in cui la dimensione umanitaria torna al centro, anche attraverso strumenti di denuncia che influenzano il dibattito internazionale.

L’effetto più rilevante riguarda proprio la percezione del conflitto, perché un’accusa di questo tipo proveniente da un attore riconosciuto nel campo dei diritti umani tende a ridurre gli spazi di ambiguità e a rafforzare la pressione diplomatica. Gli Stati e le organizzazioni internazionali si trovano così di fronte a una documentazione che richiede una presa di posizione, mentre il confronto politico si sposta anche sul terreno della legittimità degli strumenti utilizzati.

Il caso segna un passaggio significativo, in cui il linguaggio del diritto internazionale torna a essere un elemento centrale nella lettura del conflitto, e suggerisce che la partita non si gioca soltanto sul piano militare, ma anche su quello della credibilità e della responsabilità, dove ogni accusa documentata contribuisce a ridefinire i confini entro cui si muovono gli attori coinvolti.

 


info@setteottobre.com

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