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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
29.03.2026 Arabi che vogliono un taglio col passato e far la pace con Israele
Commento di Ben Cohen

Testata: Informazione Corretta
Data: 29 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Ben Cohen
Titolo: «Sostenere la causa araba a favore di Israele»

Sostenere la causa araba a favore di Israele
Commento di Ben Cohen 
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/opinion/column/making-the-arab-case-for-israel


Ben Cohen

Hussain Abdul-Hussain, autore di “La causa araba a favore di Israele”

Poco dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio del 2022, avevo chiesto a un diplomatico di Kiev come avrebbe spiegato la differenza tra l'identità nazionale russa e quella ucraina a degli stranieri che non conoscevano la storia e la cultura dei due Paesi. Ci pensò su un momento, poi disse: “La differenza è che noi ucraini guardiamo avanti, al futuro. I russi sono ancorati al passato, ai loro rancori storici.”  Un'osservazione altrettanto valida si può fare riguardo ai palestinesi e ai loro sostenitori, sia all'interno che all'esterno del mondo arabo. Come nel caso del regime russo, per loro, la storia non è una guida per raggiungere un futuro migliore, ma una camicia di forza che li tiene ancorati al passato, costretti a rimuginare in eterno su eventi ormai conclusi, nella speranza di ottenere una giustizia assoluta che rimane sempre irraggiungibile.

Questa concezione della storia come una trappola è al centro di un importante nuovo libro dal titolo provocatorio e accattivante: “ La causa araba a favore di Israele.”

Per completezza d'informazione, devo precisare che il suo autore, Hussain Abdul-Hussain, è un mio collega presso la Fondazione per la Difesa delle Democrazie. Voglio però anche sottolineare che, anche se non conoscessi personalmente Abdul-Hussain, avrei comunque recensito il suo libro.

È una lettura essenziale per chiunque si sia chiesto perché la causa palestinese non abbia mai raggiunto i suoi obiettivi. Ed è diventata particolarmente rilevante negli ultimi anni, in cui quella palestinese viene erroneamente presentata come la questione centrale da cui dipende la pace mondiale, attirando milioni di manifestanti in decine di città a sfilare con slogan che invocano la distruzione di Israele. Scritto da una persona cresciuta nelle società arabe e immersa nella politica araba per tutta la sua carriera, Abdul-Hussain affronta in modo ammirevole gli aspetti chiave del conflitto israelo-palestinese-arabo nella sua raccolta di saggi. Tra questi, la mitologia che circonda la fondazione del moderno Stato di Israele e relativo spostamento della popolazione araba, la guerra di “soft power” del Qatar in corso contro Israele e la strategia iraniana di utilizzare proxies arabi dal Libano allo Yemen per combattere per il suo obiettivo, annientare lo Stato ebraico. Ma è nel capitolo iniziale, che porta lo stesso titolo del libro, che delinea il suo approccio al conflitto, in un'avvincente sintesi di biografia personale e analisi politica. Abdul-Hussain spiega di essere figlio di un padre sciita iracheno e di una madre sciita libanese, nato in Libano prima dello scoppio della guerra civile nel 1975. L'esperienza della sua famiglia gli ha ricordato l'aforisma di Lev Trotsky secondo cui “tu potresti non essere interessato alla guerra, ma la guerra è interessata a te.”

Sebbene i suoi genitori mostrassero scarso interesse per la politica, i conflitti settari in Libano li costrinsero a trasferirsi in Iraq, allora sotto il regime di Saddam Hussein. Nel 1982, tuttavia, la famiglia fece ritorno in Libano, e il padre di Abdul-Hussain sfuggì per un pelo alla coscrizione militare imposta dal dittatore iracheno durante la guerra con l'Iran. Nella città a maggioranza sciita di Baalbek, dove la famiglia si stabilì, scrive, “c'erano manifesti dell'ayatollah Khomeini ovunque, e tutti maledicevano Saddam Hussein, l'opposto di ciò che mi era stato insegnato in Iraq, dove chiamavamo Khomeini l'ipocrita e Saddam l'eroe.” Da adolescente in Libano, Abdul-Hussain era di mentalità aperta, stringendo amicizia con membri della comunità cristiana del Paese e flirtando con gruppi marxisti. Eppure, come osserva acutamente, “tutte le identità con cui sono cresciuto o che ho sperimentato in Libano avevano una cosa in comune: odiavano tutte Israele.”

