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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Foglio Rassegna Stampa
31.03.2026 Messe garantite e pace fatta. Si chiude il caso del Santo Sepolcro
Analisi di Matteo Matzuzzi

Testata: Il Foglio
Data: 31 marzo 2026
Pagina: 1/4
Autore: Matteo Matzuzzi
Titolo: «Messe garantite e pace fatta. Si chiude il caso del Santo Sepolcro»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 31/03/2026, a pag. 1/4, con il titolo "Messe garantite e pace fatta. Si chiude il caso del Santo Sepolcro" l'analisi di Matteo Matzuzzi.

Autori - Matteo Matzuzzi
Matteo Matzuzzi

Accordo per le celebrazioni pasquali fra la Chiesa e Israele. La vicenda, iniziata con clamore, è finita con una stretta di mano e l'accettazione di inevitabili restrizioni per gli assembramenti, considerano che (anche se tutti paiono essersene dimenticati) piovono missili dall'Iran.

“Il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa confermano che le questioni relative alle celebrazioni della Settimana santa e della Pasqua presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti. In accordo con la polizia israeliana, è stato garantito l’accesso ai rappresentanti delle Chiese al fine di celebrare le liturgie e le cerimonie e di preservare le antiche tradizioni pasquali nella Chiesa del Santo Sepolcro”. E’ quanto si legge nel comunicato congiunto diffuso ieri mattina dal Patriarcato e dalla Custodia di Terra Santa, così che l’incidente di domenica mattina, quando al Patriarca Pizzaballa e al Custode Ielpo è stato impedito l’ingresso al Santo Sepolcro, può dirsi concluso. “Naturalmente – prosegue la Nota – e alla luce dell’attuale stato di guerra, le restrizioni esistenti sugli assembramenti pubblici restano in vigore per il momento”.

Dopo una giornata segnata da reazioni internazionali “pesanti” (dall’ambasciatore americano Mike Huckabee al presidente francese Emmanuel Macron) era necessario gettare un po’ di acqua sul fuoco, anche perché il rischio è che le prossime celebrazioni della Settimana santa si trasformino in occasioni per marcare una distanza netta fra la Chiesa cattolica e il governo israeliano. Già domenica sera, a Tv2000, Pizzaballa aveva stemperato i toni, spiegando che “non ci sono stati scontri, tutto è stato fatto in maniera molto educata”.

I rapporti tra Israele e la Santa Sede, come è evidente, sono ai minimi storici. Il pogrom di Hamas del 7 ottobre e la successiva reazione vaticana – soprattutto il riferimento sussurrato a un possibile “genocidio” – hanno comportato la dura risposta di Israele, che non ha inviato alcun rappresentante ai funerali di Francesco (mentre il presidente Isaac Herzog era presente alla messa d’inizio del ministero petrino di Leone XIV). Un incidente diplomatico in occasione dell’apertura della Settimana santa avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Non è un caso che il Papa abbia preferito limitarsi a un accenno all’Angelus (ammesso che il riferimento fosse ai fatti di Gerusalemme) sui cristiani che “non possono vivere pienamente i riti di questi giorni santi”, evitando in questo primo anno di pontificato di andare allo scontro diretto con il governo Netanyahu. Nonostante vi siano stati due momenti in cui la “luna di miele” con Papa Prevost pareva giunta agli sgoccioli. Il primo a luglio, quando un missile colpì il complesso della parrocchia cattolica di Gaza City (Leone XIV smentì pubblicamente la ricostruzione fornita dall’Idf), poi a settembre, quando il Pontefice ricevette in udienza Herzog. In questa circostanza, la visita iniziò male e finì peggio. Herzog fece prima sapere d’essere stato invitato (e il Vaticano fece trapelare che il Papa non invita nessuno), quindi diede una versione dell’udienza idilliaca, senza alcun riferimento alla situazione di Gaza. Passarono molte ore prima che da oltretevere fornissero un’altra lettura dell’incontro, che menzionava tra i punti salienti trattati “la tragica situazione di Gaza” e “l’importante questione della Città di Gerusalemme”. In ogni caso, in Vaticano non si vuole rendere ancora più incandescente la situazione, la parola d’ordine è quella di allentare le tensioni, soprattutto in un contesto in cui sempre più le accuse a Israele in quanto entità statale si mescolano a bordate antisemite. Negli Stati Uniti il fenomeno è sempre più diffuso, anche tra i cattolici e soprattutto fra le generazioni più giovani. Isolazionismo Maga da una parte, antitrumpismo dall’altra: la miscela è micidiale e gli ebrei finiscono nel mirino, una cosa mai vista prima, oltreoceano. E il primo Papa americano, uomo di Chicago, ha su questo una prospettiva ben chiara. Ecco perché l’incidente di domenica – dovuto a una leggerezza della polizia locale, a un irrigidimento poco sensato data la situazione – andava subito chiuso per evitare strascichi capaci di segnare un punto di non ritorno. Che nessuno vuole neppure immaginare, né da una parte né dall’altra.

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