3 Lettere
1. Come la storia giudicherà Netanyahu
Gentile Deborah Fait,
ti scrivo mosso da una riflessione profonda che sento il bisogno di condividere con te, sapendo quanto la tua sensibilità e la tua attenzione alle dinamiche storiche e politiche del Medio Oriente siano acute. Al centro di questo mio ragionamento vi è una tesi che oggi può apparire controcorrente, persino provocatoria nel clima di acceso dibattito che stiamo vivendo, ma che credo la Storia, con il passare dei decenni, si incaricherà di convalidare: il diritto di Benjamin Netanyahu di sedere nell’olimpo dei grandi padri d’Israele, accanto a giganti come David Ben-Gurion, Golda Meir e Menachem Begin.
Spesso tendiamo a giudicare i leader attraverso la lente della cronaca quotidiana, dei sondaggi o delle critiche dei contemporanei. Tuttavia, se guardiamo alla traiettoria dello Stato di Israele, i momenti di vera "rottura" sono rari e terribili. Netanyahu si è trovato a gestire il momento più buio dalla fondazione del 1948: l'attacco barbaro del 7 ottobre. Non è stata solo una violazione della sicurezza; è stata una ferita esistenziale che ha messo in discussione l’essenza stessa del patto tra lo Stato e i suoi cittadini.
In quel momento, Netanyahu si è trovato in una solitudine politica quasi assoluta. All'interno, il paese era lacerato dalle proteste per la mancata protezione iniziale; all'esterno, si levava un coro di condanne internazionali senza precedenti. Persino l'amministrazione americana di Joe Biden, pur riaffermando il legame storico, ha esercitato una pressione asfissiante, cercando spesso di limitare la libertà d'azione israeliana nel momento in cui la nazione combatteva per la propria sopravvivenza.
Eppure, è proprio qui che emerge la caratura del vero leader che non cede. Come Ben-Gurion nel '48 ebbe il coraggio di dichiarare l'indipendenza mentre cinque eserciti arabi si preparavano a invadere, Netanyahu ha compreso che Israele si trovava di fronte a una nuova guerra d'indipendenza, una guerra su sette fronti coordinata dall'asse del male. Non si trattava più di contenere una milizia terrorista, ma di rispondere a una minaccia esistenziale orchestrata da Teheran che mirava alla cancellazione totale della presenza ebraica nella regione.
Netanyahu ha operato una scelta che ricorda la determinazione di Golda Meir nel 1973 e l'audacia di Menachem Begin quando decise di bombardare il reattore di Osirak: ha capito che la sola difesa non bastava più. Bisognava colpire la "testa del serpente". Gli attacchi ripetuti e chirurgici contro le infrastrutture e i vertici del regime iraniano a Teheran rappresentano un cambio di paradigma totale. Mentre il mondo chiedeva "de-escalation", lui ha perseguito la "vittoria totale", sapendo che in Medio Oriente la debolezza è un invito al massacro.
Certo, la figura di Netanyahu è complessa e divisiva, ma lo furono anche quelle dei suoi predecessori. Ben-Gurion fu accusato di autoritarismo; Begin fu etichettato come un radicale pericoloso prima di diventare l'uomo della pace con l'Egitto. La storia non si scrive con il consenso del momento, ma con la fermezza delle decisioni prese sotto il peso del destino.
Oggi Netanyahu difende Israele non solo dai missili, ma da un isolamento diplomatico che vorrebbe negare allo Stato ebraico il diritto primordiale di ogni nazione: quello di proteggere i propri figli con ogni mezzo necessario. Gestire una guerra di questa portata, mentre si è assediati mediaticamente e politicamente da ogni angolo del globo, richiede una tempra morale e una visione strategica che solo i pochissimi grandi della storia possiedono.
Credo, cara Deborah, che tra cinquant'anni i libri di storia parleranno di questo periodo come del momento in cui Israele, sull'orlo del baratro, ha trovato la forza di smantellare l'accerchiamento iraniano grazie alla fermezza incrollabile di un leader che ha messo la sopravvivenza della nazione al di sopra della propria popolarità internazionale. Netanyahu non ha solo guidato un esercito; ha preservato l'idea stessa che Israele sia un rifugio sicuro e invincibile.
Con stima e profonda gratitudine,
Shalom
Luca
Caro Luca,
Un vero leader è sempre divisivo. Tu giustamente citi Ben Gurion, Begin e io aggiungerei anche Winston Churchill, tanto per ampliare la rosa dei grandi. Netanyahu passerà alla storia come uno dei Padri di Israele e tutti noi dovremmo essere orgogliosi di avere un leader come lui. Io spero tanto che le generazioni future leggano la storia, quella vera, di un'Israele circondato da nemici assassini che ha saputo rialzarsi dall'inferno del 7 Ottobre e difendersi sconfiggendo il mostro iraniano e tutti i suoi proxi. Speriamo di non sognare e che tutto ciò si realizzi.
