Un filmato recuperato dall’esercito israeliano durante le operazioni nella Striscia di Gaza mostra sei ostaggi israeliani mentre cercano di accendere le candele della festa di Hanukkah in un tunnel con scarso ossigeno. I sei ostaggi sono Hersh Goldberg-Polin, 23 anni, Eden Yerushalmi, 24 anni, Ori Danino, 25 anni, Alex Lobanov, 32 anni, Carmel Gat, 40 anni, e Almog Sarusi, 27 anni. Il filmato risale al dicembre 2023. Otto mesi dopo, il 29 agosto 2024, all’approssimarsi delle Forze di Difesa israeliane al tunnel sotto il quartiere di Tel Sultan, a Rafah (Striscia di Gaza meridionale), tutti e sei gli ostaggi furono assassinati con un colpo alla testa dai terroristi palestinesi.
Negoziati con l’Iran o continuazione della guerra? Analisi di Ugo Volli
Testata: Shalom Data: 27 marzo 2026 Pagina: 1 Autore: Ugo Volli Titolo: «Negoziati con l’Iran o continuazione della guerra?»
Riprendiamo da SHALOM, l'analisi di Ugo Volli dal titolo "Negoziati con l’Iran o continuazione della guerra?".
Ugo Volli
Trump fra tentativi di mediazione e voglia di chiudere la guerra con un atto eclatante, che decisioni prenderà? Israele accoglie positivamente il negoziato proposto da Trump, anche perché i termini posti dagli Usa equivalgono ad una resa incondizionata dell'Iran. E anche perché la linea di Netanyahu è quella di non contraddire Trump, attualmente unico vero amico di Israele.
L’annuncio dei negoziati
Nella monotona ma terrificante successione di attacchi e di distruzioni che caratterizza la quotidianità di ogni guerra e dunque anche di quella attuale contro il regime degli ayatollah, la grande sorpresa è arrivata lunedì scorso, il 23 marzo, quando Donald Trump ha annunciato con un post sul suo social “Truth” e successive dichiarazioni ai giornalisti che negli ultimi due giorni la sua amministrazione aveva avuto “conversazioni molto buone e produttive” con esponenti del regime, i quali avevano dimostrato di avere il controllo dell’Iran facendogli un non specificato “prezioso regalo”. Ha aggiunto di aver ordinato una pausa di cinque giorni sugli attacchi militari contro le infrastrutture energetiche iraniane (come centrali elettriche) che aveva minacciato di distruggere per dare spazio ai negoziati in corso. Nei giorni successivi il presidente americano ha annunciato la partenza di una delegazione di altissimo livello (con il vicepresidente J.D. Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio oltre ai soliti negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner) per il Pakistan, scelto come luogo delle trattative. Trump ha poi reso pubblici i 15 punti della posizione americana, equivalenti a una vera e propria resa per l’Iran, fra cui l’abbandono del progetto militare e di quello missilistico, la rinuncia ai movimenti “burattini” come Hamas, Hezbollah, Houti, il ritorno alla libertà di navigazione nello stretto di Hormuz.
La posizione di Israele
Israele ha quell’esperienza del Medio Oriente che in generale agli americani manca e ha tutte le ragioni per non credere agli accordi e alle promesse degli ayatollah, come a quelli dei movimenti terroristici. Ma, di fronte al piano di Trump, Netanyahu ha reagito positivamente, dicendo che se il presidente americano riteneva di poter raggiungere gli obiettivi della guerra col negoziato Israele certamente li avrebbe accettati. Dietro questa posizione c’è la linea israeliana di non contraddire mai apertamente il presidente americano, considerandolo il migliore amico dello Stato ebraico; e anche la consapevolezza che non solo fra i democratici ma anche fra certi settori repubblicani Israele è accusato di aver portato in guerra l’America per i suoi interessi e non si può dunque alimentare la loro propaganda opponendosi apertamente a eventuali negoziati. La convinzione del governo israeliano è comunque che solo la totale sconfitta militare dell’Iran e la sostituzione del suo regime con un governo democratico possano garantire la cessazione della minaccia.
