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Luce nel buio del tunnel. Come gli ostaggi a Gaza celebravano Hanukkah 13/12/2025

Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.



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Informazione Corretta Rassegna Stampa
28.03.2026 Israele come 'mina vagante'
Commento di Daniele Scalise

Testata: Informazione Corretta
Data: 28 marzo 2026
Pagina: 1
Autore: Daniele Scalise
Titolo: «Israele come 'mina vagante'»

La grammatica della paura 15. Israele come 'mina vagante'
Commento di Daniele Scalise 


Daniele Scalise

Un altro pregiudizio molto diffuso nei media: Israele come nazione che non rispetta le regole e agisce arbitrariamente in casa e all'estero, come vuole e quando vuole. Dentro questa logica, anche la deterrenza viene letta come minaccia assoluta, la prevenzione come aggressione gratuita, la difesa come prova di una volontà espansiva.

C’è un passaggio, quasi impercettibile ma decisivo, nel modo in cui Israele viene raccontato: non più un attore politico che prende decisioni, magari discutibili, magari dure, ma un soggetto capace di tutto, sempre, ovunque, senza logica e senza freni. Non è una semplice critica. È una trasformazione simbolica. Israele smette di essere uno Stato e diventa una variabile incontrollabile, una presenza che inquieta perché non obbedirebbe a nessuna razionalità riconoscibile.

È qui che prende forma quella che potremmo chiamare la costruzione dell’Israele imprevedibile. Non nasce da singoli eventi, né da errori specifici, che pure esistono e possono essere analizzati. Nasce da un accumulo selettivo, da una sequenza di immagini, titoli, commenti, che lentamente scollegano le azioni dal contesto e le trasformano in segnali di qualcosa di più grande e più oscuro. Un raid diventa il segno di una tendenza. Una risposta militare viene letta come prova di una pulsione incontrollata. Ogni gesto si stacca dalla sua causa e si trasforma in indizio.

Il risultato è un ribaltamento sottile ma potente. Non si discute più se una decisione sia giusta o sbagliata, efficace o fallimentare. Si assume che dietro ci sia una volontà opaca, indecifrabile, potenzialmente illimitata. Israele viene così collocato fuori dal perimetro della politica ordinaria. Non è più un Paese con interessi, paure, vincoli, errori e strategie, ma un soggetto che agisce per impulso, o peggio per natura.

Questa costruzione produce un effetto preciso: genera paura. Non una paura fondata su dati concreti, su capacità militari o su scenari realistici, ma una paura diffusa, quasi atmosferica, che si alimenta da sola. Se un attore è percepito come imprevedibile, ogni sua azione diventa potenzialmente estrema. E se ogni azione è potenzialmente estrema, allora ogni evento può essere interpretato come l’inizio di qualcosa di incontrollabile. È una spirale interpretativa che non ha bisogno di conferme, perché si autoalimenta.

Dentro questa logica, anche la deterrenza viene letta come minaccia assoluta, la prevenzione come aggressione gratuita, la difesa come prova di una volontà espansiva. Non importa più distinguere, perché la distinzione stessa viene percepita come ingenua. L’idea che Israele possa agire secondo calcoli razionali, come qualunque altro Stato, viene progressivamente espulsa dal discorso.

Il paradosso è evidente: più si insiste sull’imprevedibilità, meno si cerca di capire. E meno si cerca di capire, più ogni gesto appare incomprensibile. Si crea così un circuito chiuso in cui l’ignoranza viene scambiata per prova. Non si analizzano le motivazioni, si presume che non esistano. Non si studiano le dinamiche interne, si immagina un blocco monolitico guidato da impulsi oscuri.

Questa rappresentazione ha conseguenze profonde, soprattutto per le società occidentali. Perché introduce un elemento di instabilità simbolica. Se Israele è una mina vagante, allora il sistema di alleanze, di regole, di equilibri su cui si regge l’ordine internazionale appare fragile, esposto, vulnerabile. La paura non riguarda più solo il Medio Oriente, ma si espande, si generalizza, diventa una lente attraverso cui leggere il mondo.

Eppure, basta uno sguardo meno ideologico per vedere altro. Israele è una democrazia attraversata da conflitti interni, da dibattiti accesi, da divisioni profonde. Le sue decisioni, anche le più controverse, nascono da processi politici, da valutazioni strategiche, da pressioni interne ed esterne. Non è un attore irrazionale, è un attore sotto pressione. E come tutti gli attori sotto pressione, può sbagliare, può reagire in modo sproporzionato, può prendere decisioni discutibili. Ma questo non lo rende imprevedibile per natura.

La costruzione dell’Israele imprevedibile dice meno su Israele e molto su chi lo osserva. Rivela una difficoltà a leggere la complessità, una tendenza a semplificare attraverso immagini forti, una predisposizione a trasformare il conflitto in metafora. È più facile avere paura di qualcosa che non si capisce, e ancora più facile smettere di capire quando si è già deciso di avere paura.

Il punto, allora, non è difendere Israele da ogni critica, ma restituirlo alla dimensione della realtà. Perché finché lo si colloca fuori dalla razionalità, lo si sottrae anche alla possibilità di essere analizzato, giudicato, criticato in modo serio. E quando un attore viene trasformato in un enigma permanente, la paura prende il posto della politica. E una volta che la paura occupa quello spazio, è molto difficile farla arretrare.


takinut3@gmail.com

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