Un affettuoso shalom
Deborah Fait
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2. Meotodo Hamas
Cara Deborah,
dal momento che il "metodo Hamas" (esporre volontariamente i propri civili alla guerra per poi piangere davanti ai beoti di tutto il mondo) ha dimostrato di funzionare benissimo in Italia, io avrei fatto lo stesso e avrei lasciato entrare il provocatore Pizzaballa e il suo seguito nella zona priva di rifugi del Santo Sepolcro sotto il bombardamento a grappolo iraniano: se disgraziatamente fossero stati colpiti, sarebbe stata per Israele una grande vittoria mediatica. È chiaro però che ciò non accadrà mai, perchè l'etica del governo israeliano, evidentemente di un livello inarrivabile per i media e i governi occidentali, glielo impedisce.
Davide.
Caro Davide,
quello che tu scrivi è stato anche il mio primo pensiero: "potevano lasciarli passare con le conseguenze del caso". Questa storia mi ha fatto infuriare veramente. Bisogna avere il pelo sullo stomaco per accusare chi voleva semplicemente salvarti la vita. Le cose funzionano così nel mondo antisemita che ci circonda. Mi sono un po' sfogata nell'articolo che sarà pubblicato oggi.
Un affettuoso shalom
Deborah Fait
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3. La trappola di Pizzaballa
Carissima Deborah,
spero sempre che tu stia bene, tra un allarme e una pioggia senza tregua di bombe a grappolo. Ti scrivo per dire che stavolta le forze dell'ordine israeliane sono cadute con tutte le scarpe nel tranello teso dal patriarca con kefiah. Certo, loro non possono vantare, a differenza del porporato-kefiato, duemila anni di esperienza nell'umiliazione, fisica e morale, del popolo ebraico. Il personaggio sapeva che lo avrebbero fermato, dato che il divieto valeva per TUTTE le religioni ma ha giocato d'astuzia. Sapeva anche che il divieto era stato imposto per motivate ragioni di sicurezza (mancanza di rifugi presso i luoghi sacri) ma ha confidato (con ragione) nel fatto che nel "progredito" Occidente non si parla quasi per niente dei continui bombardamenti che subisce Israele a tutte le ore, di giorno e di notte, e delle relative norme di sicurezza poste per tutelare i civili di ogni etnia, bersaglio diretto dell'Iran e dei suoi scagnozzi libanesi. Quindi, ben conscio dell'ignoranza e del pregiudizio dilagante verso la terra natia degli ebrei, ha sganciato la "sua bomba" e ha fatto centro. Chapeau.
Mi rimane un solo una domanda a tutti coloro che hanno urlato allo scandalo, dai rappresentati politici di tutti i colori in giù : dove eravate nel 2008 quando i soliti facinorosi sinistrorsi hanno proibito a Benedetto XVI (il papa, mica pizza e fichi) di tenere una conferenza alla Sapienza di Roma? Non ricordo condanne unanimi. Non ricordo neppure che il Vaticano abbia convocato per chiarimenti l' ambasciatore italiano presso la Santa Sede ...ma probabilmente ricordo male.
Am Israel Chai.
Con affetto e stima,
Sandra Biglino
Cara Sandra,
Hai perfettamente ragione. L'agguato vile di Pizzaballa è riuscito perfettamente ma non potevamo fare altro che fermarlo per ragioni di ovvia sicurezza. Nutro un profondo disgusto per tutti quei politici, anche della maggioranza, e quei giornalisti che si sono strappati i capelli perché il "povero" patriarca non ha potuto recitar messa a causa dei perfidi giudei.
Sono degli ipocriti, peggio, sono ipocriti ignoranti e non potrebbe essere diversamente perché i telegiornali parlano solamente dei bombardamenti in Libano e in Iran. I missili, razzi, droni, bombe a grappolo che cadono giorno e notte su Israele: notizie non pervenute. Comunque chi rappresenta un Paese, chi scrive e si arroga del titolo di "giornalista" ha centinaia di possibilità di informarsi come etica comanda. Hanno tutto il mio disprezzo.
Io sto bene, grazie, stanca di correre su e giù ma siamo vivi e questo è quello che conta in questo momento. Vivi e vitali come tutta Israele!
Un affettuoso shalom
Deborah Fait