La risposta iraniana
Chi ha pensato bene di smentire le dichiarazioni di Trump è stato l’Iran, in particolare i due gerarchi con cui, a quanto pare, l’amministrazione americana pensava di stringere un accordo, il ministro degli esteri Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che l’aviazione americana e di seguito anche quella israeliana hanno tolto provvisoriamente dalla lista degli obiettivi politici da eliminare. La dichiarazione “di fonti autorevoli” rilasciata all’agenzia semiufficiale Tasnim non lascia dubbi: “Abbiamo dichiarato che i crimini e il terrorismo perpetrati dal nemico devono cessare, che occorre creare le condizioni concrete per impedire il riaccendersi della guerra, che devono essere risarciti i danni causati dal conflitto e che la guerra deve terminare su tutti i fronti e con tutti i gruppi di resistenza che hanno preso parte agli scontri [cioè Israele deve smettere di combattere anche Hezbollah UV]. Inoltre, deve essere riconosciuto il diritto dell’Iran di controllare lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’Iran è certo che la richiesta di negoziati da parte degli Stati Uniti sia solo un inganno e che gli americani stiano cercando di raggiungere diversi obiettivi: indurre il mondo a credere che stiano cercando la pace e la fine della guerra; mantenere basso il prezzo del petrolio; e, in terzo luogo, guadagnare tempo per prepararsi a una nuova azione aggressiva nel sud dell’Iran che comporti un’invasione terrestre”. I due interessati hanno aggiunto dichiarazioni personali sul fatto che “la guerra continua”, che “non ci sono negoziati, gli Usa discutono solo con se stessi”, che “Il nemico deve ricevere una lezione affinché non osi mai più nemmeno pensare di sferrare un altro attacco, e i danni subiti dal popolo iraniano devono essere risarciti”.
Iran e Gaza
È difficile dire, nel quadro di un’evidente distruzione dell’apparato militare iraniano, quanto queste reazioni siano serie o solo propaganda. Certamente Trump starà ripensando a quel che ha detto una volta “L’Iran non ha mai vinto una guerra, ma non ha mai perso un negoziato”. Del resto in una guerra asimmetrica come questa, perché la parte irregolare sia sconfitta non basta che le sue forze armate siano sbaragliate, occorre che essa accetti esplicitamente la sconfitta. Per capire quel che succede, bisogna considerare una chiara somiglianza agli eventi che riguardano Hamas. Non solo sono simili i mezzi di guerra (attacchi stragisti alla popolazione civile, fortificazioni sotterranee e missili) e sono analoghi i passi della trattativa promossa da Trump invece di portare a fondo l’offensiva, ma è del tutto uguale l’atteggiamento di fronte al negoziato: negare la sconfitta, rifiutare l’accordo poi (nel caso di Hamas, per l’Iran si vedrà) rimangiarsi gli impegni presi e comunque continuare a perseguire lo stesso scopo, la distruzione di Israele. Vi sono anche differenze, naturalmente, che spiegano meglio la posizione di Trump: l’impegno militare americano diretto, con le perdite che comporta; ma anche le grandi conseguenze economiche internazionali che la battaglia di Gaza non comportava. E infine vi è il fatto che Hamas non ha dovuto praticamente mai fare i conti con un’opposizione che per quanto duramente repressa e oggi poco attiva in Iran esiste. Se Trump facesse un accordo col regime attuale, conferirebbe con ciò che l’opposizione ha fatto bene a non esporsi.
Le prospettive
È difficile dunque dire oggi se le trattative ci sono davvero e come si stanno svolgendo.Trump ha prorogato il suo ultimatum al 6 aprile, affermando che lo fa per richiesta degli iraniani e che il negoziato sta procedendo bene. Se non ci fosse negoziato, esclusa l’ipotesi disastrosa che Trump si ritiri dalla guerra senza accordo, continuerebbero e si intensificherebbero i bombardamenti e forse gli Usa manderebbero i marines a occupare qualche isola dello stretto di Hormuz, non solo Kharg con il suo terminale petrolifero, di cui molto si è parlato, ma forse anche Larak, che controlla lo stretto. Sarebbe una conquista da sbarco, nello stile della battaglia di Normandia, molto costosa in termini di vite umane. E molto difficile sarebbe anche impossessarsi, con un’azione di forze speciali, dell’uranio arricchito, l’esplosivo nucleare che sta sepolto in qualche anfratto della base atomica di Natanz. In ogni caso Trump ha bisogno di una vittoria abbastanza veloce, perché le elezioni di midterm si avvicinano e affrontarle con una guerra aperta significherebbe la sconfitta. È probabile che questa guerra ci riserbi ancora sorprese.
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