Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Come Putin aiuta il regime iraniano Analisi di Lorenzo Vita
Testata: Il Riformista Data: 28 marzo 2026 Pagina: 7 Autore: Lorenzo Vita Titolo: «La scuola russa per i droni di Teheran»
Riprendiamo dal RIFORMISTA del, 28/03/2026, a pagina 7, l'analisi di Lorenzo Vita dal titolo: "La scuola russa per i droni di Teheran".
Lorenzo Vita
Collaborazione sui droni e su come usarli efficacemente in battaglia. L'asse russo-iraniano, in tempo di guerra, è più forte che mai.
L’asse tra Iran e Russia appare oggi più solido che mai. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato che Mosca guarda con favore a ogni passo verso la cessazione delle ostilità. Ma, al di là delle parole, la realtà sembra raccontare altro: la sinergia tra la Federazione Russa e la Repubblica islamica si è rafforzata proprio con l’intensificarsi del conflitto.
Sul piano civile e industriale, la cooperazione non si è mai interrotta. I tecnici russi continuano a operare nella centrale nucleare di Bushehr, mentre nelle ultime ore Mosca ha inviato un carico di 313 tonnellate di medicinali, trasportati via treno fino al confine con l’Azerbaigian. Un sostegno umanitario che si affianca, però, a un ben più delicato supporto sul piano militare.
È proprio questo aspetto a preoccupare maggiormente Washington. Fin dalle prime fasi della guerra, l’intelligence statunitense aveva segnalato l’elevata precisione dei raid missilistici iraniani, attribuendola all’assistenza dei servizi russi e all’utilizzo dei satelliti di Mosca. Accuse respinte dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov, ma che non hanno dissipato i sospetti.
Negli ultimi giorni, l’attenzione si è spostata sull’invio di droni. Secondo indiscrezioni, la consegna – decisa all’inizio di marzo – sarebbe ormai prossima al completamento. Anche in questo caso, il Cremlino ha smentito. Tuttavia, i segnali sul campo suggeriscono che qualcosa si stia muovendo davvero. E per Teheran, il supporto russo potrebbe rivelarsi decisivo per rafforzare le proprie capacità difensive.
In questo contesto, il recente raid israeliano nel Mar Caspio assume un significato che va ben oltre l’azione militare in sé. L’operazione, senza precedenti, ha portato le forze israeliane fino a ridosso delle acque russe, lanciando un messaggio diretto tanto a Mosca quanto a Teheran: Israele è in grado di colpire non solo obiettivi iraniani, ma anche le rotte strategiche di rifornimento tra i due Paesi, in particolare quelle legate al trasferimento di droni.
Il tema è diventato centrale anche per gli Stati Uniti, soprattutto per le implicazioni tattiche. L’Iran potrebbe infatti adattare le proprie strategie sulla base dell’esperienza russa maturata nel conflitto in Ucraina. Un elemento che preoccupa il Pentagono e che è stato evidenziato anche da analisi di esperti militari e fonti del Centcom.
Sotto osservazione vi sono in particolare i droni FPV (“First Person View”), già utilizzati con efficacia sul fronte ucraino. Questi velivoli, controllati da remoto attraverso visori che trasmettono immagini in tempo reale, combinano precisione, maneggevolezza e costi contenuti. Volano a bassa quota, risultano difficili da intercettare e, in alcuni casi, utilizzano collegamenti in fibra ottica per eludere le contromisure elettroniche.
Gli attacchi registrati in Iraq hanno già fatto scattare l’allerta. Per molti analisti, questi sistemi potrebbero diventare un’arma chiave nelle mani iraniane, soprattutto in caso di un’eventuale operazione terrestre statunitense per sbloccare lo Stretto di Hormuz o conquistare l’isola di Kharg. L’uso in modalità “kamikaze” li rende ancora più insidiosi.
Secondo diversi funzionari della Difesa statunitense, il Pentagono non sarebbe pienamente preparato a fronteggiare un impiego massiccio di questi droni. Non a caso, gli stessi tecnici ucraini hanno lanciato segnali di allarme, in particolare alle monarchie del Golfo. I Paesi arabi sono consapevoli che l’evoluzione tattica sviluppata nel teatro ucraino potrebbe essere rapidamente trasferita ai Pasdaran.
In questo scenario, anche le scelte politiche pesano. Il rifiuto di Donald Trump di accogliere le richieste di aiuto avanzate da Volodymyr Zelensky rischia di rivelarsi una mossa azzardata. Perché, mentre Washington esita, l’asse tra Mosca e Teheran continua a consolidarsi, con implicazioni che potrebbero ridefinire gli equilibri militari dell’intera regione.