Ciononostante, la curiosità intellettuale di Abdul-Hussain ha prevalso su questi pregiudizi. Ha iniziato a leggere i giornali israeliani online, arrivando persino a imparare l'ebraico. Si recava persino al confine con Israele, intrattenendosi in conversazioni con i soldati delle Forze di Difesa Israeliane di stanza lì e attirandosi il biasimo dei combattenti di Hezbollah che lo vedevano chiacchierare. Quella disponibilità a considerare la prospettiva israeliana, insieme al suo desiderio di conoscere la società israeliana, si intensificò quando Abdul-Hussain si trasferì negli Stati Uniti nel 2004. Gli ebrei, si rese conto, “erano come tutti gli altri. Volevano vivere una vita dignitosa, godendosi il loro patrimonio culturale e trasmettendolo ai propri figli, come ogni altra comunità su questo pianeta.”  Essendo un arabo cresciuto in un crogiolo d'odio, molte delle sue osservazioni sono significative e toccanti. “Gli israeliani glorificano i propri caduti in battaglia difendendo lo Stato ebraico,” afferma, “ma quasi mai denigrano i nemici che hanno combattuto in queste battaglie.”  Abdul-Hussain sottolinea che il suo libro non è il prodotto di una rassegnata immaginazione realista. “La pace araba con Israele,” afferma, “non dovrebbe essere firmata per disperazione o paura, ma per la convinzione che, in quanto amico e alleato, lo Stato di Israele sia molto più prezioso per gli arabi che cacciarlo e costruire al suo posto una Palestina che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe uno Stato mediocre.”  Se la fantasia di eliminare Israele dovesse diventare realtà, avverte, le nazioni arabe sarebbero alla mercé degli islamisti che le trasformerebbero in Stati falliti, sostituendo la promessa di modernità con la politica della vendetta. Il capitolo si conclude con Abdul-Hussain che esprime la speranza che altri intellettuali arabi si sentano sufficientemente sicuri da farsi portavoce delle sue opinioni. In tal senso, l'attuale guerra con l'Iran rappresenta un'importante opportunità. È difficile non sorridere di fronte all'ironia di commentatori antisemiti negli Stati Uniti e in Europa che pontificano sul fatto che Israele abbia trascinato gli americani in una guerra che non hanno scelto, quando le voci più forti che invocano la continuazione del conflitto provengono dall'Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. L'ultimo mese di bombardamenti missilistici ha brutalmente confermato ciò che molti arabi sospettavano sulle vere intenzioni del regime di Teheran, dimostrando a tutti, tranne che ai più ottusi seguaci di Hamas, che la scomparsa di Israele non porterebbe miracolosamente la pace regionale dall'oggi al domani. L'opera di Abdul-Hussain offre al lettore uno scorcio di qualcosa di più profondo: un futuro condiviso in cui i dibattiti sulla storia e sulla responsabilità siano civili e razionali, e in cui garantire un destino prospero a tutti i bambini della regione sia il principio guida. Inoltre, come egli sottolinea, il mondo arabo è ben più vasto dei soli palestinesi. Le nazioni arabe non dovrebbero più pensare che i loro legami con Israele debbano essere determinati unicamente dall'agenda palestinese. Come dimostrano gli Accordi di Abramo, molti arabi sono già giunti a questa conclusione. Il libro di Abdul-Hussain è un appello accorato affinché tutti gli altri seguano il suo esempio. Ciò include i palestinesi, che si trovano di fronte alla stessa scelta di sempre: superare la narrazione del loro ruolo di vittime storiche o esserne inghiottiti.


takinut3@gmail.com

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