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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Il Riformista Rassegna Stampa
29.03.2026 Hamas respinge il disarmo, così Gaza non avrà mai pace
Commento di Iuri Maria Prado

Testata: Il Riformista
Data: 29 marzo 2026
Pagina: 7
Autore: Iuri Maria Prado
Titolo: «Hamas respinge il disarmo. Così Gaza non avrà mai pace»

Riprendiamo dal RIFORMISTA del 29/03/2026, a pagina 8, il commento di Iuri Maria Prado dal titolo "Hamas respinge il disarmo. Così Gaza non avrà mai pace".


Iuri Maria Prado

Hamas, che cos'è? | Wired Italia

Hamas respinge il Piano per Gaza, che prevede il disarmo, continuando a esercitare violenza e controllo sulla popolazione palestinese senza reali pressioni internazionali

Hamas ha per l’ennesima volta respinto le condizioni del Piano per Gaza, che prevedono in primo luogo il disarmo del gruppo terroristico. A risentirne sono in misura trascurabile le ragioni di sicurezza di Israele. Molto prima, infatti, e ben più gravemente, il potere armato del gruppo terroristico infierisce sulla popolazione palestinese, sottoposta alle minacce, ai taglieggiamenti e alle esecuzioni di piazza che da mesi continuano in faccia a una comunità internazionale capace di tenere gli occhi su Gaza (“All eyes on Gaza”) a patto che ci sia qualche crimine israeliano da condannare. Ciò a parte, resta che la neutralizzazione del potere bellico delle formazioni terroristiche della Striscia non è più - nemmeno formalmente - un’esigenza esclusiva o una pretesa singolare dello Stato ebraico: è, al contrario, l’oggetto di un impegno degli Stati che hanno votato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dello scorso novembre. Appunto quella che prevedeva - quale presupposto del processo di ricostruzione - la smilitarizzazione di Gaza e l’eliminazione dell’apparato bellico dei gruppi terroristici che ancora vi operano. La realtà è che il protocollo di attuazione approntato dal Board of Peace non sta ricevendo il necessario supporto internazionale. E questo - nuovamente - mentre danneggia assai poco Israele avvantaggia gratuitamente le dirigenze di Hamas, impunite non soltanto nel respingere le condizioni di pace ma anche, anzi soprattutto, nel perpetuare il proprio giogo sui palestinesi abbandonati a quella sopraffazione. L’attenzione spostata sulla guerra al regime iraniano è la manna delle soldataglie di Hamas che si riorganizzano contando su quegli occhi chiusi della comunità mondiale. E lo fanno senza che i loro crimini suscitino le abituali invocazioni del diritto internazionale e umanitario, categorie sempre lustre sul conto delle responsabilità israeliane e invece desuete in ogni altro caso. Qui tuttavia l’osservazione strabica e il giudizio a doppio standard, lo ripetiamo, non insistono più solamente sul colpevole per definizione, cioè Israele. Qui è in gioco la presentabilità, e la stessa possibilità di aver voce in capitolo d’ora in poi, di una comunità internazionale impegnata per due anni e mezzo a descrivere Gaza come il centro della tragedia planetaria e come la somma dell’ingiustizia umana, salvo dimenticarsene quando, per la prima volta, è messo in campo un piano fattivo per la soluzione della crisi. La sensazione (è un eufemismo) è che il Piano per Gaza e il Board of Peace fossero avversati, come continuano a esserlo sostanzialmente, assai meno per la famigerata paternità trumpiana e assai più perché quel dispositivo di intervento tagliava le gambe a una “resistenza”, quella di Hamas, condannata più che altro a parole. E a volte neppure. Perché evidentemente non interessa la realtà ormai irrevocabile, e cioè che con Hamas non c’è nessun futuro per Gaza.

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